Blog Oukside
Idee chiare e protocolli pratici — senza schede infinite e inapplicabili.
Dieta vegetale vs onnivora: chi vince davvero (quando smetti di tifare)
La domanda utile non è “chi vince”, ma quanto la tua dieta è fatta di cibo vero, proteine adeguate e vegetali presenti. Da lì puoi stare bene sia molto vegetale che onnivoro, senza ideologia.
Se ti stai chiedendo “dieta vegetale o onnivora?”, di solito stai cercando la risposta unica.
Quella che ti fa stare tranquillo, perché “hai scelto bene”.
Ma nella vita reale non vince l’etichetta: vince la qualità del pattern che riesci a tenere nei giorni normali (non solo quando sei motivato).
Qui togliamo il tifo, teniamo la scienza utile e arriviamo a una mappa semplice: cibo vero, proteine adeguate, vegetali presenti, ultra-processati sotto controllo.
Se questo è a posto, puoi stare benissimo sia con una dieta molto vegetale, sia con una dieta onnivora “pulita”.
In breve (3 cose che contano davvero)
Le diete vegetali, in media, sono associate a migliori esiti cardiometabolici… ma il vantaggio dipende tantissimo dalla qualità (vegetale “integrale” vs “junk vegan”).
Le carni processate sono la parte più “facile” da ridurre se ti interessa salute a lungo termine. La carne non processata è un tema più sfumato; il punto è contesto e frequenza.
L’essere umano è un onnivoro flessibile: possiamo prosperare con pattern diversi, ma non con qualsiasi pattern. Alcuni nutrienti e alcune abitudini sono non negoziabili.
Perché questa discussione diventa tossica
Perché si confonde una scelta etica/ambientale/identitaria con una scelta clinica.
Se scegli vegetale per etica: è una scelta rispettabile, e si può fare bene.
Se scegli onnivoro perché ti funziona meglio: è altrettanto valido, e si può fare bene.
Quello che non funziona quasi mai è trasformare il piatto in un tribunale.
Cosa dice la scienza (senza semplificazioni furbe)
1) “Plant-based” non vuol dire automaticamente “salutare”
La differenza vera è tra:
plant-based di qualità (verdure, frutta, legumi, cereali integrali, frutta secca, semi),
plant-based di bassa qualità (raffinati, zuccheri, snack industriali “vegani”).
Se vuoi una regola pratica: quando la tua dieta è vegetale ma diventa troppo fatta di “prodotti”, spesso ti sei spostato dalla parte sbagliata della mappa.
2) Il punto “carne”: processata vs non processata
Se vuoi fare una singola mossa ad alto impatto (senza diventare estremista): riduci le carni processate (affettati, insaccati, bacon, ecc.)
Questo ti porta subito su un terreno più solido senza bisogno di demonizzare “la carne” in blocco.
3) Anatomia e fisiologia: non siamo né erbivori puri né carnivori puri
Siamo un animale adattabile: abbiamo strumenti per digerire amidi, fibre e proteine animali. Non esiste nessuna “prova anatomica” che chiuda il discorso.
La conseguenza pratica non è “allora tutto va bene”. È questa:
se sei onnivoro, non puoi trattare i vegetali come decorazione;
se sei vegano, non puoi trattare la pianificazione (es. B12) come un dettaglio.
Il 95% che accomuna chi sta bene (a prescindere dall’etichetta)
Se togliamo il tifo, succede una cosa interessante: chi sta bene davvero (e ci riesce nel tempo) non è “vegano” o “onnivoro”.
È una persona che ha messo in ordine 4 fondamentali.
Non sono regole morali. Sono pilastri pratici: quando ci sono, la dieta regge. Quando mancano, anche la dieta “giusta” si rompe.
1) Cibo vero come base
Prima ancora di parlare di carne o vegetali: quanta parte della tua settimana è fatta di cibo semplice, riconoscibile, poco processato?
Se vuoi chiarirti la distinzione senza estremismi: Cos’è “real food”, davvero?
2) Proteine adeguate (non “iper”, adeguate)
Non per la palestra. Per sazietà, recupero, massa muscolare e giornate che non ti portano a spuntinare “a caso”.
