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Clear ideas and practical protocols — without endless, unworkable forms.

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Effetto ritardato dell’allenamento: perché migliori “dopo”

A volte peggiori mentre ti stai allenando bene: è la fatica che copre l’adattamento. Qui trovi il modello fitness–fatigue e le mosse pratiche per usare scarichi e timing in modo intelligente.

A volte ti alleni bene, fai tutto “giusto”… eppure le performance scendono, la sensazione è pesante, la voglia cala. Il punto è che l’allenamento non produce un effetto unico: produce adattamenti e produce fatica. E questi due effetti non hanno la stessa curva nel tempo.

Se non tieni conto di questo, rischi di fare l’errore più comune: valutare un ciclo mentre sei ancora dentro la sua fatica. E cambiare programma proprio quando stavi per raccogliere i risultati.

Who is it for?

  • Se ti succede spesso di sentirti “peggio” dopo settimane buone.

  • Se alterni fasi in cui spingi forte e fasi in cui “non ti esce niente”.

  • Se ti alleni con una certa continuità e vuoi capire quando aspettare e quando invece cambiare rotta.

Non è per te (o non adesso)

  • Se sei all’inizio assoluto: in quella fase la risposta è più “diretta” e ti serve soprattutto costanza.

  • Se hai dolore persistente, infortuni, o sintomi sistemici (febbre, calo drastico dell’appetito, stanchezza anomala): prima si fa chiarezza.

  • Se stai usando l’allenamento come valvola di sfogo e stai spingendo sempre a prescindere: qui serve prima un reset di regole.

In short

Il modo più semplice per capirla è così:

  • Ogni allenamento crea fitness (adattamento) e fatica.

  • La tua “prontezza” (preparedness) è la somma di questi due after-effect: uno ti spinge su, l’altro ti tira giù.

  • La fatica tende a risolversi prima, gli adattamenti restano più a lungo.

  • Quindi è normale che una fase “dura” ti faccia peggiorare prima di farti migliorare.

  • Se vuoi vedere l’effetto reale, devi mettere in conto scarichi, taper, settimane di restituzione.

Se vuoi leggere l’effetto “24–48 ore” dentro un quadro più grande (carico, recupero, aderenza), ti torna utile questo: Stress, relax, adapt.

E se invece ti serve una lente più “operativa” per quantificare e gestire la fatica, parti da qui: Gestione di stress e fatica.

Principles

1) Il modello “fitness–fatigue”

Un modo utile di leggere l’adattamento è il cosiddetto fitness–fatigue paradigm: la tua preparedness è la somma di due after-effect dell’allenamento, fitness e fatigue, che hanno effetti opposti. L’implicazione pratica è netta: ottimizzi la preparedness quando massimizzi il guadagno di fitness riducendo la fatica inutile.

 

Come leggere il modello

Immagina che ogni workout accenda due “curve” contemporaneamente:

  • la curva fatigue (fatica) sale subito e poi scende abbastanza in fretta;

  • la curva fitness (adattamento) sale più lentamente e scende più lentamente.

La tua preparedness (prontezza) è il risultato netto: fitness – fatigue.

Questo spiega due cose che altrimenti sembrano contraddittorie:

  1. puoi allenarti bene e vedere la performance peggiorare nel breve, perché la fatica sta coprendo l’adattamento;

  2. quando scarichi, la fatica cala più rapidamente della fitness, quindi la preparedness rimbalza e il miglioramento “appare”.

Regola pratica: non giudicare un blocco nel suo picco di fatica. Giudicalo dopo uno scarico vero (meno volume e/o meno densità e/o meno prossimità al cedimento). Se dopo lo scarico non rivedi mai segnali buoni, allora non è “effetto ritardato”: è che il blocco non sta funzionando (o non stai recuperando).

 

2) Il miglioramento non è istantaneo: emerge nello scarico

Se alleni forte e in modo ripetuto, è facile che nel breve tu veda un decremento (perché la fatica domina). Quando riduci carico e densità, l’effetto ritardato emerge: la fatica scende, la fitness resta e la preparedness risale.

Questa è la ragione per cui i programmi sensati non sono “sempre su”: hanno onde, scarichi, e finestre di test.

What the evidence says

1) La logica dei cicli: spesso 4 settimane non è magia, è fisiologia + pratica

Una parte della letteratura e della tradizione del training converge su un’idea: organizzare il lavoro in cicli di ~4 settimane può essere una finestra utile per integrare risposte e gestire l’accumulo di fatica. Il consenso è una finestra di 4 (±2) settimane per sovrapporre effetti ritardati e integrare target diversi.

Non significa che “devi” fare mesocicli da 4 settimane: significa che se cambi obiettivo ogni 5 giorni rischi di non lasciare tempo al sistema di consolidare nulla; se invece ripeti per settimane senza variazione, rischi monotonia e stagnazione.

Se vuoi leggere questo tema in chiave di complessità che diventa pratica, vedi anche Complexity training.

2) Overreaching pianificato e miglioramenti “dopo”

Le evidenze citano che strategie di overreaching pianificato (aumenti periodici del volume di carico) possono essere associate a miglioramenti di performance 2–5 settimane dopo il ritorno a un carico normale, coerentemente con l’idea di effetto ritardato.

Questa è una leva potente, ma con una premessa: non è roba da usare “a caso”. Se non sai scaricare, monitorare e recuperare, l’overreaching diventa solo over.

3) Effetto ritardato “lungo” (LDTE) nei blocchi concentrati

Nelle strategie più avanzate (tipo “conjugate sequence”), l’idea è spingere forte su un target per settimane e poi sfruttare una fase di restituzione in cui la performance rimbalza. Le evidenze descrivono la long-term delayed training effect (LDTE): la durata può essere circa pari al blocco concentrato e può stare grossolanamente tra 4 e 12 settimane, in funzione di volume e recuperabilità individuale.

Di nuovo: utile da capire, non da copiare.

In practice

Qui l’obiettivo è: smettere di giudicare l’allenamento “a sensazione di giornata” e iniziare a leggerlo su un orizzonte compatibile con l’adattamento.

Step 1 — Scegli 1–2 indicatori, non 12

Examples:

  • 1–2 performance marker (es. 5RM squat, tempo su 1 km, ripetizioni tecniche a un certo carico)

  • 1 marker di “costo” (RPE globale della settimana, qualità del sonno, DOMS percepiti)

Se vuoi essere minimale, usa solo questo: performance + qualità del sonno.

Step 2 — Costruisci un microciclo “che scarica davvero”

Una forma semplice e spesso sufficiente:

  • 2–3 settimane di progressione (volume o intensità o densità)

  • 1 settimana di scarico

Scarico vuol dire meno stress totale, non “stesso stress ma più veloce”.

Step 3 — Allena duro, ma non confondere duro con caotico

Se il tuo problema è che spingi tanto e recuperi poco, la leva non è aggiungere esercizi. È gestire densità, frequenza e prossimità al cedimento.

Su questo tema, spesso “meno ma meglio” batte “più e sempre”: vedi Train less, get more.

Step 4 — Testa dopo lo scarico, non durante

Regola pratica:

  • se sei in pieno accumulo e i numeri scendono, non è automaticamente “programma sbagliato”

  • se dopo uno scarico sensato i numeri non risalgono mai, allora sì: va rivisto il blocco

Step 5 — Se vuoi usare l’effetto ritardato, devi proteggere il recupero

Non è romantico, ma è reale: sonno, stress e alimentazione modulano quanto “pulita” è la curva fatica → recupero.

Se qui sei fragile, vai a consolidare le basi prima di fare programmazioni avanzate.

Segnali da osservare (e quando fermarsi)

Segnali compatibili con “fatica gestibile”

  • performance altalenante ma non in caduta libera

  • DOMS presenti ma non invalidanti

  • fame e sonno “normali”

  • umore un po’ più irritabile, ma recupera nello scarico

Segnali che ti dicono “stai andando oltre”

  • calo netto e continuo delle performance per 2–3 sedute simili

  • sonno che peggiora (addormentamento, risvegli, non recuperi)

  • dolore articolare o tendineo crescente

  • apatia, ansia, irritabilità che non si risolve con 3–5 giorni più leggeri

Se ti riconosci qui, la mossa non è stringere i denti: è ridurre carico, rimettere ordine e, se serve, farti seguire.

FAQ su Effetto ritardato dell’allenamento

“Se oggi sto peggio, vuol dire che mi sto allenando bene?”
No. “Peggio” può voler dire anche: poco sonno, troppo stress, tecnica sporca, volume fuori scala. L’effetto ritardato spiega un pezzo del puzzle: non è una giustificazione universale.

“Quanto deve durare uno scarico?”
Spesso 5–10 giorni bastano, ma dipende da quanto hai accumulato. L’obiettivo è vedere scendere il ‘rumore’ della fatica e riemergere i segnali buoni.

“Ogni quanto ha senso cambiare programma?”
Se cambi troppo spesso, non consolidi. Se non cambi mai, stagnazione. Una regola utile è ragionare su blocchi di qualche settimana 4–6), con un criterio di valutazione “post-scarico”.

“Questo vale anche se non sono un atleta?”
Sì, ma in versione più semplice: il tuo obiettivo non è spremere l’adattamento massimo, è costruire allenamento sostenibile. Per te la priorità è evitare che la fatica “invada” il resto della vita.

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Esamina Oukside: Never Diet (e perché cito Examine)

Quando hai solo il martello della dieta, tutto diventa un chiodo. Ecco come usare Never Diet per non incastrarti.

Anni fa mi è arrivata una newsletter di Examine.com con una frase che sembra una battuta, ma è un test psicologico travestito da proverbio: quando hai solo un martello, tutto ciò che vedi assomiglia a un chiodo.

In ambito fitness quel “martello” è quasi sempre lo stesso: la dieta.

Hai stress? Dieta.

Dormì male? Dieta.

Hai meno energie? Dieta.

Ti senti gonfia/o? Dieta.

Ti alleni male? Dieta.

Poi magari la dieta funziona… per un po’. E a un certo punto smette. Non perché tu sia “sbagliata/o”, ma perché stai chiedendo a un solo strumento di risolvere un problema che, nella vita reale, è fatto di più pezzi.

Questo articolo serve a due cose:

  1. chiarire cosa c’entra davvero Examine con Oukside (e cosa non c’entra);

  2. farti capire perché Never Diet non è “anti-dieta” per moda: è anti-martello.

Prima cosa: “Esamina” qui è un verbo

Sì, esiste Examine.com. È un sito in Inglese di sintesi evidence-based su nutrizione e integrazione.

Qui però “esamina” è l’imperativo del verbo: guardiamo dentro. Mettiamo sul tavolo ciò che conta davvero e togliamo il rumore.

Quindi: non devi “iscriverti a Examine” per capire Oukside. Ti sto solo facendo vedere un esempio di mentalità editoriale che ci piace: meno hype, più struttura.

Cosa c’entra Examine con Never Diet

Examine non è “un metodo per dimagrire”. È un modo di ragionare: prendere un argomento, masticare la letteratura, restituire una sintesi utile e non ideologica.

La newsletter che citavo dice, in sostanza, una cosa che in Oukside ripetiamo da anni: è facile credere che una dieta perfetta risolva tutto, perché è misurabile, controllabile e ti dà l’illusione di avere il volante in mano. Ma se concentri tempo ed energie solo lì, lasci indietro sonno, stress, relazioni, abitudini… e poi ti chiedi perché il sistema non regge.

Never Diet nasce proprio per evitare questo errore di impostazione.

Il martello della dieta: perché ci caschiamo

Ci caschiamo perché il “cibo” è un oggetto perfetto per il controllo.

  • lo tocchi 3–5 volte al giorno;

  • lo puoi quantificare;

  • puoi trasformarlo in regole;

  • ti dà un feedback rapido (sulla bilancia, sul gonfiore, sulla fame).

E allora succede la trappola: inizi a ottimizzare il cibo mentre il resto peggiora. In quel momento, qualsiasi progressione diventa fragile.

Se vuoi vedere questo concetto dal lato “kcal e termodinamica, ma senza feticismo dei numeri”, qui c’è il pezzo che fa da base: The Calorie Project.

Never Diet: un sistema per non fissarti su una sola leva

Never Diet non è un’altra dieta. È una mappa.

Invece di chiederti “che dieta devo fare?”, ti chiede:

  • come ti nutri (senza rinunce inutili);

  • come ti muovi (senza punirti);

  • come recuperi e gestisci stress e sonno;

  • come vivi le cose che ti piacciono (senza modalità ON/OFF).

È la differenza tra aggiustare una vite e aggiustare un impianto.

Se vuoi vedere la mappa completa (Aree e Fattori), è qui: Metodo Never Diet.

Due idee chiave che cambiano tutto

1) Ritorni decrescenti

All’inizio, migliorare la dieta dà risultati enormi con poco sforzo: inizi a strutturare i pasti, riduci il caos, scegli meglio, gestisci le quantità.

Poi, più cerchi il “perfetto”, più lo sforzo cresce e il guadagno si assottiglia. A quel punto molte persone reagiscono nel modo peggiore: stringono ancora di più.

Non è disciplina: è un vicolo cieco.

2) Vantaggi marginali

Quando il sistema è già “decente”, spesso vale più:

  • un piccolo miglioramento su più leve

che

  • un grande miglioramento su una sola leva.

Non perché la dieta non conti. Ma perché gli altri pezzi possono sabotare o amplificare ciò che fai nel piatto.

Esempi molto concreti:

  • se dormi male, gestire fame e craving diventa più difficile;

  • se sei cronicamente stressata/o, l’allenamento tende a diventare o punizione o salto continuo;

  • se vivi in modalità “tutto o niente”, anche la dieta migliore diventa un interruttore.

Se vuoi iniziare dal pezzo più “bloccante” spesso è FEEL: stress e fatica e dormi meglio stanotte.

