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Che ne sai di Diabete, Dieta ed Esercizio Fisico? Probabilmente mai abbastanza...

Diabete di Tipo 1, di Tipo 2 e stile di vita, tra dieta low carb ed esercizio fisico ben programmato
Di Team Oukside | 18 Luglio 2019

Che ne sai di Diabete, Dieta ed Esercizio Fisico? Probabilmente mai abbastanza...

Chi soffre di Diabete (specie di Tipo 1) si trova, da un lato, a parlare con chi dice che si può condurre una “vita normale”. Dall’altro, con chi fa un vero e proprio terrorismo sulla condizione e lo guarda come un malato terminale di lunga permanenza su questa Terra.

Chiariamo che il Diabete di Tipo 1 è realmente una malattia grave. Ma bisogna anche dire che il terrorismo su di esso si basa soprattutto sul fatto che, oggigiorno, ci si aggrappa ancora a metodi di controllo della condizione stantii e poco proficui.

Le linee guida nutrizionali ufficiali in merito al Diabete di Tipo 1 sono a dir poco scandalose, come a dire “Tanto c’è l’insulina”, e non ci si preoccupa molto del fatto che la letteratura scientifica in merito alle diete low carb abbia fatto enormi passi avanti anche nei confronti di questa condizione. (Per una panoramica completa, si legga Nutrition in Crisis).

Detto questo, descriviamo prima di tutto il Diabete, le sue conseguenze e le due forme principali con cui si presenta: di Tipo 1 e di Tipo 2 (analizzate successivamente).

Le conseguenze di un Diabete mal controllato sono cecità severa, danno renale, aumento del rischio cardiologico e neuropatia periferica. Questo in quanto il troppo glucosio in circolo genera un danno endoteliale, cioè danni alle pareti dei piccoli capillari che irrorano occhi, reni, miocardio e riforniscono di ossigeno i nervi periferici.

È fondamentale far capire perché il Diabete ha queste conseguenze a chi ne soffre, in quanto non si tratta solo di avere qualche giramento di testa e svenimento (quando va male, anche il coma). Il problema non è solo a breve termine ma anche a lungo termine. 

Le conseguenze descritte sono dovute al fatto che il glucosio - anche se sembra strano dirlo, e certamente “forte” - è tossico per le cellule. Quando viene incamerato da esse cambia conformazione (diventa glucosio-6-fosfato) perdendo questi effetti.

In particolare, il glucosio “libero” - e in eccesso - induce il processo di glicazione: le molecole dello zucchero (il glucosio) reagiscono con le proteine modificandone la struttura. Le proteine sono costituenti di alcuni ormoni, recettori, membrane cellulare, fattori di crescita e così via. Se le proteine vengono glicosate, quelle strutture perdono la loro funzionalità originaria: gli ormoni non trasmettono il loro segnale, i recettori non ricevono i segnali che dovrebbero ricevere, le membrane cellulari si modificano, i fattori di crescita non inducono le modifiche che normalmente indurrebbero.

L’altra importante conseguenza del glucosio “libero” - e in eccesso - è lo stress ossidativo. Con elevate concentrazioni di glucosio si hanno elevate concentrazioni di radicali liberi, che causano danni a livello soprattutto dei vasi sanguigni. È importante, dunque, prendere delle contromisure per limitare il danno da radicali liberi. Come sappiamo (leggere l’articolo sui ROS a tal proposito), i radicali liberi non dipendono solo da come si mangia e quanti antiossidanti si ingurgitano.

Già da questo breve incipit capiamo una cosa fondamentale:

Nonostante qualsiasi Medico, Nutrizionista, Professionista esperto di Nutrizione e Dieta o qualsiasi altra figura lavori nel campo e si occupi di metabolismo, ormoni e affini, da un lato si affanni per “curare” la malattia, dall’altra non si preoccupa minimamente di consigliare il giusto tipo di attività fisica o fornire un modello alimentare semplice da seguire. Né, ancora meno, di fare capire a chi soffre di Diabete - che sia Diabete di Tipo 1 o Diabete di Tipo 2 - che preoccupazioni, pensieri ricorrenti, rimuginazioni (sulla propria condizione e non) sono deleteri per la condizione stessa.