Se ti serve una mappa chiara delle categorie (senza religione): Carne, frutta e categorie alimentari
3) Vegetali presenti quasi sempre (senza trasformarli in penitenza)
Non perché “devi”, ma perché aiutano: fibra, micronutrienti, volume, equilibrio del piatto.
E se dentro di te scatta “verdure = obbligo”, qui c’è un reframe utile: Le verdure sono sempre una buona idea?
4) Ultra-processati e iper-palatabili sotto controllo
È la parte che fa saltare l’aderenza più della teoria: snack, dolci “facili”, cose che non ti saziano ma ti chiamano di continuo.
Non serve bandirli. Serve che non diventino la base.
Questo è il nucleo.
Il resto (vegano, vegetariano, onnivoro, “molto vegetale”) è una scelta di gusto, contesto, etica e preferenze — ma funziona solo se questi 4 pezzi sono in ordine.
Come scegliere tra “molto vegetale” e “onnivoro” senza impantanarti
Opzione A — “Plant-based pragmatico”
Funziona bene se vuoi:
un pattern più leggero e voluminoso,
più facilità nel tenere basse le calorie senza contare,
una scelta coerente con motivazioni etiche.
Mossa chiave (pratica): ogni pasto ha una fonte proteica + “due manciate” di vegetali + un carboidrato serio solo se serve.
Se ti serve un mattone operativo semplice sui legumi (spesso demonizzati a caso): Legumi: fanno bene o fanno male?
Opzione B — “Onnivoro real-life”
Funziona bene se vuoi:
un pattern con proteine più “facili”,
meno rischio di carenze se non ami pianificare,
più semplicità nel quotidiano.
Mossa chiave (pratica): proteine come ancora del pasto + vegetali davvero presenti + carbo e grassi modulati sul contesto.
Se vuoi una bussola utile sul tema grassi/salute (senza terrorismo): Grassi saturi: demonio o dettaglio?
Errori tipici (da entrambe le parti)
Junk vegan: dieta formalmente vegetale, ma di fatto ultra-processata.
Carnivore “da influencer”: eliminazione totale dei vegetali come se fosse una scorciatoia universale.
Confondere “migliorare markers” con “migliorare la vita”: se una dieta ti rende socialmente ingestibile, non è un upgrade. È una gabbia.
Mini-protocollo (14 giorni) per capire cosa ti funziona
Scegli una sola leva, e rendila misurabile. Esempio:
Frequenza vegetali: vegetali presenti in 2 pasti al giorno.
Proteine stabili: una fonte proteica chiara in ogni pasto.
Processati: una sola “finestra” a settimana per roba più spinta (non sparsa tutti i giorni).
Dopo 14 giorni, non guardare solo la bilancia. Guarda:
fame e craving,
energia e sonno,
digestione,
recupero e performance.
Se qualcosa peggiora in modo netto, non è “colpa del vegetale” né “colpa della carne”: è un segnale che la tua implementazione va aggiustata.
Segnali & stop
Se sei spesso stanco/a, affamato/a e “sempre in caccia” di snack: probabilmente ti mancano proteine stabili e/o stai sotto-dormendo.
Se la digestione è costantemente un casino: spesso è qualità + quantità + preparazione (legumi non cotti bene, troppe fibre tutte insieme, troppi sostituti industriali).
Se il pattern ti isola socialmente: stai pagando un costo alto per un beneficio piccolo.
FAQ
Quindi devo diventare vegano per stare bene?
No. Le evidenze premiano pattern ricchi di vegetali e poveri di ultra-processati; questo può esistere sia in una dieta vegana ben pianificata, sia in una dieta onnivora ben costruita.
La carne ‘marcisce’ nell’intestino?
No: è un mito. La digestione delle proteine avviene principalmente in stomaco e intestino tenue. Se vuoi migliorare salute intestinale, la leva non è demonizzare “la carne”, ma curare qualità complessiva e quota di fibre.
Se mangio più vegetali rischio carenze?
Dipende da come li mangi. In una dieta vegana la B12 va gestita seriamente. In una dieta molto vegetale (ma non vegana) l’attenzione tipica è su ferro, iodio e omega-3: nulla di impossibile, ma non lasciarlo al caso.
E le carni rosse?