Come si usa davvero Oukside (senza trasformarlo in un altro martello)

Qui sotto c’è un mini-protocollo pratico. Non è “motivazionale”: è operativo.

Step 1 — Fai una fotografia, non una sentenza

Dai un voto da 1 a 9 a questi quattro aspetti:

  • nutrizione (struttura dei pasti, non perfezione);

  • movimento (quanto ti muovi e come ti alleni);

  • recupero (sonno e stress);

  • vita reale (abitudini, piacere, socialità, ritmo).

Non devi “sentirti male” se un numero è basso. Devi solo capire dove si sta rompendo il sistema.

Step 2 — Scegli la leva più bloccante

Non quella che ti piace di più. Quella che, se la porti da 4 a 6, ti libera energie per tutto il resto.

Spesso è una di queste:

  • pasti troppo liquidi o troppo caotici;

  • allenamento troppo aggressivo o troppo casuale;

  • sonno e stress lasciati a “quando c’è tempo”;

  • gestione degli sfizi solo con divieti.

Per l’ultima, qui c’è la guida “vita reale”: pasto libero, vacanze e flessibilità.

Step 3 — Applica un principio per 7–14 giorni

Un solo principio. Non dieci.

Examples:

  • costruire 2 pasti “base” ripetibili;

  • fare 2 sedute essenziali e camminare ogni giorno;

  • proteggere un’ora di sonno prima di “ottimizzare la dieta”;

  • rendere gli sfizi intenzionali, non incidenti.

Se ti serve la base alimentare senza confusione: che cos’è “cibo vero”.

Step 4 — Misura con segnali, non con ideologia

I segnali buoni sono noiosi:

  • fame più ordinata;

  • energia più stabile;

  • allenamenti che non sembrano una guerra;

  • sonno meno fragile;

  • progressi che non ti costano la vita.

Se il tuo piano produce colpa, rigidità e ossessione, non è un piano: è un’altra dieta travestita.

E quindi, cosa te ne fai tu?

Se ti sei riconosciuta/o nel “martello della dieta”, fai questa cosa oggi:

  • scegli una sola leva fuori dal piatto (sonno, stress, allenamento, abitudini);

  • fai un micro-miglioramento che riesci a ripetere per 7 giorni;

  • poi torna al cibo con più lucidità.

Se vuoi partire in modo guidato e rapido, senza inventarti tutto da zero:
Inizia dal Never Diet Test

Frequently Asked Questions

Quindi la dieta non conta?
Conta. Ma non può essere l’unico martello. Se il resto del sistema è sotto stress, la dieta diventa fragile e intermittente.

Serve contare calorie?
No. Serve costruire struttura e segnali. Il conteggio può essere un tool temporaneo, non un’identità. Per la versione “seria” di questo discorso: The Calorie Project.

Devo lavorare su tutto insieme?
No. Parti dalla leva più bloccante. Un sistema migliora più in fretta quando smetti di “ottimizzare” e inizi a “sbloccare”.

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“Non mi piace la carne” o “Non mi piace la frutta”: è davvero possibile?

Se dici “non mi piace la carne” o “non mi piace la frutta”, spesso stai giudicando una categoria intera da 1–2 esperienze. Qui trovi princìpi chiari e un protocollo semplice per sbloccarla.

Quando dici “non mi piace la carne” o “non mi piace la frutta”, di solito non stai parlando di un singolo alimento. Stai parlando di una categoria enorme, con all’interno alimenti con consistenze, sapori, temperature e preparazioni completamente diversi tra loro.

Quindi la domanda vera non è: “mi piace o non mi piace?”. È: quale versione di quella categoria hai incontrato finora… e quanta libertà ti sei concessa/o di esplorare?

Per chi è / Per chi non è

Who is it for?

  • Se ti sei incastrata/o in 1–2 scelte “obbligate” (tipo pollo alla piastra o mela triste) e hai concluso che “tutto il resto non fa per me”.

  • Se ti accorgi che alcune categorie sono diventate un’etichetta (“io non sono una persona da…”).

  • Se vuoi allargare il menù senza farti un master in cucina.

Per chi non è (o va adattato)

  • Se la tua scelta di evitare la carne è etica o culturale: qui non si tratta di “convincerti”, ma di smettere di confondere valori con “non mi piace”.

  • Se sospetti allergie o reazioni importanti (orticaria, gonfiore, respiro difficile, vomito ripetuto): prima viene la sicurezza.

  • Se il tuo repertorio alimentare è molto ristretto e ti crea ansia o limita la vita sociale: può essere utile un supporto mirato.

In short

Dire “non mi piace la carne” spesso significa: “non mi piace quel taglio, quella cottura, quella consistenza, quel ricordo”.

Tre idee semplici che sbloccano tanto:

  • Categorie ≠ singoli alimenti. Se hai provato 3 cose non hai provato “la carne” o “la frutta”.

  • Texture batte teoria. Molte avversioni sono di consistenza (stopposo, molliccio, filamentoso), non di “nutrienti”.

  • Serve un protocollo, non motivazione. Piccole esposizioni ripetute e “a basso rischio” cambiano più cose di un grande sforzo una volta ogni tanto.

Se vuoi la lente più ampia su come usiamo le etichette alimentari senza trasformarle in morale, parti da qui: cos’è davvero il “cibo vero”.

Principles

1) Stai giudicando un mondo intero da un solo quartiere

“Carne” può voler dire: una tagliata rosa e succosa, uno spezzatino morbido, un ragù, una polpetta, del pesce, un prosciutto, un pollo, un’anatra. “Frutta” può voler dire: frutti acidi, dolci, croccanti, succosi, cremosi, freschi, cotti, congelati.

Se la tua esperienza è stata “petto di pollo stopposo” o “banana molliccia”, è normale che il cervello registri: “categoria = no”. Ma è un errore di generalizzazione.

2) Il problema spesso è la consistenza

Molte preferenze (e rifiuti) si muovono su queste leve:

  • succosità vs secchezza

  • tenero vs gommoso

  • croccante vs molliccio

  • caldo vs freddo

  • neutro vs intenso

La buona notizia è che la consistenza è manipolabile: taglio, cottura, tempi, condimento.

3) “Non mi piace” a volte è un pezzo di identità

Se un cibo è stato usato per controllarti (“devi finire tutto”), è facile che si carichi di significato. E quando un’etichetta diventa identità (“io non mangio…”), smetti di sperimentare.

Qui la mossa è tornare a una domanda concreta: “quale versione potrei tollerare (o apprezzare) senza combattere?”

What the evidence says

  • La preferenza alimentare è fortemente influenzata da esperienze e contesto: ricordi, pressioni, associazioni.

  • Nei lavori su selettività alimentare e neofobia emerge un pattern chiaro: più rigidità e meno esposizione, più il repertorio si restringe.

  • Le strategie di “esposizione ripetuta” (assaggi piccoli, ripetuti, in un contesto non punitivo) sono tra le più coerenti per aumentare accettazione nel tempo.

In practice

Qui sotto hai un modo molto pratico per “testare la categoria” senza trasformare tutto in un progetto infinito.

Step 0 — Chiarisci che tipo di “no” è

Scegli la frase che ti descrive:

  • “Non mi piace il sapore.”

  • “Non sopporto la consistenza.”

  • “Mi dà fastidio a livello digestivo.”

  • “Non la mangio per valori.”

  • “Mi fa venire in mente la dieta / un brutto periodo.”

Se non chiarisci questo, finirai per cercare soluzioni nel posto sbagliato.

Step 1 — Per la carne: cambia la variabile dominante (non il “macro”)

Se nella tua testa “carne = pollo secco”, il primo obiettivo non è trovare “la carne perfetta”. È trovare una versione tollerabile.

Tre ingressi facili:

  • Morbido e umido: spezzatino, brasato, ragù, polpette (la carne è “protetta” da liquidi e grassi).

  • Cottura breve e succosa: tagliata o hamburger non stracotti; taglio sottile, fuoco alto, poco tempo.

  • Carne come ingrediente, non protagonista: sugo, ripieni, tacos, bowl (sapori e texture sono più bilanciati).

Se vuoi evitare l’effetto “diet-food”, una regola semplice è: condisci come una persona normale. Sale, grassi, acidità (limone, aceto), spezie. Il problema spesso non è la carne: è la punizione culinaria.

Se invece la carne proprio non ti interessa, non devi forzarla: puoi coprire proteine e micronutrienti anche con alternative ben scelte. Parti da legumi: quando trattarli da carboidrati o da proteine e, se ti va, anche da quante uova a settimana: cosa regge davvero.

Step 2 — Per la frutta: cambia formato prima di cambiare frutto

Se la frutta ti dà fastidio per consistenza o “troppo dolce”, prova a cambiare il formato.

Opzioni che spesso sbloccano:

  • Frutta dentro qualcosa: yogurt greco, skyr, ricotta (la texture cambia e la dolcezza si “spalma”).

  • Frutta cotta: mela o pera con cannella; pesca o albicocca in padella; la frutta diventa più morbida e “dessert-like”.

  • Frutta congelata: frutti di bosco o mango in freezer (più “sorbetto” che frutto).

Sui succhi: se ti interessa davvero il tema “succhi sì/no”, e soprattutto la differenza tra succo industriale e frullato, vai qui: succhi di frutta: che problema c’è, davvero?.

Step 3 — Il protocollo “10 assaggi” (senza scervellarti)

Obiettivo: smontare l’etichetta “categoria = no” con micro-esperimenti.

  • Scegli 3 opzioni dentro la categoria (es. 3 tipi di frutta con texture diversa; 3 preparazioni di carne diverse).

  • Fai assaggi piccoli (non porzioni intere), 2–3 volte a settimana.

  • Ripeti per 2–3 settimane.

Regola d’oro: non devi “adorare” subito. Ti basta passare da “no” a “ok, questa la tollero”.

Step 4 — Costruisci una “scaffalatura” minima

Alla fine, ti servono poche scelte affidabili:

  • 2 opzioni di carne/pesce (o 2 alternative proteiche) che riesci a usare senza fatica.

  • 2 frutti che ti risultano facili (anche in versione cotta o congelata).

La libertà non è “mangio tutto”. È: non sono bloccata/o su due cibi tristi.

Segnali da osservare (e quando fermarsi)

Fermati e riconsidera se:

  • hai segnali compatibili con reazioni allergiche o sintomi importanti;

  • senti disgusto intenso e crescente (non semplice “non mi entusiasma”);

  • la tua selettività ti crea ansia o ti limita socialmente.

In questi casi la mossa intelligente è farti guidare: non per “forzarti”, ma per costruire esposizioni graduali e sicure.

FAQ su Carne e frutta come categorie

“Se non mi piace una categoria, devo ‘imparare’ a mangiarla?”
No. Devi solo evitare due trappole: trasformare una manciata di esperienze in una sentenza (“categoria = no”) e trasformare la categoria in identità (“io sono fatto così”). Se vuoi, esplori; se non vuoi, scegli alternative competenti.

“E se è solo questione di dieta passata?”
Succede spesso: alcuni alimenti diventano “cibo da punizione”. In quel caso non serve cambiare l’alimento: serve cambiare il contesto e la preparazione. È uno dei motivi per cui lavoriamo anche sulle etichette e sul ruolo dei cibi: cos’è davvero il “cibo vero”.

“La frutta ‘ha troppo zucchero’ quindi è normale evitarla?”
La frutta è una categoria ampia: cambia per densità energetica, fibra, sazietà e contesto. Se il problema è gestione fame/craving, spesso è più utile lavorare su quantità, timing e accoppiamenti (es. frutta dentro un pasto), non su divieti.

“La carne mi dà fastidio: che faccio?”
Prima distingui: è gusto/consistenza o è digestione? Se è consistenza, gioca su cottura e formato. Se è digestione e il problema è costante, valuta con un professionista. Nel frattempo puoi coprire bene le proteine con alternative: legumi, uova, latticini, pesce.

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Crescita personale tossica: come disintossicarti senza smettere di crescere

Come riconoscere quando la crescita personale diventa ansia e controllo, e come tornare a crescere con valori, azioni e segnali reali.

Se ti muovi online, la conosci: la sensazione di dover diventare “una versione migliore” di te stessa/o… ogni settimana. Un libro, un corso, una routine, un metodo, una community. E, se non lo fai, sembra che tu stia buttando via la vita.

Il paradosso è che la crescita personale esiste davvero. Solo che spesso non arriva da quello che consumi. Arriva da quello che fai: scelte, errori, allenamento, relazioni, lavoro, tempo libero. Vita.

Qui voglio mettere ordine in una confusione che, per struttura, assomiglia tantissimo alla cultura della dieta: un mercato che vende ansia e poi ti propone la cura. Se ti suona familiare, sì: è lo stesso meccanismo di cui parliamo quando smontiamo illusioni e dogmi in ambito fitness (se vuoi un parallelo diretto, leggi l’illusione della dieta).

Disciplina o effetto

Chiamiamo le cose con il loro nome.

  • Crescita personale come effetto: succede mentre vivi. Studi, fai sport, impari un mestiere, ti confronti, costruisci una relazione, ti prendi responsabilità. Non è sempre piacevole, ma è reale.

  • “Crescita Personale” come disciplina: quando diventa un settore con regole, guru, prodotti, promesse. Qui non sto dicendo che sia tutta fuffa. Sto dicendo che è facile che diventi tossica, perché ti sposta dal vivere al consumare.

È lo stesso fraintendimento che vedi nel fitness: la “massa muscolare” è un risultato; l’allenamento è il processo. Se inizi a comprare solo “contenuti sulla massa muscolare” senza allenarti, stai solo girando intorno al problema.

Quando diventa tossica

Ci sono tre meccanismi ricorrenti. Non devi “diagnosticarti” nulla: ti basta riconoscere il pattern.