Prima di passare ai dettagli, però, cerchiamo di fornire delle basi. Se già le sapete, saltate la sezione. (Anche se, c’è da dirlo, una rispolverata a modo nostro è sempre utile.)

La differenza tra diabete di tipo 1 e tipo 2

Esistono due tipi di diabete: Diabete Mellito di Tipo 1 e di Tipo 2. Entrambe le forme inducono uno squilibrio a livello o della produzione di insulina - deficit della produzione insulinica - o della sua segnalazione - scarsa sensibilità insulinica o resistenza all’insulina - o di entrambe le cose.

I livelli normali di glucosio nel sangue dovrebbero attestarsi tra 70 e 100 mg/dl.

Quando la glicemia aumenta per ingresso del glucosio nel sangue (ad esempio dopo un pasto contenente carboidrati), le cellule beta del pancreas secernono insulina. L’ormone agisce sulle cellule dell’organismo facendo in modo che inizino a captare più glucosio, permettendo così che sia rimosso dal circolo sanguigno. Nel tessuto adiposo, le cellule trasformano in grasso il glucosio incamerato, per eventualità energetiche future.

Il Diabete di Tipo 1 si caratterizza in particolare per l’incapacità da parte del pancreas di produrre insulina, mentre quello di Tipo 2 per l’incapacità delle cellule periferiche di rispondere adeguatamente al segnale insulinico.

La conseguenza primaria e diretta di entrambi è la stessa: la glicemia aumenta.

Il Diabete di tipo 1

Il Diabete di tipo 1, anche noto come insulino-dipendente, è una condizione auto-immune che si verifica quando degli autoanticorpi attaccano e distruggono le cellule beta pancreatiche. In questa forma di Diabete è necessaria (vitale) la terapia con insulina esogena, in genere somministrata con iniezioni sottocutanee.

È importante capire come tutto questo si ripercuota sul metabolismo del glucosio in quanto molto spesso si pensa che, poiché non ci sono più cellule per produrre insulina, il glucosio resti nel sangue in quanto manca l’ormone che ne permetterebbe l’ingresso nelle cellule (appunto, l’insulina).

Ma a questo si associa un altro effetto: manca il feedback negativo dell’insulina sulle cellule alfa del pancreas, che inibirebbe la produzione di glucagone. Questo ormone, un ormone “controinsulare” (con effetti in opposizione a quelli dell’insulina), induce il fegato a riversare in circolo glucosio a partire dal glicogeno in esso conservato - alzando, quindi, la glicemia -. Senza insulina, dunque, viene anche prodotto glucagone, che contribuisce all’innalzamento di glucosio. 

Spesso ai soggetti diabetici viene prescritta una dieta con elevate quantità di carboidrati, pensando che “Tanto c’è l’insulina”. Il problema di questo è che non si sa quanto glucosio il fegato stia captando, e quanto quindi ne rilascerà successivamente. Se alla popolazione generale non diabetica farebbe bene una dieta low carb, ancora meglio sarebbe per quella diabetica (sfruttando il momento dopo l’esercizio fisico per inserire la maggior parte dei carboidrati). 

Il Diabete di tipo 2

Il Diabete di tipo 2, anche noto come non insulino-dipendente, si verifica quando le cellule dell’organismo non sono più in grado di rispondere adeguatamente al segnale dell’insulina (resistenza insulinica); progredisce poi in una condizione in cui il corpo non è più in grado neppure di produrre a sufficienza insulina.