Il punto più solido è moderare la frequenza e curare il contesto (più cibo vero, più vegetali, meno processati). Se vuoi una bussola utile sul tema salute e marker: Colesterolo: cosa conta davvero
Vegetale fa dimagrire meglio?
Spesso aiuta perché aumenta volume e riduce densità energetica, quindi è più facile creare deficit senza contare. Ma non è magia: se diventa vegetale ultra-processato, può fare l’effetto opposto.
Qual è la versione più pratica?
Quella che ti permette di fare bene l’80% dei giorni senza sentirti in guerra col cibo: cibo vero, proteine adeguate, vegetali presenti, processati sotto controllo.
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Satija A. Plant-Based Dietary Patterns and Mortality. JAMA Internal Medicine. 2017.
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Kahleova H. Vegetarian Diets and Cardiometabolic Health. Nutrients. 2019.
Fardet A. Ultra-processed foods and food system: a critical review. Nutrients. 2020.
Piramide alimentare: perché non basta (e come costruire la tua)
Oltre la piramide classica: un ordine di priorità per scegliere cosa mangiare, costruire pasti solidi e gestire carboidrati senza contare tutto.
La piramide alimentare classica nasce per un obiettivo utile: dare al pubblico una regola semplice su cosa mangiare più spesso e cosa meno spesso. Il problema è che, quando la usi come “istruzioni di vita”, succedono due cose.
La prima: diventa troppo generica. Non tiene conto di quanto ti muovi, di come dormi, di quanta fame hai davvero, di come rispondi ai carboidrati, di quanto stress stai portando addosso.
La seconda: sposta l’attenzione sul posto sbagliato. Ti fa discutere per ore se un alimento sta “più in basso” o “più in alto”, quando spesso il vero discriminante è come stai mangiando: porzioni, densità, timing, contesto, automatismi.
Questa guida serve a trasformare l’idea di “piramide” in qualcosa che funziona nel mondo reale: una piramide di decisioni, in cui la base è ciò che ti dà più risultati con meno frizione, e la punta è ciò che conta solo quando il resto è già solido.
AGGIORNAMENTO (DGA USA 2025–2030): “nuova piramide” e linee guida alimentari americane
A inizio 2026 sono state pubblicate le Dietary Guidelines for Americans (DGA) 2025–2030 e ha iniziato a circolare online la “nuova piramide” associata a queste linee guida.
Il messaggio centrale è semplice: eat real food. Tradotto in versione vita reale: meno cibo vero “travestito” da quotidiano (snack, bibite, prodotti ultra-processati come default), più pasti costruiti su proteine, frutta e verdura, grassi usati con criterio e carboidrati scelti meglio.
Nota importante: non è una “scala morale” (né una gara tra alimenti). È un modo per spostare l’attenzione su cosa muovere prima nella vita reale.
Ed è esattamente il motivo per cui qui sotto trovi una piramide di decisioni: prima la base che regge (struttura, ancora proteica, cibo vero), poi i dettagli.
Per chi è / Non è
Per chi è
Vuoi mangiare bene senza trasformare la nutrizione in un progetto a tempo pieno.
Ti interessa un criterio pratico per scegliere cosa mettere nel piatto, senza passare la vita a contare.
Hai già provato “regole” (low carb, low fat, digiuno, ecc.) e vuoi una mappa che ti dica quando hanno senso e quando no.
Non è per chi
Cerca una piramide “perfetta” valida per tutti, sempre.
Sta vivendo un periodo di forte restrizione, paura del cibo o comportamenti alimentari disfunzionali: qui serve un lavoro dedicato con il tuo team di riferimento.
Ha condizioni cliniche che richiedono supervisione stretta (terapie per glicemia, gravidanza, patologie complesse): questa guida può aiutarti a fare ordine, ma le decisioni vanno prese con chi ti segue.
In breve
Se vuoi una versione utile e non ideologica, pensa così: prima si costruisce la base, poi si lavora di fino sui dettagli.
La piramide di decisioni, in Oukside, segue questo ordine:
Struttura e ripetibilità dei pasti (senza rigidità).
Proteine come “ancora” del piatto.
Densità energetica e qualità: più cibo vero, meno ultra-processato.
Carboidrati come manopola: quantità e distribuzione in base a vita e allenamento.
Strumenti opzionali (finestre di digiuno, giorni più alti/più bassi, ecc.) solo se migliorano aderenza.