1) Più consumo, meno vita

La versione tossica della crescita personale è spesso un loop:

  • senti un fastidio (insicurezza, stanchezza, confusione)

  • consumi contenuti per ridurlo

  • il contenuto ti apre nuovi standard (“dovresti fare di più”)

  • ti senti in difetto

  • consumi altro contenuto

È una forma elegante di evitamento: invece di stare in un’emozione e farci qualcosa, la anestetizzi con informazione e rituali.

Se ti interessa questo tema dal lato “evidenza senza fideismo” (cioè: quando l’idea di “scientifico” diventa fede, o marketing), puoi agganciare qui: evidenza senza fideismo.

2) Un “codice” unico al posto dei tuoi valori

Quando un approccio ti propone un manuale universale per vivere (routine, regole, frasi, rituali), il rischio è che tu inizi a misurarti sul codice, invece che sulla tua realtà.

Il punto non è “fare obiettivi” o “avere disciplina”. Il punto è a chi stai delegando la bussola.

A volte la tossicità è sottile: non ti dicono “fai così”, ma ti fanno sentire che se non lo fai, “non sei abbastanza”. E se vuoi un esempio pratico di come anche gli obiettivi possano diventare una trappola (quando sono formulati male), qui hai un pezzo collegato: obiettivi non così smart.

3) La community come anestetico

Cercare appartenenza è umano. Il problema è quando la community diventa un luogo in cui l’obiettivo non è capire, ma sentirsi parte.

Nel tempo può succedere una cosa strana: inizi a preferire il comfort del gruppo (consenso, incoraggiamento standardizzato, slogan) alla frizione sana del reale (feedback, contraddizioni, domande scomode).

Questo non significa “stare da soli”. Significa scegliere relazioni e contesti che reggono il confronto, non solo l’applauso.

Come filtrare in 60 secondi

Quando incappi nell’ennesimo contenuto “trasformativo”, prova questo filtro rapido. Non è filosofia: è igiene mentale.

Chiediti:

  1. Questo mi porta a fare una cosa concreta entro 24–72 ore, o mi spinge a consumare altro?

  2. Mi sta aumentando libertà e competenza, o controllo e ansia?

  3. Sto usando questo contenuto per evitare un’emozione o una decisione che non voglio prendere?

  4. Se smettessi di seguire questa fonte per un mese, la mia vita peggiorerebbe davvero… o mi calmerei?

  5. Qual è il costo–opportunità? (tempo, attenzione, energia, relazioni, sonno)

  6. Questa idea rispetta la mia realtà o richiede che io cambi identità per applicarla?

Se vuoi rendere il filtro ancora più pratico (e collegarlo alle decisioni quotidiane), puoi usare anche questo pezzo: consapevolezza pratica e decisioni.

Come disintossicarti nella vita reale

Qui non serve un “percorso”. Serve un reset semplice.

1) Metti un tetto al consumo

Per una settimana, dai ai contenuti un limite chiaro (tempo o giorni). E usa il tempo liberato per fare una cosa vera: allenarti, cucinare, camminare, dormire, sistemare una relazione, studiare.

Il principio è brutale: se non trovi tempo per vivere, non stai crescendo: stai compensando.

2) Trasforma le idee in esperimenti piccoli

Una regola: un’idea vale solo se diventa comportamento.

Scegli una sola cosa e testala per 7–14 giorni. Se non cambia nulla, scartala. Se cambia qualcosa, tienila.

3) Misura con segnali, non con slogan

La versione non tossica della crescita personale lascia tracce osservabili:

  • dormi un po’ meglio

  • hai meno frizione nel fare cose importanti

  • gestisci meglio stress e relazioni

  • ti senti più libera/o, non più “sotto esame”

Se invece aumentano colpa, rigidità e perfezionismo, non è crescita: è controllo travestito.

4) Riparti dai tuoi valori

Non “obiettivi”. Valori.

Un valore è una direzione (es. salute, cura, presenza, competenza). Un obiettivo è una tappa. Se stai male, spesso è perché stai inseguendo tappe che non hanno una direzione che ti appartiene.

5) Impara a dire “no” senza fare la guerra a nessuno

Disintossicarsi significa anche ridurre input inutili.

Se ti serve un ponte pratico su confini e assertività, eccolo: imparare a dire di no.

6) Scegli contesti che reggono il dissenso

Se una community non tollera domande, dubbi, contraddizioni, non è supporto: è manutenzione dell’illusione.

7) Quando serve un Professionista

Se quello che chiami “crescita personale” è in realtà un modo per gestire ansia, umore molto basso, traumi, o un malessere che si trascina da tempo, non serve un altro contenuto: serve un lavoro dedicato con il tuo Professionista di riferimento.

E quindi, cosa te ne fai tu?

Se vuoi una versione minimalista, eccola:

  • per 7 giorni riduci il consumo e aumenta l’azione

  • scegli un valore e un comportamento coerente

  • misura i segnali: libertà, energia, qualità della settimana

Se la “crescita” che stai seguendo ti rende più rigida/o, più colpevole, più dipendente dai contenuti, non è crescita. È un’altra forma di dieta.

Frequently Asked Questions

La crescita personale è tutta fuffa?
No. La tossicità nasce quando il consumo sostituisce l’esperienza e quando un codice esterno prende il posto dei tuoi valori.

Come capisco se un contenuto mi sta aiutando o mi sta drogando?
Se ti porta ad agire con più serenità e competenza, sta aiutando. Se ti spinge a consumare altro e aumenta ansia, colpa o controllo, sta drogando.

E se a me serve motivazione?
La motivazione è utile, ma è instabile. Se vuoi un risultato che dura, costruisci un sistema: piccoli comportamenti ripetibili e misurabili.

Cosa c’entra con il fitness e con Oukside?
È lo stesso pattern: promesse semplici, regole rigide, identità “da diventare”, colpa quando non riesci. Qui lo stiamo smontando fuori dal piatto e dalla palestra, ma il meccanismo è identico.

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Amenorrea ipotalamica: quando il ciclo si ferma fra dieta, stress e allenamento

Quando il ciclo si ferma fra dieta, allenamento e stress, non è solo un dettaglio. Guida pratica e sfumata su amenorrea ipotalamica e prossime mosse.

Ti alleni con costanza, tieni d’occhio quello che mangi, cerchi di “fare tutto bene”. A un certo punto, però, il ciclo si fa attendere. Prima qualche ritardo, poi mesi interi senza mestruazioni.

Da fuori potresti persino ricevere complimenti per la forma fisica. Dentro, invece, qualcosa non torna: ti senti più stanca, più rigida con il cibo, più incastrata nel pensiero “se rallento ingrasso”. E intanto il ciclo resta un grande assente.

Questa guida non serve a farti autodiagnosticare una patologia né a sostituire il lavoro con Ginecologo, Endocrinologo o il team che ti segue. Serve a leggere l’amenorrea ipotalamica come segnale, capire quando è il caso di muoverti, e arrivare alle visite con le idee più chiare su cosa sta succedendo fra energia, allenamento e stress.

Who it is for / Who it is not for

Who is it for?

  • Per te che hai perso il ciclo per almeno 3 mesi o hai cicli molto distanziati, in un periodo in cui hai cambiato dieta, allenamento o livello di stress.

  • Per chi si allena in modo intenso (palestra, corsa, sport estetici o di endurance) e ha iniziato a fare fatica a vedere il ciclo come qualcosa di “normale”.

  • Per chi è in percorso di dimagrimento o ricomposizione corporea e non vuole pagare il conto in salute ormonale, ossa e umore.

  • Per le persone che vogliono arrivare dal Professionista con domande migliori, invece che con solo “mi ridia il ciclo, per favore”.

Per chi non è

  • Per chi non ha mai avuto mestruazioni (amenorrea primaria): qui servono percorsi diagnostici specifici.

  • Per chi ha sanguinamenti anomali, dolore pelvico importante, sintomi acuti: in questi casi la priorità è parlare subito con il Medico o con il Pronto Soccorso dove vivi.

  • Per chi ha già una diagnosi complessa (endometriosi, patologie autoimmuni, tumori, ecc.): questa guida può aiutare a capire il quadro energetico e di stress, ma non sostituisce in alcun modo i piani concordati con il tuo team.

In short

L’amenorrea ipotalamica funzionale è una delle cause più frequenti di amenorrea secondaria in donne giovani: il ciclo si ferma non per un problema strutturale dell’utero o dell’ovaio, ma perché l’ipotalamo “tira il freno” sull’asse ormonale riproduttivo.

Di solito succede quando si combinano:

  • energia disponibile troppo bassa (mangi poco rispetto a quanto consumi);

  • allenamento o movimento molto impegnativi, senza recupero adeguato;

  • stress psicologico e ambientale alto e prolungato.

Nel breve periodo il corpo “sceglie” di investire energia sulle funzioni vitali (sopravvivenza) invece che sulla riproduzione. Nel medio-lungo periodo, però, questa situazione di ipoestrogenismo può avere conseguenze su ossa, salute cardiovascolare, umore, fertilità.

Questa guida ti aiuta a:

  • leggere il ciclo come vital sign, non come dettaglio opzionale;

  • capire come energia, allenamento e stress possono aver contribuito all’amenorrea;

  • arrivare dal Professionista con segnali, dati e domande più precise;

  • iniziare a ragionare su leve pratiche di cambiamento, sempre da integrare con chi ti segue.

Principles

1. Il ciclo mestruale è un segnale di salute, non solo “una scocciatura”

Il ciclo è una sorta di report mensile su come sta funzionando l’asse ipotalamo–ipofisi–ovaio, ma anche su come energia, stress e sonno si incastrano nella tua vita.

La letteratura considera il ciclo un vero e proprio segno vitale: cambiamenti importanti (cicli che si allungano oltre i 45 giorni, assenza di ciclo per 3 mesi o più in chi era regolare) meritano attenzione, non solo per la fertilità, ma per la salute generale.

2. “Ipotalamica” significa funzionale e reversibile, ma non banale

Si parla di amenorrea ipotalamica funzionale quando:

  • il ciclo si ferma per almeno 3 mesi in chi mestruava regolarmente;

  • non ci sono cause organiche evidenti (gravidanza, patologie strutturali, problemi tiroidei importanti, insufficienza ovarica, ecc.);

  • il blocco nasce da stress, restrizione energetica, esercizio fisico e/o eventi emotivi intensi.

“Funzionale” non vuol dire “irrilevante”: vuol dire che l’assetto ormonale è potenzialmente reversibile correggendo i fattori di contesto. Ma nel frattempo, estrogeni bassi possono impattare ossa, apparato cardiovascolare, umore.

3. Le tre leve chiave: energia, allenamento, stress

Gli studi convergono su tre grandi fattori che, spesso insieme, mandano in tilt l’asse riproduttivo:

  • Energia disponibile: mangi troppo poco rispetto a quanto consumi. Lo stesso peso sulla bilancia può nascondere una cronica “bolletta energetica” in rosso.

  • Allenamento e movimento: aumenti volume, intensità o frequenza di allenamenti (o di lavoro fisico) senza aumentare energia, sonno e recupero.

  • Stress psicologico: periodi di forte pressione emotiva, controllo rigido su corpo e prestazioni, perfezionismo, vissuti traumatici.

Spesso non è “una sola cosa” ma la somma: dimagrimento rapido, aumento di allenamento, carico mentale e sonno scarso che si accumulano nel tempo.

4. Non è solo una questione di peso sulla bilancia

Molte persone con amenorrea ipotalamica hanno un BMI considerato “normale”. Il problema non è soltanto quanto pesi, ma come ci sei arrivata e come stai mantenendo quel peso.

  • se per restare lì devi costantemente mangiare poco e muoverti molto, la tua energia disponibile potrebbe essere troppo bassa;

  • puoi avere un peso “ok” ma ossa fragili, sonno scarso, ciclo assente.

Ridurre tutto a “sei troppo magra” o “sei ancora troppo pesante” è un modo molto povero di leggere un sistema complesso.

5. Amenorrea ipotalamica, Triade dell’atleta e RED-S

Nelle sportive – anche non professioniste – l’amenorrea ipotalamica spesso si inserisce in quadri descritti come Triade dell’atleta e Relative Energy Deficiency in Sport (RED-S):

  • Triade dell’atleta: bassa energia disponibile, disfunzioni mestruali, ridotta densità minerale ossea.

  • RED-S: quadro più ampio in cui la bassa energia impatta non solo ciclo e ossa, ma anche immunità, performance, umore, metabolismo.

Non serve essere un’atleta olimpica: lo stesso schema può comparire in chi fa tanta attività in palestra, corre molto o accumula ore di movimento in un corpo già sotto-fuelled.

6. È reversibile, ma il tempo conta

Una buona notizia: nella maggior parte dei casi l’amenorrea ipotalamica è reversibile lavorando su energia, allenamento e stress con un team dedicato.

Meno buona: più a lungo resti in ipoestrogenismo, più aumentano i rischi per ossa, apparato cardiovascolare e salute mentale.

Il senso non è spaventarti, ma darti un messaggio chiaro: non aspettare anni sperando che “prima o poi torni da sola” mentre continui a vivere come se niente fosse. Prima ti muovi con chi ti segue, meglio puoi proteggere il futuro del tuo corpo.

What the evidence says

Una diagnosi di esclusione

Le linee guida internazionali considerano l’amenorrea ipotalamica funzionale una diagnosi di esclusione: prima vanno escluse altre cause di amenorrea (gravidanza, patologie tiroidee, iperprolattinemia, insufficienza ovarica primaria, sindrome dell’ovaio policistico, cause anatomiche, ecc.).

Per questo il percorso standard include:

  • anamnesi accurata su peso, dieta, esercizio, stress, farmaci, storia mestruale;

  • visita clinica e ginecologica;

  • esami del sangue mirati (assetto ormonale, tiroide, prolattina…);

  • eventuali approfondimenti strumentali, se indicati.

La diagnosi non è mai fai-da-te e non può basarsi su “ho perso il ciclo, quindi è per forza amenorrea ipotalamica”.