La condizione dipende da diversi fattori e progredisce in diversi step. Inizialmente, poiché si ha resistenza delle cellule al segnale insulinico, il pancreas comincia a produrre più insulina (iperinsulinemia). Questo è il tentativo dell’organismo di mantenere stabile la glicemia. Successivamente, però, la funzionalità delle cellule pancreatiche beta si esaurisce e quindi il pancreas inizia a produrre sempre meno insulina finché deve essere introdotta dall’esterno (tramite terapia farmacologica con insulina).

Inoltre, manca il feedback negativo al fegato, che non “sente” l’insulina e quindi continua a riversare in circolo glucosio a partire dal glicogeno, come se si fosse in condizioni di ipoglicemia. Anche nel caso di Diabete di Tipo 2, purtroppo si è fermi all’indicazione di diete ad alti carboidrati, quando è stato dimostrato che una dieta low carb è benefica anche in assenza di perdita di peso.

I danni del diabete a cascata

Come già detto, anche se l’affermazione è forte e appare strana, il glucosio è tossico per le cellule. L’organismo si “sforza” di incamerarlo nelle cellule, dove viene trasformato in un composto diverso (il glucosio-6-fosfato). 

Abbiamo già parlato dei danni principali indotti dal glucosio: glicazione e stress ossidativo. Il primo fenomeno porta alla produzione degli AGE, ossia advanced glycation end products (prodotti finali della glicazione). Uno dei prodotti più noti è l’emoglobina glicata (HbA1C), parametro che si ottiene quando il glucosio si lega all’emoglobina. 

L’emoglobina glicata viene utilizzata per monitorare il compenso glicemico del soggetto e valutare se vi è o meno un buon controllo della glicemia. Questo è molto più importante che controllare la glicemia fine a se stessa, in quanto l’emoglobina glicata fornisce un’indicazione circa il tempo che la glicemia è rimasta elevata. Infatti, una volta che l’emoglobina ha subito la glicazione, passano circa 3 mesi prima che venga “demolita” e non si trovi più nel sangue in concentrazioni elevate. Se la glicemia resta elevata a lungo, l’emoglobina glicata è un parametro in grado di segnalarlo (la glicemia, invece, potrebbe elevarsi anche a brevissimo termine per tantissimi motivi differenti).

Le proteine glicate danneggiano le cellule in base a vari meccanismi, incluso un peggioramento della funzionalità cellulare, che determina un aumento della produzione dei radicali liberi e delle citochine pro-infiammatorie. Anche solo la riduzione dell’1% di HbA1C, si associa a un abbassamento del rischio cardiaco di ben il 14% per rischio cardiaco e di altre complicanze a danno dei vasi sanguigni di ben il 37%.

Una glicemia elevata comporta la produzione di radicali liberi e la riduzione dell’ossido nitrico, potente vasodilatatore che aiuta a mantenere i vasi delle arterie aperti al passaggio del sangue. Questo può portare a sviluppare una disfunzionalità endoteliale (cioè un danno alla parete dei vasi sanguigni, specie quelli più piccoli).

Nelle pareti dei vasi, macrofagi e plasmacellule producono a loro volta citochine pro-infiammatorie, accelerando il processo infiammatorio a livello capillare. Per questo motivo il diabete è fortemente connesso ad un aumentato rischio di evento cardiaco acuto (infarto) e insufficienza cardiaca. 

Sintomi e diagnosi del diabete

I comuni sintomi del diabete includono poliuria e polidipsia (ovvero: minzioni frequenti e forte sensazione di sete), perdita di peso, irritabilità, stanchezza e perdita dell’acuità visiva. A livello biochimico, si evidenziano glicosuria (glucosio nelle urine) e iperglicemia a digiuno. Il respiro ha un odore dolciastro in quanto il soggetto diabetico si può trovare in una condizione di chetosi/chetoacidosi diabetica (ben diversa dalla chetosi fisiologica).