“Trappole” comuni (calorie liquide, piluccamento, snack iperpalatabili) da gestire perché creano rumore.
Princìpi
1) La piramide classica non è “stupida”: è solo generica
Le linee guida alimentari devono parlare a popolazioni intere. Per forza di cose descrivono pattern medi, non il tuo caso specifico. Usarle come se fossero un programma personalizzato è il modo più rapido per sentirti “sbagliata/o” quando non funzionano.
2) Il “cosa” conta, ma il “come” decide se lo farai davvero
Dire che conta solo il “modo” e non il “cosa” è un eccesso. Ma anche l’opposto lo è. Nella vita reale, le persone non falliscono perché hanno scelto “l’alimento sbagliato”: falliscono perché il sistema non è ripetibile.
Per questo la piramide di decisioni parte da ciò che ti permette di ripetere:
pasti con una struttura semplice;
porzioni gestibili;
scelte che non ti svuotano né fisicamente né mentalmente.
3) Proteine come base: non per moda, ma per stabilità
Una quota proteica adeguata tende a rendere il sistema più robusto: sazietà, preservazione della massa magra in deficit, migliore qualità del pasto.
Se vuoi un riferimento pratico, puoi usare la logica “ancora proteica” a ogni pasto: prima scegli la fonte proteica, poi costruisci intorno.
4) Densità energetica e ultra-processati: la scorciatoia più sottovalutata
Molte persone cercano la soluzione nei macro, ma ignorano la variabile che cambia tutto: quanto è facile mangiare troppo.
Alimenti molto ultra-processati, liquidi calorici e combinazioni iperpalatabili (carbo+grassi+sapore) tendono a rendere più semplice sforare senza accorgertene. Al contrario, cibo meno processato e più voluminoso (a parità di energia) tende a rendere più naturale la regolazione.
Se vuoi allineare le scelte senza ossessioni: cosa intendiamo per “cibo vero”.
5) Carboidrati: non una religione, una manopola
I carboidrati non sono “buoni” o “cattivi”: sono un nutriente che va inserito con criterio, soprattutto se vuoi tenere insieme dimagrimento, performance e serenità.
Una regola utile: più la giornata è impegnativa (allenamento, lavoro fisico, stress), più i carboidrati possono aiutare; più la giornata è tranquilla, più puoi ridurli per semplicità.
Per la guida completa (senza derby): low carb o low fat.
6) Gli strumenti “extra” devono ridurre frizione, non aumentarla
Finestre di digiuno, giorni più bassi o più alti, timing specifici: hanno senso solo se ti aiutano a mangiare meglio senza aumentare controllo e ansia.
Se ti interessa l’opzione “digiuno” con le dovute sfumature: digiuno intermittente.
Cosa dicono le evidenze
Quando energia e proteine sono comparabili, l’idea che “vinca un macro” in modo universale è più fragile di quanto viene venduta. Spesso vince chi riesce a tenere un pattern.
Una quota proteica più alta, dentro un contesto sensato, tende a supportare sazietà e preservazione della massa magra durante un deficit.
L’energia per grammo (densità energetica) influenza in modo potente quanto è facile mangiare troppo o troppo poco.
Pattern ricchi di alimenti ultra-processati rendono più facile introdurre più calorie in modo quasi automatico.
Tradotto: la piramide che funziona non è quella che ti dice “il pane sta qui”, ma quella che ti dice quali decisioni muovere prima.
Nella vita reale: la piramide di decisioni Oukside
Qui sotto trovi la piramide “di decisioni” alimentari che ti aiuta a capire su cosa concentrarti per mangiare meglio e, soprattutto, in modo che tenga nel lungo.
Livello 1 — Struttura (ripetibilità)
2–4 pasti al giorno che riesci a replicare.
Niente perfezione: l’obiettivo è ridurre caos e improvvisazione.
Se ti interessa il tema “routine che tengono”: abitudini fitness.
Livello 2 — Ancora proteica
Una fonte proteica chiara a ogni pasto.
Se punti al dimagrimento e ti alleni in modo serio, questa leva diventa ancora più importante.
Livello 3 — Cibo vero e densità (qualità che semplifica)
Più alimenti poco processati e pasti “interi”.