Il ruolo di energia disponibile, esercizio e stress

Gli studi mostrano come restrizione calorica, perdita di peso, esercizio intenso e stress psicologico possano ridurre il drive del GnRH ipotalamico, abbassando LH e FSH e portando ad anovulazione e amenorrea.

In pratica:

  • se l’energia che introduci non è sufficiente per coprire metabolismo di base + movimento + funzioni vitali, il corpo sposta risorse lontano dalla riproduzione;

  • allenamenti intensi e frequenti senza recupero aumentano lo stress fisiologico e la richiesta energetica;

  • stress mentali ed emotivi prolungati possono sommare il loro effetto su asse ipotalamo–ipofisi–surrene e riproduttivo.

Il quadro è quello di un organismo che, di fronte a “carestia” e pressione, mette in pausa il ciclo come strategia di risparmio.

Conseguenze a medio-lungo termine

La prolungata carenza di estrogeni in età fertile non riguarda solo il fatto di non avere mestruazioni:

  • Ossa: aumento del rischio di ridotta densità minerale, osteopenia, osteoporosi e fratture da fragilità, specialmente se l’amenorrea compare in adolescenza o prima dei 30 anni.

  • Apparato cardiovascolare: profilo di rischio meno favorevole (lipidi, pressione, funzione endoteliale) rispetto a coetanee con ciclo regolare.

  • Salute mentale: associazioni con ansia, depressione, peggior percezione di sé.

  • Fertilità: assenza di ovulazione e difficoltà a concepire finché l’asse non viene ripristinato.

Per questo le linee guida insistono su un approccio multidisciplinare che non si limita a “far tornare un po’ di spotting”, ma guarda a salute scheletrica, cardiovascolare, psicologica e riproduttiva.

Interventi: stile di vita prima, terapia quando serve

In molte situazioni il primo passo raccomandato è intervenire su energia, allenamento e stress:

  • aumentare l’energia disponibile (più introito, meno dispendio, o entrambi);

  • ridurre intensità/volume di allenamenti e, se serve, inserire fasi di scarico più frequenti;

  • lavorare su stress e rapporto con cibo, corpo, performance (anche con supporto psicologico dedicato).

Se dopo un periodo adeguato di lavoro su questi aspetti il ciclo non torna o ci sono rischi importanti per ossa e salute generale, entra in gioco la valutazione di terapie ormonali mirate e, quando desiderato, percorsi per la fertilità. Tutto questo, sempre, in mano al team medico.

In pratica: cosa puoi fare tu

1. Riconosci quando è il momento di fermarti e parlarne

Alcuni segnali che meritano attenzione medica precoce:

  • ciclo assente da 3 mesi o più in chi era regolare, oppure cicli che si allungano oltre i 45 giorni in modo ripetuto;

  • amenorrea comparsa dopo perdita di peso, cambio drastico di dieta o aumento importante dell’allenamento;

  • sintomi associati come fratture da stress, dolori ossei, senso di debolezza marcata, capogiri, episodi sincopali, cali importanti della performance.

Se ti riconosci, il primo passo non è “aggiustare la dieta da sola”, ma parlarne con il Professionista di riferimento (Medico di base, Ginecologo, Endocrinologo, Nutrizionista/Clinico e, se/quando serve, Psicoterapeuta).

2. Porta dati, non solo paura

Per aiutare chi ti segue a capire il quadro, può essere utile arrivare alla visita con alcune informazioni raccolte nelle settimane precedenti:

  • da quanto tempo il ciclo è irregolare o assente, con date approssimative;

  • come sono cambiati negli ultimi mesi peso, abitudini alimentari, allenamento, sonno, stress lavorativo o personale;

  • eventuali sintomi associati (stanchezza, calo forza, dolori ossei, sbalzi d’umore, disturbi del sonno);

  • farmaci o integratori che stai assumendo.

Sono informazioni che spesso non emergono in 5 minuti di visita se non le hai già messe a fuoco.

3. Rivedi energia e allenamento con obiettivi diversi

Dopo la diagnosi, una parte importante del lavoro – da costruire con il tuo team – riguarda come mangi e come ti alleni.

Alcune direzioni tipiche, da adattare al singolo caso:

  • aumentare progressivamente l’introito energetico, dando spazio a cibi veri e a una distribuzione sensata di carboidrati, proteine e grassi (qui possono aiutarti guide come “The Calorie Project”, “Cosa intendiamo per cibo vero” e “Flessibilità metabolica”);

  • ridurre per un periodo volume e/o intensità degli allenamenti più tassanti, inserendo più spazio per recupero, sonno e attività a basso impatto;

  • evitare “correzioni fai-da-te” tipo aumentare ancora cardio o tagliare intere categorie di alimenti per restare allo stesso peso mentre cerchi di far tornare il ciclo.

L’obiettivo non è “il trucco per far tornare il ciclo senza cambiare niente”, ma ricostruire un ambiente interno in cui il corpo non debba scegliere fra sopravvivere e riprodursi.

4. Lavora sul rapporto con corpo, controllo e performance

Spesso l’amenorrea ipotalamica non nasce solo da numeri sbagliati, ma da storie di controllo, perfezionismo e paura di mollare la presa.

Può aiutare:

  • rivedere le tue aspettative su peso, estetica, prestazione sportiva;

  • distinguere tra allenarti per stare bene e vivere meglio e allenarti per “meritarti” il cibo o anestetizzare altro;

  • usare strumenti di gestione dello stress e della fatica che non siano solo “spingere ancora” (qui puoi prendere spunti da guide come “Stress, relax, adapt” e “Gestione di stress e fatica”).

In molti casi, un percorso psicologico specifico fa la differenza nel mantenere il cambiamento nel tempo.

5. Proteggi le ossa e il futuro, non solo il presente

Se l’amenorrea va avanti da tempo, è probabile che il team che ti segue voglia valutare anche la salute delle ossa (per esempio con una densitometria) e, se necessario, integrare con vitamina D, calcio e, in alcuni casi selezionati, terapie ormonali ad hoc.

Anche qui, il punto non è “tappare il buco” per qualche mese, ma prevenire problemi che potrebbero emergere molti anni dopo, quando non collegheresti più quella fase di ciclo assente alla frattura o al dolore che ti ritrovi.

Segnali da osservare (e quando fermarti davvero)

Segnali che stai andando nella direzione giusta

  • Il ciclo ricompare o inizia a essere meno irregolare (anche con qualche fase di assestamento).

  • I livelli di energia quotidiana migliorano, ti senti meno “svuotata” e più stabile.

  • Le performance in allenamento risalgono dopo una fase di aggiustamento.

  • Ti è più facile mangiare in modo adeguato senza sentirti in colpa ogni volta che aumenti le porzioni.

  • Il dialogo con chi ti segue è più aperto e basato su dati, non solo sulla richiesta “far tornare il ciclo”.

Segnali che richiedono stop e aiuto immediato

  • Amenorrea da molti mesi senza alcun percorso medico in corso.

  • Sintomi importanti: sincopi, capogiri frequenti, palpitazioni, dolore toracico, dispnea, dolore osseo intenso o fratture con traumi minimi.

  • Calo ponderale rapido e marcato, restrizioni alimentari sempre più rigide, paura intensa di mangiare o di ridurre l’esercizio.

  • Pensieri autolesivi o quadro depressivo marcato.

In questi casi, la priorità non è gestire l’allenamento o la dieta da sola, ma cercare aiuto medico e psicologico quanto prima.

FAQ “Amenorrea ipotalamica”

Se mi alleno molto e il ciclo sparisce, devo smettere di allenarmi?
Non è detto che tu debba smettere del tutto, ma in molti casi è necessario ridurre per un periodo intensità e volume, rivedere la distribuzione degli allenamenti e aumentare energia e recupero. Il punto è che l’assetto attuale non è sostenibile. La decisione va presa con chi ti segue, tenendo conto della tua situazione clinica, del quadro osseo e degli obiettivi.

Posso avere amenorrea ipotalamica anche con un peso “normale”?
Sì. L’amenorrea ipotalamica riguarda soprattutto energia disponibile, stress e allenamento, non solo il numero sulla bilancia. Puoi avere un BMI nella norma e comunque essere cronicamente sotto-nutrita rispetto a quello che chiedi al tuo corpo.

Quanto tempo ci mette il ciclo a tornare?
Dipende da quanto a lungo è stato assente, da quanta energia riesci a rimettere in circolo, da come si aggiustano allenamento e stress e dalla presenza di altre condizioni associate. In alcune persone il ciclo torna in pochi mesi, in altre richiede più tempo. Qui è fondamentale avere un follow-up con il tuo team per monitorare anche ossa, sintomi e, se serve, aggiustare la terapia.

La pillola che “fa tornare il ciclo” risolve il problema?
La pillola può avere senso per contraccezione o per motivi specifici valutati dal medico, ma non è un indicatore affidabile che il problema sia risolto: spesso genera un sanguinamento da sospensione che non corrisponde a un ciclo spontaneo né a un recupero dell’asse ipotalamo–ipofisi–ovaio. Per proteggere davvero salute e ossa, serve comunque lavorare su energia disponibile, allenamento e stress insieme al team.

Amenorrea ipotalamica e desiderio di gravidanza: è compatibile?
L’amenorrea ipotalamica è legata a anovulazione, quindi finché persiste rende difficile concepire. Non è però una condanna definitiva: esistono percorsi specifici, dai cambiamenti di stile di vita alle terapie di induzione dell’ovulazione o di procreazione medicalmente assistita, che vanno valutati insieme a ginecologo ed endocrinologo in base alla tua situazione clinica e alla storia del tuo ciclo.

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Mangiare di più, mangiando di meno: aumenta il peso senza ingolfarti

Guida pratica per aumentare calorie e proteine senza raddoppiare il volume dei pasti. Densità energetica, trucchi concreti e segnali da monitorare.

Se il tuo problema non è dimagrire ma mettere su peso e massa muscolare, probabilmente ti sei sentita/o dire mille volte “mangia di più”.

Facile da dire. Meno da fare quando:

  • ti senti piena/o dopo pochi bocconi;

  • lavori o studi molto e hai poco tempo per mangiare;

  • segui approcci come il digiuno intermittente e hai finestre ridotte in cui inserire tutto;

  • appena provi ad aumentare le porzioni ti senti solo gonfia/o, appesantita/o, “ingolfata/o”.

Qui non parliamo di “spingere a caso sulle calorie”, ma di aumentare la densità energetica dei piatti: più energia e nutrienti, senza riempire lo stomaco fino all’orlo e senza trasformare la dieta in un festival di junk food.

Questa guida è un satellite pratico rispetto al protocollo per ectomorfi di Oukside: se ti riconosci in chi fa fatica a mangiare abbastanza, puoi usarla insieme alla guida su come mettere massa da ectomorfo e agli articoli su cibo vero e bilancio energetico.

Who it is for / Who it is not for

Who is it for?

  • Per te che fai fatica a prendere peso o massa muscolare, anche allenandoti.

  • Per chi ha appetito limitato, si sazia presto o si sente facilmente “ingolfata/o” se prova ad aumentare il volume dei pasti.

  • Per chi ha aumentato carichi o volume di allenamento e deve adeguare introito energetico e proteico.

  • Per chi segue finestre alimentari ridotte (es. digiuno intermittente) e ha bisogno di concentrare meglio l’energia nei pasti.

Per chi non è

  • Per chi ha come obiettivo principale dimagrire o ridurre la massa grassa: in questo caso ha più senso partire da guide come “The Calorie Project” o “Flessibilità metabolica”.

  • Per chi ha patologie complesse, malnutrizione clinica o condizioni che richiedono piani nutrizionali specifici: qui servono percorsi dedicati con il Professionista che ti segue.

  • Per chi cerca l’alibi per “mangiare male a volontà”: qui parliamo di strumenti mirati, non di scuse per ignorare segnali e contesto.

In short

Se fai fatica a mangiare abbastanza per sostenere allenamento e obiettivi di peso, il problema spesso non è la forza di volontà, ma come sono costruiti i tuoi piatti.

In questa guida vediamo come:

  • usare il concetto di densità energetica (energia per grammo di cibo) a tuo favore;

  • aumentare calorie e proteine senza aumentare troppo il volume dei pasti;

  • “sporcare” la dieta in modo intelligente, senza trasformarla in un’abbuffata continua;

  • coordinare queste strategie con allenamento e vita reale.

L’obiettivo non è farti vivere con creme, salse e biscotti, ma rendere più densi i piatti che hai già, aggiungendo leve mirate nelle giornate in cui ti servono.

Principles

1. Ti sazi più per volume che per calorie

Il senso di pienezza che senti a fine pasto dipende molto dal volume di cibo nello stomaco e da quanto devi masticare, non solo dalle calorie.

A parità di sensazione di “piatto pieno”, un pasto può portare molte più o molte meno chilocalorie a seconda di quanta acqua, fibre e grassi contiene. Per questo chi tende a scegliere sempre piatti molto voluminosi e ricchi di fibra, ma poveri di energia, può pigiare poco sull’acceleratore delle calorie anche se “mangia tanto” a occhio.

2. Energia densa sì, ma con nutrienti veri

Aumentare la densità energetica non significa vivere di junk food.

Il punto è spostare una parte della dieta verso alimenti che sono sia energetici che nutrienti: grassi di buona qualità, latticini, frutta secca, cereali meno diluiti, metodi di cottura che non annacquano troppo il cibo.

I cibi ultraprocessati ad alta palatabilità (snack industriali, dolciumi vari) possono essere strumenti da usare in piccole dosi e nei momenti sensati (per esempio, intorno all’allenamento), non il pilastro della dieta.

3. Densità prima di aggiungere volume

Se fai fatica a mangiare, è inutile partire raddoppiando le porzioni.