La diagnosi di Diabete viene fatta a seconda di questi criteri:

  1. la glicemia in un momento casuale è maggiore a 200 mg/dl;
  2. la glicemia a digiuno è maggiore di 126 mg/dl;
  3. la glicemia a digiuno è tra i 100 e i 125 mg/dl ed è presente IFG - impaired glucose fasting - ossia un’intolleranza al glucosio a digiuno;
  4. se, dopo una curva da carico orale di glucosio (OGTT, oral glucose tolerance test), si registra glicemia tra 140 e 199 mg/dl si parla di intolleranza ai carboidrati, mentre se è superiore ai 200 mg/dl si parla di Diabete.

Per chi è diabetico, è bene tenere l’emoglobina glicata sotto il 7%, corrispondente a una media, considerando gli ultimi 2-4 mesi, di glucosio nel sangue inferiore ai 150 mg/dl. 

La verità sulla terapia del Diabete di Tipo 1

Per quanto riguarda il Diabete di Tipo 1, la terapia insulinica è vitale. Come ovvio, sarebbe utile far seguire ai soggetti diabetici indicazioni simili che si darebbero ai non diabetici, evitando la “fuffa” che si trova purtroppo nel mondo nutrizionale odierno.

Ad esempio, continuare a proclamare una falsa Dieta Mediterranea non ha affatto senso. Cosa si intende per “falsa”? Purtroppo in Università, Accademie e Scuole di Formazione sembra passare ancora il concetto che Dieta Mediterranea significhi una dieta con il 55% di carboidrati, 25-30% di grassi e 10-15% di proteine (percentuali considerate a partire dalle calorie che i vari nutrienti apportano).

Non è così: una Dieta Mediterranea è semplicemente una Dieta che si basa su alimenti del bacino mediterraneo. Ma non è la panacea a tutti i mali in ogni caso. Ciò che conta è basarsi su uno stile di vita che vada anche oltre la dieta, come insegniamo in Oukside (consigliamo di dare un’occhiata alla Guida Introduttiva del nostro metodo).

Sta di fatto che, a parte l’obbligatoria terapia insulinica per il Diabete di Tipo 1, si potrebbe fare molto di più a livello di miglioramento dello stile di vita, consigliando in particolare:

  • Esercizio fisico, con un mix di sforzo volto sia all’accrescimento del tono muscolare, che alla capacità metabolica dell’organismo (come descritto nell’articolo sulla programmazione dell’allenamento).

  • Dieta low carb, con aumento di carboidrati attorno all’allenamento; in casi in cui la glicemia si abbassa, non occorrono grandi dosi di carboidrati. Bastano meno di 5 g (il che vuol dire 2-3 chicchi di uvetta o mezza galletta) ad uscire dalla “zona di pericolo” in caso di ipoglicemia.

  • Tecniche di rilassamento e visualizzazione. Perché? Per diventare “esperti” del proprio corpo e della propria condizione. Diabetici di Tipo 1, dopo molti anni, non hanno più bisogno del glucometro per capire se sono in iperglicemia o in ipoglicemia. Aumentare la connessione mente-corpo e prendere consapevolezza della propria condizione, accelera il processo, concretizzandosi non più in molti anni ma in pochi mesi.

La verità sulla terapia del Diabete di Tipo 2

Il Diabete di Tipo 2 è forse quello trattato peggio, in quanto la terapia con Metformina viene prescritta spesso troppo presto, in una fase in cui Dieta + Esercizio Fisico supererebbero qualsiasi farmaco. 

Se si potessero mettere “in compressa” i due (restrizione alimentare/dieta + allenamento programmato/esercizio fisico) si creerebbe un farmaco che agisce in maniera simile - ma più efficacemente e potentemente - rispetto ai vari ipoglicemizzanti in commercio. 

Questa immagine mostra la “somiglianza” tra Esercizio/Restrizione calorica e farmaci antidiabetici (da Friedrichsen M et al, 2013):

Paragone tra effetti dei farmaci ed effetti dell'esercizio fisico

Inoltre, quello che accade senza esercizio fisico ma con il farmaco (ad esempio Metformina) è un aumento della captazione di glucosio indiscriminatamente in tutte le cellule dell’organismo, compreso il tessuto adiposo; stimolando il tessuto muscolare, invece, si aumenterebbe maggiormente la sensibilità insulinica specifica per questo tessuto. Si finisce, quindi, per creare un circolo vizioso in cui la sensibilità all’insulina va via via peggiorando, arrivando a uno stato di totale resistenza all’insulina.

In questa situazione, le cellule beta del pancreas arrivano a perdere la loro funzionalità, diventando sempre meno capaci di produrre insulina. Per questo, diventa necessario ricorrere alla terapia insulinica per sopperire alla mancata produzione endogena. In sintesi: iniziare troppo presto la terapia con Metformina, quando si potrebbero cambiare le abitudini (dieta, esercizio, e quant’altro), è la via per assicurarsi a lungo termine anche la terapia con insulina.

Ancora peggio quando vengono somministrati, già dalle prime fasi di Diabete di Tipo 2, i cosiddetti secretagoghi, farmaci cioè che stimolano il pancreas a produrre insulina. Essendo l’insulina già elevata nei soggetti con Diabete di Tipo 2, accade che le cellule più velocemente diventano totalmente resistenti al segnale insulinico, e il processo di “burn out” delle cellule beta pancreatiche viene accelerato.

A livello nutrizionale, i due più forti “farmaci” per il Diabete di Tipo 2, sono la Dieta Chetogenica ed il Digiuno Intermittente. L’esercizio fisico, invece, è bene che comprenda un mix di stimoli allenanti.

Supplementi nutrizionali “per il Diabete”

In caso di Diabete, ci sono alcuni supplementi nutrizionali e integratori utili che possono limitare i danni nel caso di Diabete di Tipo 1, ed essere validi sostituti - assieme a una dieta sensata e attività fisica - di farmaci spesso prescritti troppo alla leggera, nel caso del Diabete di Tipo 2.

Gli integratori ed i supplementi di seguito presentati, dunque, svolgono questi ruoli a seconda delle condizioni:

  • nel Diabete di Tipo 1: si utilizzano per ridurre i danni indotti dalla glicazione e dai radicali liberi;
  • nel Diabete di Tipo 2: si utilizzano per modulare il controllo dell’iperglicemia e limitare i danni della condizione.

Molti sono i composti, le sostanze, le erbe e le spezie che possono essere utilizzati; quali scegliere, allora? Purtroppo nel mondo degli Integratori è difficile avere una guida precisa e valida per tutti senza un’analisi approfondita; quindi, in tal caso l’approccio empirico è quello vincente: selezionare 2-3 integratori utilizzandoli per un periodo di 6-8 settimane, per poi passare a un altro gruppo di 2-3 integratori. Nel corso del tempo si svilupperà una consapevolezza tale da capire quale ha sortito gli effetti migliori.

Acido alfa lipoico (ALA)

Potente antiossidante, l’acido alfa lipoico aiuta anche a mantenere un buon controllo della glicemia e a ridurre il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, renali e del microcircolo.

L’acido alfa lipoico limita inoltre l’accumulo di grasso viscerale, protegge le cellule pancreatiche dall’apoptosi e riduce l’accumulo di trigliceridi nel muscolo scheletrico e nelle cellule del pancreas.

Molto efficace in accoppiata all’acido gamma-linolenico (GLA). Le dosi utili sono 600-800 mg/die di acido alfa lipoico.

Carnitina

Molti studi in letteratura supportano l’utilizzo di carnitina nei pazienti diabetici. La carnitina migliora i livelli sanguigni di glicemia e di emoglobina glicata, incrementa la sensibilità all’insulina e ottimizza il metabolismo glucidico e lipidico. 