Prima lavora su come è costruito il piatto:

  • aggiungi condimenti grassi;

  • scegli tagli di carne o pesce un po’ più grassi;

  • riduci leggermente le parti “solo volume” (es. verdure molto acquose dentro il piatto principale) spostandole in altri momenti della giornata.

Solo dopo, se serve, aumenti il volume complessivo.

4. Il contesto conta: non tutti i giorni sono uguali

Non hai bisogno di mangiare allo stesso modo tutti i giorni.

  • Nei giorni di allenamento, soprattutto se intensi, ha senso concentrare una parte degli alimenti più densi vicino al workout.

  • Nei giorni di lavoro molto impegnativi, può tornare utile puntare su pasti semplici ma ben fortificati, che richiedono poca logistica.

  • Nei giorni di decompressione, puoi tenere piatti un po’ meno densi, ascoltando fame e sazietà.

La densità energetica è una leva che puoi modulare a seconda della giornata, non un interruttore on/off.

5. Segnali e performance prima dei numeri

Puoi usare app, pesate e conteggi come riferimento, ma non puoi ridurre tutto a formule.

Nel tempo, quello che conta davvero è:

  • come ti senti durante e dopo i pasti;

  • come ti alleni e recuperi;

  • come si muovono peso, circonferenze e performance.

Se sei ossessionata/o dai numeri ma ti senti sempre piena/o, gonfia/o e svogliata/o, la priorità non è spingere ancora sulle calorie, ma ripensare qualità e distribuzione di quello che mangi.

What the evidence says

Densità energetica e introito

La densità energetica è l’energia per grammo di cibo. A parità di peso del pasto, piatti più densi portano più chilocalorie.

Studi controllati mostrano che quando le persone mantengono simile il peso del cibo mangiato, pasti a maggiore densità energetica aumentano l’introito calorico, mentre pasti a densità più bassa lo riducono, anche se la sensazione di pienezza percepita è simile.

In pratica: se riempi il piatto con cibi molto acquosi e poveri di energia, tenderai ad assumere meno calorie rispetto a piatti visivamente simili ma più densi.

Strategie “food first” per chi deve aumentare l’introito

Nella gestione della sotto-nutrizione o del sotto-peso, molte linee guida cliniche propongono prima un approccio “food first”: fortificare i piatti con alimenti ad alta densità energetica (grassi, latticini, salse, frutta secca), prima ancora di ricorrere a supplementi in bevanda. Questa strategia può aumentare l’introito fino a un buon 20–30% in più senza aumentare troppo il volume percepito.

Per casi clinici complessi esistono prodotti specifici (“oral nutritional supplements”), ma nei contesti di vita quotidiana e sport spesso è sufficiente lavorare sui piatti di tutti i giorni.

Palatabilità, combo grassi-carboidrati e appetito

L’appetito non dipende solo dalle calorie: contano molto palatabilità dei cibi, combinazione di macronutrienti, velocità con cui mangi.

Alcuni studi suggeriscono che cibi con combinazioni bilanciate di grassi e carboidrati e sapori intensi aumentano il desiderio di mangiare e il “reward” percepito, mentre texture che ti costringono a mangiare lentamente tendono a ridurre l’introito.

Questo è un coltello a doppio taglio:

  • per chi tende a mangiare troppo, questi stimoli vanno dosati;

  • per chi fatica a mangiare abbastanza, possono essere strumenti utili se inseriti in modo mirato e non lasciati liberi di colonizzare tutta la dieta.

In pratica: aumentare la densità senza ingolfarti

1. Verifica che ti serva davvero

Prima di correre a “sporcare” la dieta, chiediti:

  • Ho davvero bisogno di aumentare peso o massa muscolare?
    Se sei già in un range sano e ti senti bene, forse il problema non è “mangiare di più”, ma come ti alleni o come stai leggendo il tuo corpo.

  • Quali sono i miei segnali attuali?
    Fai un check su: energia, performance, fame, recupero, sonno.

Se non sei sicura/o, può essere utile confrontarti con chi ti segue o usare guide come “Ectomorfo: come mettere massa” per capire dove ti posizioni.

2. Rendi più densi i piatti che già mangi

Parti dai piatti che fai più spesso e chiediti: come posso aggiungere energia senza raddoppiare il volume?

Alcuni esempi pratici:

  • aggiungi olio extra, burro o ghee a fine cottura su pasta, riso, verdure, legumi;

  • scegli latticini interi (yogurt intero, formaggi a media stagionatura) invece delle versioni “magre”;

  • aggiungi frutta secca e semi a yogurt, insalate, piatti unici;

  • usa pane, focaccia o patate come base di accompagnamento ai secondi invece di riempire tutto con sola verdura;

  • non lesinare su parmigiano, pesto, maionese di qualità, hummus come condimenti aggiuntivi.

Sono tutti modi per alzare la densità energetica senza stravolgere il piatto.

3. Gestisci le verdure con criterio

Le verdure restano importanti, ma se ti riempiono troppo:

  • evita il mantra “verdure a sazietà” dentro il pasto principale;

  • pensa alle verdure come contorno o come snack separato, non come base che occupa tutto il piatto;

  • usa verdure cotte e condite in modo generoso quando vuoi aumentare un po’ la densità, oppure crude croccanti in porzioni più piccole lungo la giornata.

L’obiettivo non è togliere le verdure, ma non usarle per riempire tutto il volume quando il tuo problema è mangiare troppo poco.

Se ti mancano idee pratiche per farle “funzionare” senza riempirti, qui trovi una guida semplice: Come cucinare le verdure.

4. Scegli carboidrati più densi (e quando alleggerirli)

Se hai uno stomaco “piccolo” o fai poche occasioni di pasto, conviene che i carboidrati che scegli siano abbastanza densi:

  • riso, pasta, pane, patate, prodotti da forno semplici;

  • frutta essiccata o disidratata in piccole porzioni.

Puoi usare versioni più “sporche” (ad esempio prodotti da forno dolci o cioccolato) intorno all’allenamento, quando il corpo tollera meglio un carico di carboidrati e grassi.

Nei momenti in cui senti di essere già piena/o o stanca/o, punta su carboidrati più semplici e facilmente digeribili, evitando combinazioni che ti appesantiscono troppo.

5. Usa la “sporcatura” in modo intelligente

“Sporcare” la dieta non significa buttare via tutto e vivere di junk.

Significa, per esempio:

  • trasformare un piatto “perfettino” in un piatto un po’ più ricco aggiungendo formaggi, salse, condimenti;

  • scegliere ogni tanto un dessert calibrato come parte del pasto, non come extra infinito;

  • inserire 1–2 volte a settimana un pasto volutamente più denso in giorni di allenamento intenso.

L’idea è che questi alimenti giocano nella tua squadra, non la sabotano. Il contesto (quanti, quando, in che quadro) fa la differenza.

6. Liquidi e semi-liquidi: quando possono aiutare

Se ti sazi molto con i cibi solidi, puoi usare cibi semi-liquidi o liquidi per veicolare calorie:

  • smoothie con yogurt intero, frutta, miele, frutta secca frullata;

  • creme di verdura arricchite con olio, panna o formaggio;

  • bevande caloriche sensate (per esempio latte intero o bevande proteiche ragionate).

Non è obbligatorio, e non serve riempirsi di bibite zuccherate, ma in alcune fasi possono essere strumenti comodi.

7. Incastra il tutto con allenamento e cicli di carico

Tutte queste strategie funzionano meglio se inserite in un quadro di:

  • allenamento di forza strutturato, con progressione chiara;

  • cicli di carico e recupero sensati (vedi anche “Stress, relax, adapt”);

  • sonno decente e gestione dello stress.

Se cerchi di mangiare di più ma alleni poco i muscoli o ti alleni in modo caotico, rischi semplicemente di spostare la bilancia senza costruire la forma fisica che ti interessa.

Pasti principali e snack: da cosa dipende?

Prima di decidere se puntare su molti snack o soprattutto sui pasti principali, guarda come reagisci nella pratica:

  • se gli spuntini ti tolgono così tanta fame da arrivare ai pasti principali senza appetito, ha più senso concentrare l’energia sui pasti principali, rendendoli un po’ più densi e usando gli snack solo quando servono davvero;

  • se invece i pasti principali più abbondanti ti danno nausea, pesantezza o difficoltà digestive, meglio spezzare: pasti leggermente più leggeri e 1–2 snack calorici ma piccoli distribuiti nella giornata;

  • se fai fatica sia ad aumentare i pasti sia ad aggiungere snack, la leva principale resta come sono costruiti i piatti: più alimenti densi, meno volume “vuoto” e, se serve, l’aiuto di preparazioni semi-liquide come smoothie e frullati poveri di fibra ma ben fortificati.

Non esiste uno schema giusto in assoluto: l’importante è che la struttura che scegli ti permetta di mangiare abbastanza senza sentirti costantemente ingolfata/o.

Signs to watch for (and when to stop)

Segnali che stai usando bene queste strategie

  • Il peso sale lentamente (per esempio 0,25–0,5% del peso corporeo al mese) senza salti improvvisi.

  • Il senso di “ingolfamento” si riduce: ti senti sazia/o ma non satura/o.

  • Le performance in allenamento migliorano (carichi, resistenza, recupero).

  • La digestione è generalmente buona, con eventuali piccoli aggiustamenti in corso d’opera.

  • Riesci a mantenere queste modifiche per diverse settimane senza viverle come una forzatura continua.

Segnali che stai esagerando o usando male la densità

  • Senti spesso nausea, pesantezza, reflusso o gonfiore importante.

  • Il peso sale molto velocemente, con accumulo visibile soprattutto a livello addominale.

  • Ti ritrovi a usare sempre più spesso cibi molto processati come “stampella” emotiva.

  • Le performance in allenamento non migliorano o peggiorano nonostante le calorie in più.

In questi casi può avere senso:

  • fare un passo indietro sulla quantità di cibi molto densi e ultra-processati;

  • lavorare prima su distribuzione dei pasti e gestione dello stress;

  • confrontarti con il Professionista che ti segue, soprattutto se hai sintomi gastrointestinali importanti o patologie note.

FAQ “Mangiare di più, mangiando di meno”

Questa guida vale anche se voglio dimagrire?
No, non direttamente. Qui ragioniamo su come aumentare l’introito per chi non riesce a mangiare abbastanza. Se vuoi dimagrire, puoi usare in parte lo stesso concetto di densità ma “al contrario”: più cibi a bassa densità energetica, più volume con meno calorie. Per quello però è meglio partire da articoli come “The Calorie Project”.

Posso fare tutto con cibo “vero” senza usare junk food?
Sì. Puoi ottenere aumenti significativi di energia usando oli di qualità, frutta secca, semi, latticini interi, legumi ben conditi, cereali più densi. Gli alimenti più processati possono restare sullo sfondo come strumenti opzionali, non obbligatori.

E se ho colesterolo alto o altri problemi metabolici?
In questi casi la priorità è sempre il lavoro con il team che ti segue. Puoi comunque ragionare di densità energetica, ma privilegiando grassi insaturi (olio extravergine, frutta secca, pesce grasso) e scelte coerenti con le indicazioni del tuo Medico o Nutrizionista.

Devo per forza abbandonare il digiuno intermittente se non riesco a mangiare abbastanza?
Non per forza, ma se le finestre in cui mangi sono troppo strette, può diventare complicato raggiungere l’introito che ti serve. Puoi:

  • allargare leggermente la finestra;

  • rendere più densi i pasti dentro quella finestra;

  • inserire eventualmente uno snack liquido o semi-liquido in più.

L’importante è che la struttura che scegli sia al servizio dei tuoi obiettivi, non il contrario.

Meglio aggiungere snack o aumentare i pasti principali?
Entrambe le strade possono funzionare. Se gli snack ti rubano troppo appetito ai pasti principali, meglio concentrarsi su pasti più densi e usare gli spuntini solo quando servono. Se i pasti grossi ti appesantiscono, meglio alleggerirli e inserire 1–2 snack calorici ma piccoli. In tutti i casi scegli la struttura che ti permette di mangiare abbastanza senza sentirti sempre ingolfata/o.

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Complessità in allenamento: come usare la varietà negli stimoli

La complessità non è fare esercizi strani a caso. È una variabile di allenamento: stabile→instabile, bilaterale→unilaterale, lento→veloce. Qui vedi come usarla davvero.

Quando pensi alla “progressione” in allenamento, probabilmente ti vengono in mente carichi che aumentano, serie in più, minuti aggiunti al cardio.

È la versione classica: più peso, più ripetizioni, più tempo.

C’è però un’altra leva di cui si parla poco: la complessità degli esercizi e dei compiti motori, cioè come ti muovi, quante parti del corpo coinvolgi, quanto l’ambiente e il contesto ti obbligano ad adattarti.

In questo articolo vediamo come usare la complessità come variabile di allenamento, senza trasformare ogni sessione in un circo, e come integrarla con le basi di forza, mobilità e cardio.

Who it is for / Who it is not for

Who is it for?

  • per te che ti alleni da un po’ e senti di essere “sempre uguale”, anche se aumenti un po’ i carichi;

  • per chi è curiosa/o di allenamento funzionale, ma non vuole cadere negli esercizi acrobatici fini a sé stessi;

  • per chi allena forza e cardio in modo regolare e vuole aggiungere stimoli che parlino anche a coordinazione, equilibrio e capacità di adattarsi;

  • per chi lavora con il corpo (sport, lavoro fisico, performance) e vuole un fisico che sappia fare cose diverse, non solo una.

Non è per te se

  • sei all’inizio totale e non hai ancora imparato i movimenti base in sicurezza (squat, spinta, tirata, hinge…);

  • cerchi una lista infinita di esercizi “strani” da copiare da Instagram;

  • hai in corso dolori acuti, infortuni importanti o condizioni cliniche complesse: qui serve prima un lavoro mirato con il/la Professionista che ti segue.