L’acetil-L-carnitina, inoltre, aiuta a prevenire e rallentare la progressione della neuropatia diabetica. La dose ottimale è di 0.5-1 g x 1-2 volte/die.

Carnosina

La carnosina inibisce la glicosilazione, riduce la glicemia e limita lo stress ossidativo e lo stato di infiammazione. Lavora, quindi, soprattutto sui danni causato dagli elevati livelli di glucosio sulle cellule.

Può essere usata in dosi di 500 mg x 1-2 volte/die.

Cromo

Il cromo gioca un ruolo fondamentale nel metabolismo glucidico. Migliora la sensibilità al glucosio e la glicemia a digiuno in poche settimane (8-10), a dosi di 200-400 mcg x 2-3 volte/die.

Coenzima Q10

Il coenzima Q10 (CoQ10) migliora i livelli glicemici, pressori e previene lo stress ossidativo. Utile in dosi tra 100 e 300 mg/die. Utilissimo specie per chi utilizza statine, spesso fornite in congiunzione alla Metformina in soggetti molto in sovrappeso od obesi con Diabete di Tipo 2, che presentano anche ipercolesterolemia (anch’essa non ben trattata, in quanto si ricorre troppo presto alle statine).

Deidroepiandrosterone (DHEA)

Il deidroepiandrosterone è un pro-ormone che, se supplementato, migliora la sensibilità all’insulina, soprattutto in presenza di elevato grasso viscerale. Il DHEA, convertito in testosterone o estrogeno, migliora la sensibilità insulinica.

Da usare in dosi tra 25 e 125 mg/die per 3-6 settimane; poi vanno valutati i livelli (di DHEA-S) ed eventualmente ripetuta l’integrazione.

Fibra

La fibra aiuta a regolare i livelli glicemici; è importante sia quella “solubile”, che quella “insulibile”. In linea di massima, basta consumare 3-5 porzioni/die tra frutta e verdura (dove porzione = una superficie grande all’incirca quanto il proprio volto).

Se non si consumano queste porzioni, si può ricorrere ad integratori di “verdura compressata” oppure a fibra insolubile vera e propria, ad esempio da farina di semi di psillio.

Propolmannano

Il propolmannano è una fibra polisaccaride derivata da una pianta che cresce nelle catene montuose nel Nord del Giappone. Può essere utile la sua integrazione in dosi di 2-3 g x 2 volte/die.

N-acetil-cisteina (NAC)

La NAC è un potente antiossidante, aiuta quindi a ridurre il danno endoteliale indotto dallo stress ossidativo, migliora la pressione sanguigna e, in aggiunta a Vitamina C e Vitamina E, dopo un pasto particolarmente lipidico, contrasta l’effetto ossidante.

Consigliata in dosi di 0,5-1 g/die.

Cardo mariano

Il cardo mariano ottimizza la glicemia a digiuno, riduce la glicosuria, e, a lungo termine, abbassa i livelli di emoglobina glicata (indicando quindi un effetto positivo sui valori glicemici). È anche un utile “epato protettore”.

La dose consigliata è di 750 mg/die.

Vitamina C e Vitamina E

Vitamina C e Vitamine E hanno un ruolo antiossidante. Per proteggere l’occhio, è utile supplementare sia la vitamina C che la Vitamina E, specie per l’umor acqueo in cui maggiormente si verifica la glicazione nei piccoli vasi sanguigni in caso di elevati livelli glicemici.

Vitamina C e Vitamina E, quindi, riducono il rischio di retinopatia diabetica, così come anche le degenerazione maculare.

La vitamina C, inoltre, migliora la fluidità del sangue e riduce lo stato infiammatorio nei pazienti sia diabetici che affetti da patologie coronariche. Altre evidenze dimostrano come vi sia un miglioramento anche della pressione sanguigna, dell’elasticità della parete dei vasi e, quindi, un rallentamento nei confronti dei processi di aterosclerosi. 