In short

La complessità è una variabile di allenamento a tutti gli effetti: come volume, intensità, densità. Non si tratta di fare esercizi sempre diversi a caso, ma di aumentare la varietà e l’imprevedibilità degli stimoli in modo progressivo e sensato.

In pratica:

  • la complessità si esprime attraverso passaggi come stabile → instabile, bilaterale → unilaterale, lento → veloce, compito singolo → “double task”;

  • aggiungere complessità allena il sistema nervoso, la coordinazione, l’equilibrio e la capacità di adattarsi a contesti diversi;

  • troppa complessità, troppo presto, crea solo rumore: non migliori su niente e aumenti il rischio di errori e frustrazione;

  • la base resta sempre la stessa: movimenti fondamentali eseguiti bene, carichi adeguati, progressione nel tempo;

  • la complessità è una spezia, non il piatto principale: ti serve per rendere più completo lo stimolo, non per sostituire le fondamenta.

Principles

1. La complessità è una progressione, non un ornamento

In molti programmi la complessità viene trattata come decorazione: un esercizio “figo” buttato a fine circuito per far sembrare la sessione più interessante.

In realtà la ricerca suggerisce che la complessità può essere usata come vera e propria strategia di progressione, al pari di aumentare carico o volume: cambiare posizione, piano di movimento, stabilità, velocità cambia il tipo di adattamento che il corpo costruisce.

2. Varietà ≠ caos: serve una logica

Allenarsi sempre con gli stessi esercizi, sulle stesse macchine, con lo stesso schema, porta a miglioramenti limitati e molto specifici.

All’estremo opposto, cambiare tutto ogni volta senza criterio porta a un altro problema: nessuna ripetizione sufficiente di uno stimolo perché il corpo possa consolidare competenze e forza.

La complessità utile vive in mezzo: varietà guidata, non caos creativo.

3. Più complessità → più sistemi coinvolti

Aumentare complessità di solito significa:

  • coinvolgere più segmenti (da uni-segmentale a multi-segmentale);

  • muoversi su più piani (da uni-planare a multi-planare);

  • aggiungere richieste di equilibrio, stabilità, reattività;

  • chiedere al cervello di gestire due compiti insieme (double task).

Il risultato sono adattamenti più “multicomponente”: non alleni solo un muscolo o un gesto, ma la capacità del sistema di organizzarsi in situazioni meno prevedibili.

4. Complessità diversa per persone diverse

Per una persona può essere complesso fare uno squat a corpo libero in piedi su superficie stabile.

Per un’altra, già forte e coordinata, la complessità arriva quando:

  • lavora in appoggio monopodalico;

  • introduce cambi di direzione rapidi;

  • aggiunge un compito cognitivo (contare, reagire a segnali, gestire un pallone…).

Non esiste un livello di complessità “assoluto” buono per tutti: va calibrata su esperienza, obiettivi, contesto.

5. La complessità non sostituisce la forza di base

La tentazione, soprattutto con l’allenamento “funzionale”, è mollare le fondamenta (spinte, tirate, piegamenti, hip hinge, trazioni) per dedicarsi solo a esercizi instabili o acrobatici.

È un errore. La complessità ha senso sopra una base di forza, mobilità e controllo già presenti. Senza fondamenta, la complessità diventa solo un modo più creativo per compensare e scomporre i movimenti.

What the evidence says

Complessità come strategia di progressione del carico

Uno dei lavori più citati su questo tema propone proprio la complessità come nuova strategia di progressione del carico nell’allenamento di forza.

In sintesi, l’idea è:

  • le tradizionali variabili di progressione (carico, volume, densità) non esauriscono le possibilità;

  • si possono usare anche progressioni di complessità, passando ad esempio da esercizi stabili a instabili, da mono-piano a multi-piano, da compiti semplici a compiti combinati;

  • queste progressioni mirano a sviluppare adattamenti più funzionali alla vita reale e a sport che richiedono coordinazione, equilibrio e reattività.

Il lavoro di La Scala Teixeira e colleghi va in questa direzione e offre proprio una tassonomia di progressioni di complessità.

Linee guida classiche + complessità

Le linee guida tradizionali sull’allenamento contro resistenza per adulti sani insistono ancora su elementi come:

  • scelta degli esercizi;

  • ordine dei movimenti;

  • carico (% del massimale);

  • numero di serie e ripetizioni;

  • frequenza settimanale.

La complessità non sostituisce questi parametri, ma li integra. Una buona programmazione non rinuncia a carico e volume: li combina con livelli crescenti di complessità quando la persona ha costruito sufficiente base.

Complessità, superfici instabili e core: cosa ci dicono i dati

L’uso di superfici instabili e situazioni più complesse è stato studiato molto in ambito riabilitativo e di condizionamento del core.

Alcuni punti emersi:

  • lavorare in condizioni instabili può aumentare l’attivazione di alcuni muscoli stabilizzatori e migliorare equilibrio e controllo;

  • per sviluppare forza massimale su gruppi muscolari specifici, l’uso esclusivo di superfici molto instabili può ridurre i carichi gestibili e quindi limitare i guadagni di forza;

  • in molte linee guida si suggerisce di usare instabilità e complessità in modo mirato, soprattutto per core, prevenzione infortuni e performance specifiche, non come unica forma di allenamento.

Tradotto: la complessità è uno strumento valido, ma va dosata e inserita nel contesto giusto.

In practice

Step 1 – Consolida la base

Prima di pensare a superfici instabili, double task e giochi di equilibrio, assicurati di avere:

  • movimenti fondamentali puliti (squat, hip hinge, spinta orizzontale e verticale, tirata, anti-rotazione);

  • carichi che ti permettono di allenarti con tecnica stabile per il numero di ripetizioni previsto;

  • un minimo di continuità (ti alleni da almeno qualche mese in modo regolare).

Se sei ancora in questa fase, la complessità è semplicemente imparare bene i pattern e sentirti stabile nei movimenti base.

Step 2 – Aggiungi complessità con una leva alla volta

Quando la base è presente, puoi iniziare a introdurre complessità scegliendo una sola dimensione alla volta. Alcuni esempi:

  • Stabile → leggermente instabile

    • affondi in avanti su superficie stabile → affondi camminati su terreno leggermente irregolare;

    • plank classico → plank con appoggi che cambiano (mani su rialzo, poi a terra).

  • Bilateral → unilaterale

    • squat con bilanciere → split squat / affondi;

    • rematore con bilanciere → rematore con manubrio in appoggio monopodalico controllato.

  • Lento → più veloce (mantenendo controllo)

    • step-up controllati → step-up esplosivi con fase concentrica più rapida;

    • lanci di palla lenti → lanci reattivi con richiesta di risposta a un segnale.

  • Single task → double task leggero

    • camminata veloce → camminata veloce contando all’indietro a intervalli;

    • esercizio di equilibrio su una gamba → stesso esercizio mentre sposti una palla da una mano all’altra.

L’obiettivo non è rendere tutto difficilissimo, ma chiedere al corpo un po’ più organizzazione rispetto alla versione base.

Step 3 – Un esercizio complesso per volta, non tutto insieme

Per molte persone ha senso inserire:

  • 1 esercizio a complessità un po’ più alta in ciascuna sessione;

  • il resto dell’allenamento strutturato su esercizi fondamentali relativamente stabili.

Ad esempio:

  • parte principale: squat, panca, rematore, hip hinge;

  • “pezzo complesso”: un circuito breve con lanci di palla, esercizi multi-planari, double task leggero.

In questo modo conservi:

  • sufficiente volume e intensità per costruire forza e muscolo;

  • abbastanza complessità per allenare coordinazione, equilibrio, capacità di adattarti.

Step 4 – Incastra la complessità nel quadro più grande

La complessità non vive da sola. Va inserita nel quadro di:

  • allenamento di forza e cardio che già stai seguendo;

  • movimento quotidiano (camminate, attività non schedulate);

  • sonno e recupero;

  • alimentazione che sostiene gli adattamenti.

Se vuoi una guida più ampia su come combinare forza, cardio e recupero in modo sostenibile, puoi usare anche l’articolo su allenarti di meno e ottenere di più, dove lavoriamo proprio sul mix di stimoli.

E per capire come organizzare cicli di carico e recupero (senza vivere sempre “a palla”), vedi anche Stress, relax, adapt.

Step 5 – Da dove inizi oggi

Per usare la complessità in modo sensato, puoi iniziare da uno dei tuoi esercizi base e chiederti: quale piccola variazione potrei introdurre oggi per chiedere al mio corpo un po’ più organizzazione, senza perdere controllo? Scegline una sola, mantieni stabile il resto e osserva come ti muovi e come ti senti nelle settimane successive.

Signs to watch for (and when to stop)

Segnali che stai usando bene la complessità

  • ti senti più sicura/o nei movimenti, meno “rigida/o”;

  • migliorano equilibrio e controllo nei gesti di tutti i giorni (salire le scale, portare borse, muoverti su terreni irregolari);

  • percepisci l’allenamento come mentalmente stimolante ma non confuso;

  • riesci a collegare le progressioni (senti che la versione complessa nasce dalla versione base, non è un altro esercizio slegato).

Segnali che stai esagerando o creando rumore

  • ti senti spesso “persa/o” durante gli esercizi, non capisci più quale sia l’obiettivo;

  • hai dolori articolari ricorrenti legati a posizioni instabili o movimenti che non controlli;

  • non vedi progressi né su forza né su controllo: ti senti sempre allo stesso livello, solo più stanca/o;

  • ti alleni in contesti caotici (tappetini, bosu, lanci, salti) ma poi fai fatica sulle basi come squat, spinta, tirata, camminata veloce.

Se riconosci diversi di questi segnali:

  • riduci la complessità;

  • torna a lavorare sulle fondamenta con esercizi più semplici;

  • valuta di farti seguire da un/a Coach o Fisioterapista con cui ritarare il livello giusto per te.

FAQ Complessità in allenamento

Devo cambiare esercizi ogni volta per allenare la complessità?
No. La complessità non è fare ogni seduta un allenamento completamente diverso. Puoi mantenere gli stessi pattern (squat, spinta, tirata…) e lavorare sulla varietà dentro quei pattern: ad esempio, introducendo versioni monopodaliche, multi-planari o con richieste di equilibrio leggermente maggiori.

L’allenamento su superfici instabili fa bruciare più grasso?
Non direttamente. Le superfici instabili possono aumentare il lavoro di alcuni muscoli stabilizzatori e migliorare equilibrio e controllo, ma di solito riducono i carichi massimi gestibili. Se il tuo obiettivo principale è il dimagrimento, contano di più volume di attività, forza di base e gestione dell’alimentazione. La complessità serve a renderti più capace e resiliente, non è una scorciatoia metabolica.

Quanta complessità ha senso se ho poco tempo?
Se hai poco tempo, punta su:

  • 2–3 esercizi fondamentali ben eseguiti;

  • 1 esercizio o mini-circuito un po’ più complesso.

È sufficiente per stimolare anche coordinazione e adattabilità senza sacrificare la base.

La complessità aumenta il rischio di infortunio?
Dipende da come la usi. Se salti direttamente a esercizi molto instabili o acrobatici senza base, sì, il rischio di errori e sovraccarichi aumenta. Se invece introduci complessità in modo graduale, con progressioni sensate e ascoltando i segnali del corpo, può essere uno strumento utile anche in prevenzione.

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Stress, relax, adapt: come usare cicli di carico e recupero

Guida pratica per usare cicli di stress, relax e adattamento in dieta e allenamento, senza estremismi e con i segnali del corpo come bussola.

Ci sono periodi in cui ti sembra di vivere in “modalità caccia”: giornate fitte di impegni, allenamenti tirati, alimentazione super controllata. Poi arrivano i giorni in cui ti ritrovi scarica/o, stanca/o, con poca voglia di muoverti e tanta voglia di cibo consolatorio.

Se provi a tenere tutto “piatto” — stessa routine, stessa dieta, stesso livello di spinta tutti i giorni — spesso finisci in uno di questi due estremi:

  • settimane in cui reggi, ma ti consumi;

  • settimane in cui molli tutto e ti senti in colpa.

Questa guida nasce per usare quella oscillazione in modo sensato. Invece di inseguire una perfezione irrealistica, impari a lavorare con cicli di stress, relax e adattamento: momenti in cui spingi un po’ di più (allenamento, disciplina alimentare, focus) e momenti in cui alleggerisci, recuperi e lasci spazio al corpo per adattarsi.

Non è un invito alle montagne russe (“quattro giorni di fame, tre di abbuffata”), né un gioco da imitare perché “facevano così i cacciatori-raccoglitori”. È un modo concreto per organizzare carico e recupero in dieta e allenamento, intorno alla tua vita reale.

Who is it for?

  • Per chi alterna settimane “tutto sotto controllo” e settimane in cui crolla.

  • Per chi ha già una base di movimento e alimentazione strutturata, ma fatica a trovare un ritmo sostenibile.

  • Per chi sente che lo stress di lavoro, famiglia e vita quotidiana pesa quanto (o più) dei carichi in palestra.

  • Per chi vuole dimagrire o restare in forma proteggendo muscoli, sonno e testa.

Per chi non è

  • Per chi è in una fase clinica delicata (disturbi del comportamento alimentare, depressione importante, esaurimento marcato): qui servono percorsi specifici con chi ti segue.

  • Per chi non ha ancora basi minime su alimentazione e movimento (in questo caso ha più senso partire da guide come “The Calorie Project”, “Metabolic flexibility” o “Stress e fatica: da nemici a segnali”).

  • Per chi cerca lo schema magico “due settimane e via il grasso” o vorrebbe una giustificazione elegante per estremismi.

In short

Se fai fatica a tenere una linea costante 7 giorni su 7, puoi usare la complessità a tuo favore. Invece di lottare contro i naturali alti e bassi di energia, organizzali in cicli di carico e recupero su dieta e allenamento.

  • Il corpo lavora per oscillazioni: brevi periodi di maggior carico seguiti da periodi di decompressione aiutano l’adattamento, se resti dentro binari di buon senso.

  • Stress e relax sono la stessa equazione: non esiste “allenamento che fa dimagrire” se non consideri sonno, stress mentale e tempi di recupero.

  • Conta il deficit, ma conta da dove lo tiri fuori: dimagrire significa far sì che il deficit energetico sia coperto soprattutto dal grasso, non dai muscoli o da un crollo generale.

  • I cicli funzionano solo se li senti sostenibili: niente protocolli eroici. Il metro principale sono i segnali del tuo corpo, non solo il calendario.

Princìpi: perché alternare stress e relax

1. Non siamo fatti per linee piatte

Il corpo non ragiona in termini di “stesso stimolo tutti i giorni”. La fisiologia dello stress parla di carico, risposta e recupero: è l’oscillazione che permette l’adattamento, non la rigidità.

In pratica questo significa che:

  • non puoi essere sempre in deficit calorico profondo senza pagare un prezzo in termini di fame, umore e performance;

  • non puoi nemmeno essere sempre “in festa” senza che, col tempo, peso, esami e sensazioni peggiorino;

  • anche l’allenamento segue questa logica: chiedi qualcosa in più al corpo, poi lo lasci adattarsi.

I cicli “stress, relax, adapt” (stressati, rilassati, adattati) sono un modo consapevole di orchestrare queste oscillazioni invece di subirle.

2. Lo stesso sistema gestisce allenamento, lavoro e vita

Il sistema che ti permette di reagire a uno sprint, a una notte in bianco o a una riunione pesante è lo stesso: cervello, sistema nervoso, ormoni, sistema immunitario.

Se aumenti il carico da una parte (lavoro, vita personale, preoccupazioni), la capacità di tollerare altri carichi (allenamento intenso, deficit calorico aggressivo) si riduce. Ignorare questo porta a:

  • programmi di allenamento belli sulla carta ma ingestibili nella tua settimana reale;

  • tentativi di dieta troppo stretti proprio nei periodi più stressanti;

  • la sensazione di “non avere forza di volontà”, quando in realtà stai solo chiedendo troppo allo stesso sistema.

Pensare in termini di cicli significa anche chiederti: in che fase della mia vita sono adesso? Posso permettermi più carico o ho più bisogno di consolidare e recuperare?

3. Il deficit conta, ma conta anche da dove lo tiri fuori

Dimagrire significa creare e gestire nel tempo un deficit energetico che il corpo copre attingendo soprattutto al grasso corporeo.

Non puoi calcolare con precisione assoluta le famose “kcal in / kcal out”, ma puoi dare al corpo condizioni che lo orientino così:

  • abbastanza proteine e movimento contro resistenza per proteggere la massa muscolare;

  • livelli di stress, sonno e carico allenante che non ti mandino in crash;

  • oscillazioni di alimentazione e allenamento che restano dentro margini gestibili.

I cicli di carico/recupero servono anche a questo: distribuire il deficit nel tempo senza spingere il sistema sempre al limite, e senza illuderti che esista il protocollo perfetto che “bypassa” le basi della Termodinamica.

4. Allenamento e cibo sono leve complementari, non opposte

Se usi solo la dieta, rischi di perdere peso “a caso”, sacrificando muscoli e benessere. Se usi solo l’allenamento, rischi di creare fame e stanchezza che non riesci a gestire.

Nel ragionare per cicli, invece di chiederti solo “quante kcal?”, chiediti:

  • In quali giorni ha senso tenere più stretto il cibo perché ho meno carico mentale e fisico?

  • In quali giorni conviene avere più margine calorico perché l’allenamento è più intenso o la giornata è più lunga?

Queste due leve si parlano continuamente. Se organizzi settimane tutte uguali, ignori il dialogo. Se pensi in termini di stress, relax e adattamento, inizi a coordinarle.

5. I cicli servono a distribuire la complessità, non a giustificare gli estremi

L’idea di alternare periodi più stretti e periodi più larghi viene spesso travisata:

  • quattro giorni di “pseudo digiuno” e tre di abbuffata fuori controllo;

  • settimane di allenamento massacrante seguite da settimane sul divano;

  • uso dei cicli come alibi psicologico (“tanto poi recupero nel weekend / in vacanza / quando finisce questo periodo”).

In ottica Oukside, i cicli servono a semplificare la gestione di dieta e allenamento nel tempo, non a complicarla:

  • le oscillazioni sono moderate, non estreme;

  • il focus resta sul lungo periodo, non sull’effetto speciale della settimana perfetta;

  • la priorità è proteggere salute, performance e relazione con il cibo.

What the evidence says

Stress, adattamento e allostasi

La ricerca sullo stress descrive il corpo come un sistema che cerca equilibrio dinamico (allostasi), non statico. Ci adattiamo perché sappiamo rispondere agli stimoli (fisici, mentali, emotivi) e tornare a una nuova stabilità.

Quando gli stimoli sono troppo intensi o troppo prolungati rispetto alla capacità di recupero, si accumula carico allostatico: aumenta il rischio di problemi di salute, peggiorano sonno, umore, energia, e spesso crolla anche l’aderenza a dieta e allenamento.

Alternare fasi con più carico a fasi di decompressione non è un trucco biohacker, ma un modo per:

  • dare al corpo stimoli sufficienti a migliorare (forza, resistenza, composizione corporea);

  • limitare l’accumulo di stress cronico non recuperato;

  • integrare nella stessa equazione allenamento, lavoro, famiglia e resto della tua vita.

Periodizzazione: organizzare il carico nel tempo

Nel mondo dell’allenamento si parla da decenni di periodizzazione: organizzare carico e recupero in fasi, manipolando volume, intensità e frequenza degli stimoli.

Non esiste un singolo modello “migliore in assoluto”, ma la logica è comune:

  • alternare giorni/settimane di carico crescente con momenti di scarico relativo;

  • adattare il livello di complessità al tuo livello, obiettivo e vita reale;

  • osservare le risposte nel tempo e aggiustare, invece di copiare schemi fissi.

Il cuore della periodizzazione non è la tabella perfetta, ma il principio: nessuno stimolo funziona se non gli dai spazio per essere “digerito”.

Se ti capita di “sentire” un allenamento soprattutto 24–48 ore dopo, qui trovi la lente giusta: Delayed training effect.

Restrizione energetica intermittente: cicli di “più stretto” e “più largo”

Sul fronte alimentazione, diversi studi hanno confrontato approcci di restrizione energetica continua (stesso deficit ogni giorno) rispetto a restrizione intermittente (giorni più stretti alternati a giorni più larghi o neutri).

Quello che emerge, in sintesi, è che:

  • nel medio periodo, perdita di peso e miglioramenti di salute possono essere simili fra approcci lineari e ciclici, se il deficit totale è comparabile;

  • non c’è un “super vantaggio metabolico” automatico dei protocolli intermittenti;

  • per alcune persone, però, distribuire il deficit in modo ciclico può risultare più gestibile, mentre per altre gli alti e bassi possono essere destabilizzanti.

Tradotto: il valore principale dei cicli è comportamentale e di aderenza, non la promessa di sbloccare scorciatoie fisiologiche magiche.

Stress, relax, adapt in pratica

Questa sezione non è un protocollo rigido, ma una cornice di lavoro. Puoi adattarla al tuo contesto, ai tuoi programmi di riferimento e agli obiettivi del momento.

1. Scegli l’orizzonte del ciclo

Parti da un orizzonte semplice, per esempio:

  • ciclo settimanale (7 giorni): utile se hai una routine abbastanza stabile fra settimane;

  • ciclo 10–14 giorni: può funzionare se hai settimane molto variabili o turni di lavoro.

L’importante è che tu possa prevedere, almeno grossolanamente, quali giorni saranno più carichi e quali più leggeri in termini di impegni, allenamento, logistica.

2. Definisci i giorni di carico

I giorni di carico sono quelli in cui chiedi qualcosa in più al corpo. Non significa distruggerlo, ma concentrare un po’ di più:

  • allenamenti più intensi o più tecnici;

  • maggiore disciplina sulla dieta (ad esempio un deficit leggermente più marcato, ma sostenibile);

  • maggiore cura di sonno e routine (spegnere schermi prima, ridurre impegni superflui).

Un esempio su una settimana potrebbe essere:

  • 3 giorni di carico misto (allenamento strutturato + deficit moderato);

  • 4 giorni di carico più basso (allenamenti più brevi/leggeri o solo movimento quotidiano, alimentazione a deficit più lieve o normocalorica).

I numeri non sono sacri: dipendono da quanto sei allenata/o, dai tuoi obiettivi, dal periodo della tua vita.

3. Definisci i giorni di decompressione

I giorni di decompressione servono a lasciare spazio all’adattamento. Non sono giorni “tanto ormai mi lascio andare”, ma giorni in cui:

  • il focus è recuperare (sonno, passeggiate, attività leggere);

  • l’alimentazione è più ampia ma non priva di criterio (cibo vero, proteine, porzioni ragionevoli);

  • ti concedi un po’ più di flessibilità senza trasformarla in “tutto o niente”.

Questi giorni possono essere:

  • leggermente sotto, intorno o leggermente sopra il tuo mantenimento energetico, a seconda del disegno complessivo;

  • l’occasione per inserire pasti sociali o piatti più densi, restando con i piedi per terra.

La cosa importante è che la decompressione non cancelli il lavoro fatto, ma lo renda sostenibile.

4. Un esempio di ciclo nella vita reale

Immagina una persona che lavora in ufficio dal lunedì al venerdì, con famiglia e qualche imprevisto tipico.

  • Lunedì–martedì (carico):

    • allenamento contro resistenza strutturato (es. 45–60 minuti);

    • deficit calorico moderato (più verdure, proteine ben presenti, carboidrati calibrati);

    • cura particolare di sonno e orari.

  • Mercoledì (decompressione relativa):

    • movimento leggero (passeggiata, mobilità, exercise snacks);

    • alimentazione vicina al mantenimento, sempre con base di cibo vero.

  • Giovedì (carico):

    • secondo allenamento intenso o misto forza/condizionamento;

    • di nuovo deficit moderato.

  • Venerdì–domenica (decompressione strutturata):

    • 1–2 giorni con allenamento più leggero o solo camminate;

    • alimentazione più flessibile, con 1–2 momenti sociali gestiti usando i princìpi di pasto libero e decompressione.

Nel complesso, la settimana resta in leggero deficit, ma distribuito in modo da non trasformare ogni giorno in una battaglia.

5. Come integrare i cicli con ciò che stai già facendo

Se hai già un programma di allenamento o una guida alimentare di riferimento, non devi stravolgerli. Puoi:

  • usare i giorni di carico per concentrare gli allenamenti più impegnativi e tenere il deficit un po’ più marcato;

  • usare i giorni di decompressione per inserire sessioni di recupero attivo, esercizi di respirazione (per esempio quelli di respiro per rilassarti) e una dieta leggermente più ampia;

  • coordinare i cicli con periodi di lavoro più densi o più leggeri, invece di ignorarli.

Se lavori con un/una Professionista, condividi questa logica: può aiutare a cucire addosso allenamento e alimentazione al tuo contesto, non solo alle formule.

Signs to watch for (and when to stop)

Segnali che sei sulla buona strada

  • Ti svegli tendenzialmente riposata/o, anche se non sempre al 100% (la vita reale non è una spa).

  • Gli allenamenti più intensi ti stancano, ma senti di recuperare fra una seduta e l’altra.

  • La fame è presente ma gestibile, senza picchi di “fame nera” o crolli continui.

  • Il peso e le circonferenze si muovono lentamente nella direzione che ti interessa, senza oscillazioni estreme.

  • Riesci a rispettare i cicli per diverse settimane senza vivere tutto come una gabbia.

Segnali che stai spingendo troppo (o nel modo sbagliato)

  • Sonno molto disturbato per più notti di fila, con risvegli frequenti o difficoltà ad addormentarti.

  • Sensazione costante di irritabilità, ansia o apatia.

  • Calo marcato di performance e voglia di allenarti che resta giù per settimane.

  • Fame incontrollabile nei giorni “larghi”, con episodi frequenti di perdita di controllo.

  • Pensieri ossessivi su cibo e allenamento.

In questi casi può essere necessario:

Se hai una storia di disturbi del comportamento alimentare o ti riconosci in dinamiche di fame emotiva importante, prima di giocare con cicli stretto/largo confrontati con chi ti segue.

FAQ Stress, relax, adapt

Questo approccio fa dimagrire più in fretta dei metodi lineari?
No. Il motore del dimagrimento resta il rapporto fra energia che introduci e che consumi nel tempo, e il fatto che il deficit venga coperto soprattutto dal grasso corporeo. I cicli possono aiutarti a reggere meglio il percorso, ma non sbloccano vantaggi metabolici miracolosi.

Devo per forza fare digiuni lunghi o giornate quasi senza mangiare?
No. Puoi lavorare con oscillazioni molto più moderate, per esempio alternando giorni di deficit più marcato a giorni vicini al mantenimento, sempre dentro una base di cibo vero, proteine adeguate e routine gestibili. I digiuni lunghi sono strumenti specifici, non obbligatori, e non adatti a tutte le persone o a tutte le fasi.

Posso usare cicli di carico/recupero se ho pochissimo tempo per allenarmi?
Sì, a patto di essere ancora più essenziale. Puoi:

  • dedicare 2–3 giorni a settimana ad allenamenti brevi ma strutturati (per esempio combinando forza ed exercise snacks);

  • usare gli altri giorni per movimento leggero, sonno e decompressione mentale;

  • organizzare l’alimentazione in modo che i giorni di carico abbiano un po’ più di struttura e quelli di decompressione un po’ più di flessibilità.