Le dosi consigliate sono 1-2 g x 1-2 volte/die di Vitamina C, e 400 UI/die (con almeno 200 mg di gamma tocoferolo) per quanto riguarda la Vitamina E.

Supplementi botanici per il diabete

Prima dell’introduzione dell’insulina, venivano usate le erbe medicinali nella cura del Diabete: tuttora sono considerate efficaci, oltreché sicure. Tali piante possono essere supplementate all’interno di stile di vita e alimentazione sensati.

Cannella

La cannella è una spezia utilizzata da anni nella medicina Ayurvedica e nel mondo greco-occidentale. Nativa del Sud dell’India e dello Sri Lanka, la cannella ha effetti calmanti nei casi di nausea, flatulenza, meteorismo e anoressia. Ma è molto utile anche come modulatore del metabolismo glucidico.

La cannella contiene antiossidanti come epicatechine, fenoli e tannini. Questi sono in grado di modulare il metabolismo glucidico dipendente dall’insulina, come potenziatori del suo segnale a livello recettoriale; riducono inoltre lo stato infiammatorio.

È utile il suo estratto, in dosi di 175 mg/die (standardizzato al 2,5%).

Irvingia garbonensis

L’irvingia garbonensis, anche noto come mango africano, inibisce l’enzima α-amilasi coinvolto nel metabolismo del glucosio. L’irvingia lavora incrementando l’azione dell’adiponectina, che potenzia gli effetti dell’insulina e migliora la sensibilità delle cellule alla stessa, in dosi di 100-200 mg x 2-3 volte/die.

Fagiolo bianco

L’estratto di fagiolo bianco, noto come Phaseolus vulgaris, è un potente inibitore dell’enzima α-amilasi. Di conseguenza, è efficace per modulare la glicemia, specie in concomitanza dei pasti.

Va quindi assunto prima dei pasti, in dosi di 200-400 mg (x 2-3 volte/die o ad ogni pasto ricco di carboidrati).

Estratto di caffè verde

Il caffè contiene alcuni fitochimici, come l’acido clorogenico, l’acido caffeico, l’acido ferulico e l’acido quinico. Questo hanno effetti sul metabolismo glucidico, aiutando le cellule ad incamerare glucosio ma anche antagonizzando il trasporto del glucosio a livello intestinale (quindi ne viene assorbito meno).

La dose utile è di 400-600 mg di estratto di caffè verde o 200-300 mg di acido clorogenico (x 2-3 volte/die o ad ogni pasto ricco di carboidrati).

Tè verde

I composti del tè verde, come epigallocatechin gallato (EGCG), gallocatechina, catechine, epicatechine, sono dei potentissimi antiossidanti, soprattutto contro le tossine nel pancreas e nel fegato.

Hanno anche un effetto potenziatore del segnale insulinico e della sensibilità cellulare all’insulina.

La dose utile è 600-1200 mg x 1-2 volte/die.

Ginkgo Biloba

Il ginkgo biloba migliora il metabolismo glucidico a livello muscolare e previene l’atrofia. Migliora inoltre la glicemia post prandiale e previene la retinopatia diabetica.

120 mg/die per tre mesi sono utili per migliorare il profili glicemico, grazie all’azione sul metabolismo dell’insulina a livello epatico. Utile sia per Diabetici di Tipo 1 che di Tipo 2 in stadio avanzato (quando c’è necessità di terapia insulinica).

Mirtilli

Molti degli effetti salutistici dei mirtilli sono stati connessi alle loro potentissime proprietà antiossidanti. Contengono inoltre acido clorogenico, che esplica gli effetti già descritti per quanto riguarda il caffè verde.

Utile l’estratto di mirtillo, in dosi di 500 mg (con 50 mg di acido clorogenico).

Riferimenti

Adattato da Life Extension. Disease Prevention and Treatment 5ht Edition. LE Publications, Inc. 2013.

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