Ha senso questo approccio se ho una storia di fame emotiva o di binge eating?
In questi casi il rischio è che gli alti e bassi strutturati diventino benzina su dinamiche già fragili. Prima di introdurre cicli stretto/largo lavora su fame emotiva, sensi di colpa e relazione con il cibo (per esempio partendo da guide come “Fame vera, fame emotiva e sensi di colpa”), e confrontati con chi ti segue.

Per quanto tempo ha senso seguire cicli stress, relax, adapt?
Non c’è una “durata ideale” valida per tutti. Puoi pensare a blocchi di 4–8 settimane in cui sperimenti una certa organizzazione, osservi i segnali e poi regoli il tiro. L’obiettivo non è diventare dipendente da uno schema, ma costruire competenza nel gestire carico e recupero nella tua vita reale.

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Pandoro e Panettone fanno ingrassare? Dolci di Natale senza guerra col cibo

Dolci di Natale e forma fisica non sono incompatibili: Panettone e Pandoro possono stare senza dieta–sgarro–colpa.

Oggi è una mattina di Dicembre in Oukside. Ho da poco realizzato che l’etichetta nutrizionale di Panettone e Pandoro dice più o meno questo: circa 390 kcal, 50 g di carboidrati, 15 g di grassi e 7 g di proteine ogni 100 g.

Numeri che non sono così diversi da quelli di riso o pasta: circa 360 kcal, 75 g di carboidrati, 7 g di proteine e 1,5 g di grassi ogni 100 g. Sulla carta, se il mio pasto tipico è una fonte proteica da 200–250 g e una fonte di carboidrati (riso, pasta, pane) da 100–120 g più il condimento, potrei sostituire quella fonte di carboidrati con una fetta di Panettone o Pandoro.

Eppure, se mi immagino di trasformare quel pasto sostituendo riso o pasta con una bella fetta di Panettone, una parte di me sente di star facendo qualcosa di “proibito”. Come se i dolci di Natale non fossero semplicemente cibo, ma una prova morale.

Questa guida nasce da qui: capire perché succede questo e come smettere di vivere Panettone, Pandoro e dolci delle feste come nemici giurati del tuo percorso di forma fisica.

Who is it for?

  • Per te che ogni Dicembre ti ritrovi a combattere con Panettone, Pandoro e dolci delle feste, fra voglia di goderteli e paura di “rovinare tutto”.

  • Per te che ti senti spesso “a dieta”, con una lista mentale di cibi proibiti, e poi ti capita di perdere il controllo proprio su quei cibi.

  • Per te che vorresti che Natale, Capodanno, cene aziendali e pranzi in famiglia smettessero di essere una gara fra privazioni, sgarri e sensi di colpa.

Per chi non è

  • Per chi sta affrontando un Disturbo del Comportamento Alimentare (diagnosticato o sospetto): qui servono indicazioni personalizzate di Medico, Nutrizionista e Psicologo/a.

  • Per chi è in un percorso clinico specifico (Obesità severa, condizioni metaboliche complesse) con paletti chiari fissati dal proprio team curante.

  • Per chi cerca una regola secca tipo “X fette di Panettone a settimana”: qui parliamo di princìpi e di come cambiare la cornice mentale, non di grammature rigide.

In short

  • Più che di cibo, si ingrassa di sensi di colpa e di tutto-o-niente attorno al cibo.

  • Sentirsi sempre “a dieta” + lista di cibi proibiti = più episodi di perdita di controllo quando finalmente ti concedi quei cibi.

  • Panettone, Pandoro e dolci di Natale non sono “bombe che ti rovinano” a prescindere: conta come li inserisci nel tuo stile di vita e con quanta rigidità li pensi.

  • Normalizzare questi cibi, includendoli in categorie alimentari e dentro una struttura che tiene, riduce la probabilità di abbuffate e compensazioni drastiche.

  • Never Diet non è “mangiare tutto sempre”: è smettere di vivere il cibo come pagella morale e lavorare su routine, sonno, stress, movimento oltre che sul piatto.

Princìpi: dolci delle feste, sensi di colpa e Never Diet

1. Non è il Panettone in sé, è la combinazione “sentirsi a dieta + cibo proibito”.
Quando ti senti a dieta e hai una lista di alimenti proibiti, ogni occasione in cui “ti lasci andare” tende a trasformarsi in un episodio di perdita di controllo su quei cibi, più di quanto accadrebbe se non ti sentissi a dieta e non li vivessi come proibiti. È il contesto mentale che amplifica l’effetto, non il singolo morso.

2. Più provi a non pensare a un cibo, più quel cibo occupa spazio nella testa.
Vietare un alimento o cercare di scacciare il pensiero del “cibo proibito” porta a pensarlo di più e, quando capita l’occasione, a mangiarne quantità maggiori. Il “frutto proibito” attira proprio perché è proibito, non perché abbia proprietà magiche.

3. Sentirsi a dieta sposta il cibo sul piano emotivo, non solo nutrizionale.
Quando ti percepisci a dieta, il cibo gustoso viene caricato di significati emotivi: coccola, premio, consolazione. Non mangi solo per fame, ma per alleviare stress, frustrazione, stanchezza. Questo rende più probabile usare i dolci delle feste come valvola di sfogo, non come piacere consapevole.

4. Associare il cibo alla colpa ti allontana dal “mangiare sano”.
Quando vivi uno sfizio con senso di colpa, “mangiare sano” smette di essere una scelta al tuo servizio e diventa una punizione. In poco tempo ti ritrovi a oscillare fra periodi di controllo rigido e periodi di “tanto ormai”, più che in un equilibrio sostenibile.

5. Includere i dolci nelle tue categorie alimentari li rende gestibili.
Trattare Panettone, Pandoro e dolci delle feste come possibili sostituti dentro le categorie carboidrati e grassi, invece che come eccezioni proibite, ti permette di decidere quando e quanto inserirli, senza fare finta che non esistano e senza trasformarli in “occasioni speciali” fuori controllo.

What the evidence says

Gli studi sul comportamento alimentare mostrano in modo abbastanza consistente tre dinamiche che, sommate, spiegano perché i dolci di Natale sembrano “pericolosi” soprattutto quando li vivi come proibiti.

Il “frutto proibito” e il pensiero che rimbalza

Quando un cibo viene vietato, tendiamo a pensarlo di più. Gli esperimenti sul cosiddetto “forbidden fruit” mostrano che chi sente un alimento come proibito dedica più attenzione e pensieri a quel cibo rispetto a chi non lo vive come tale.

Se in più provi attivamente a scacciare il pensiero del “cibo proibito”, il risultato è spesso l’opposto: quando finalmente ti lasci andare, finisci per mangiarne di più, sia se hai un comportamento alimentare più rigido, sia se sei meno “restrained”.

Sentirsi a dieta e perdita di controllo

Non è solo questione di tagliare calorie. Quando ti senti a dieta – cioè quando percepisci di stare seguendo regole esterne rigide, più che un tuo stile alimentare flessibile – il cibo gustoso viene visto come premio, consolazione, valvola di sfogo.

Gli studi suggeriscono che in chi si sente a dieta, le situazioni che mettono alla prova l’autocontrollo portano più facilmente a episodi di “perdita di controllo” sul cibo, invece che a una semplice risposta alla fame fisiologica. Allo stesso tempo, pensare spesso al cibo come coccola e piacere mentale è più comune in chi vive in uno stato di restrizione cronica.

Quando a questo si aggiunge una lista di alimenti proibiti, nelle occasioni in cui ti lasci andare finisci per mangiare più di quei cibi rispetto a chi non si sente a dieta e non ha quella lista mentale.

Colpa, “mangiare sano” e segnali di fitness

Associare un cibo alla colpa non aiuta a mangiare meglio. In alcuni studi, chi associa un “cibo proibito” al senso di colpa ha un rapporto più complicato con la propria alimentazione e mostra più segnali di alimentazione disordinata rispetto a chi associa lo stesso cibo a celebrazione e piacere.

Allo stesso tempo, piccoli “promemoria” legati a salute e fitness possono, in certi contesti, ridurre leggermente la quantità di cibi proibiti consumata da chi tende a essere molto restrittivo, ma l’effetto non è una bacchetta magica: se la base resta un approccio rigido, il rischio di cicli dieta–sgarro–colpa rimane.

In sintesi: non è il singolo morso di Panettone a fare la differenza, ma il mix fra sentirti a dieta, proibizione, pensiero ossessivo e senso di colpa.

Dolci di Natale, in pratica

Fin qui la teoria. Vediamo ora come trasformarla in scelte concrete, senza fare finta che Panettone, Pandoro e dolci delle feste non esistano.

1. Decidi cosa “vale la pena” davvero

Non tutti i dolci si equivalgono, per te. Alcuni hanno un valore affettivo altissimo (il dolce che fa tua nonna, il dessert di una determinata cena), altri sono semplicemente prodotti mediocri che compaiono ovunque in questo periodo.

Una prima scelta pratica è questa: decidi quali 2–3 dolci delle feste, per te, “valgono la pena” e concentrati su quelli, invece di dire sì a tutto “perché è Natale”.

2. Scegli le occasioni, non ogni occasione

Invece di vivere dieci giorni di “liberi tutti”, puoi scegliere alcune occasioni specifiche in cui Panettone, Pandoro e dolci delle feste diventano protagonisti: due cene importanti, un pranzo di famiglia, una merenda particolare.

Questo ti permette di spostare l’attenzione dalla quantità di dolci alla qualità delle occasioni: smetti di inseguire ogni fetta e inizi a costruire ricordi precisi.

3. Usa le categorie alimentari per integrare i dolci

Tratta i dolci di Natale come parte delle categorie alimentari, non come extra scollegati:

  • Panettone e Pandoro entrano nella categoria “carboidrati + grassi”.

  • Creme, mascarpone, cioccolato fondente entrano soprattutto nella categoria “grassi”.

Questo ti permette di sostituire invece che solo aggiungere: in un pasto festivo, una porzione di Panettone può prendere il posto di una parte del pane o di altri carboidrati; una crema ricca può sostituire parte dell’olio o di altri grassi, senza trasformare ogni dolce in un’aggiunta fuori controllo.

4. Tieni ferme poche ancore nei giorni “critici”

Durante le feste non serve controllare tutto. Puoi concentrarti su poche ancore:

  • almeno due pasti “semplici” nella giornata (per esempio colazione e uno fra pranzo e cena);

  • acqua a sufficienza distribuita nella giornata;

  • un minimo di movimento quotidiano (camminata, gioco con i bambini, qualche esercizio a corpo libero).

Queste ancore aiutano il corpo a usare meglio ciò che mangi, senza trasformare le feste in una maratona di compensazioni.

5. Il rientro: routine semplici, non penitenza

Se qualche giorno è andato molto oltre il solito, il punto non è “pagare il conto” con digiuni estremi o allenamenti punitivi. Il rientro può essere fatto di routine semplici per 3–5 giorni:

  • pasti più lineari, con porzioni ragionevoli e pochi extra;

  • sonno un minimo regolare, per quanto possibile;

  • un po’ di movimento quotidiano;

  • niente nuova lista di cibi proibiti “per rimettersi in riga”.

In questo modo il corpo può sfruttare la sua naturale capacità di automodulazione, e tu puoi tornare a sentire che sei tu a guidare, non il senso di colpa.

Signs to watch for (and when to stop)

Segnali che sei intrappolata/o nel loop dieta–sgarro–colpa

  • Ogni volta che mangi un dolce delle feste pensi subito a come “recuperare” con digiuni, cardio estremo o regole ancora più rigide.

  • Panettone e Pandoro compaiono quasi sempre di nascosto, fuori pasto, mangiati in fretta e con vergogna, più che a tavola e in compagnia.

  • Passi più tempo a ruminare su quanto hai “sbagliato” che a vivere il resto della tua giornata.

  • Le feste ti fanno più paura che piacere: temi di “perdere il controllo” e poi passare Gennaio a rimettere a posto i disastri.

Segnali che stai uscendo dal loop

  • Riesci a scegliere quando e quanto mangiare dolci delle feste, senza sentirti in debito con il corpo il giorno dopo.

  • Vivi Panettone e Pandoro come parte di alcuni pasti e momenti specifici, non come eccezioni proibite che “scappano”.

  • Noti che alcuni anni ti basta meno per sentirti soddisfatta/o e che non devi più “sfruttare ogni occasione” per mangiare tutto.

  • Ti interessa di più come stai nelle quattro Aree (come dormi, come ti muovi, come gestisci lo stress, come ti godi ciò che ti piace) che la perfezione di qualche giorno di dieta.

FAQ Panettone, Pandoro e sensi di colpa

Posso mangiare Panettone o Pandoro se sto dimagrendo?
Sì, se li consideri parte del quadro e non “bombe” che rovinano tutto. Puoi inserirli al posto di altre fonti di carboidrati e grassi in alcuni pasti e momenti scelti, invece che aggiungerli ovunque solo perché “è festa”.

Meglio toglierli del tutto per non pensarci più?
Per molte persone il “togliere tutto” porta a pensarci di più e a mangiarne di più quando capita l’occasione. L’obiettivo non è far sparire i dolci delle feste, ma smettere di viverli come test di forza di volontà o come fallimenti morali.

Se esagero a Natale, devo compensare nei giorni dopo?
Compensazioni drastiche (digiuni scriteriati, allenamenti punitivi) tendono a rinforzare il ciclo dieta–sgarro–colpa. Ha più senso rimettere routine semplici per alcuni giorni: pasti più lineari, acqua, sonno decente, un po’ di movimento, senza trasformare tutto in penitenza.

Come faccio a capire se sto usando il dolce come “coccola” emotiva?
Se il dolce arriva soprattutto a fine giornate molto stressanti, spesso da sola/o e senza vera fame fisica, è probabile che lo stai usando più per regolare emozioni che per piacere consapevole. In quel caso lavorare su stress, sonno e confini nelle altre Aree può aiutare più di nuove regole sul cibo.

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