Meno calorie liquide e meno snack iperpalatabili come default.
Per il criterio di scelta: cibo vero.
Livello 4 — Carboidrati come manopola (quantità e distribuzione)
Giorni “duri” (allenamento intenso, volume alto): carboidrati più presenti.
Giorni “piatti”: carboidrati più semplici e spesso più bassi.
Guida completa: low carb o low fat.
Livello 5 — Strumenti opzionali (se ti aiutano)
Finestre di digiuno se riducono rumore decisionale e non aumentano rigidità.
Micro-cicli settimanali (giorni più alti/più bassi) se migliorano aderenza.
Livello 6 — Trappole da gestire (non demonizzare)
Calorie liquide (succhi, alcol frequente, bevande “innocue” che sommano).
Piluccamento continuo.
Snack “solo carboidrati” come abitudine (non come eccezione).
Se vuoi entrare nel dettaglio sugli snack: spuntini sì o no.
“Se proprio”: una piramide per categorie (per scegliere cosa mettere nel piatto)
Quando vuoi una scorciatoia pratica, puoi usare un criterio per categorie. Non serve ricordare 300 alimenti: basta capire che funzione stai cercando nel pasto.
Dal più “facile da gestire” al più “rischioso”
Proteine (ancora del pasto): carne, pesce, uova, latticini proteici, legumi, tofu/tempeh, whey.
Proteine + grassi: tagli di carne/pesce più grassi, formaggi stagionati, salmone, frutta secca “come contorno”, non come piatto.
Proteine + carboidrati: legumi + cereali, yogurt + frutta, piatti misti ben costruiti.
Carboidrati “quasi puri”: pane, pasta, riso, patate, cereali (da gestire con porzioni e contesto).
Grassi “quasi puri”: oli, burro, creme, condimenti (utili, ma facili da sovradosare).
Combinazioni iperpalatabili (carbo+grassi+sale/zucchero): dolci, snack industriali, “junk” da supermercato.
Questa piramide non serve a dirti che “il punto 6 è proibito”. Serve a dirti che, se vuoi dimagrire o stabilizzarti, il punto 6 va gestito con più intenzione.
Se vuoi la guida completa sulle categorie e sul criterio di scelta: alimenti e categorie.
Segnali da osservare (e quando fermarti)
Segnali che stai usando bene la guida
Fame più ordinata: arriva ai pasti, non ti rincorre tutto il giorno.
Energia e sonno non peggiorano.
Il tuo piano è replicabile anche fuori casa.
Il trend (peso, circonferenze, vestiti) si muove senza estremismi.
Segnali che ti stai incastrando
Rigidità crescente (“se sgarro ho rovinato tutto”).
Tagli così aggressivi che l’allenamento crolla e il craving esplode.
Ossessione per il controllo che sostituisce il buon senso.
Se ti riconosci, spesso non serve “stringere” di più. Serve tornare alla base e, se necessario, farsi aiutare da chi ti segue.
FAQ
La piramide alimentare classica è sbagliata?
No: è una guida generale. Il limite è che non è personalizzata e non ti dice quali leve muovere prima. La piramide di decisioni serve proprio a questo.
Quindi devo evitare i carboidrati?
No. Devi saperli usare. La domanda utile non è “carbo sì o no”, ma “quanti e quando, per me”. Se vuoi la mappa completa: low carb o low fat.
È vero che gli snack “accendono” fame?
In molte persone sì, soprattutto quando sono piccoli, frequenti e iperpalatabili. Non perché siano “malvagi”, ma perché rendono facile sommare calorie senza soddisfazione. Se vuoi gestirli senza estremismi: spuntini sì o no.
Le calorie liquide vanno eliminate?
Non per forza. Ma se il tuo obiettivo è dimagrire o stabilizzarti, sono una delle variabili con peggior rapporto “beneficio/rumore”. Vale la pena renderle intenzionali, non automatiche.
Finestre di digiuno: stanno nella piramide?
Come strumento opzionale. Se ti aiutano a semplificare e a sentire più controllo sereno, bene. Se aumentano rigidità o fame reattiva, non sono la tua leva.
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CREA. Linee guida per una sana alimentazione (Revisione 2018). CREA Alimenti e Nutrizione. 2019.
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Guan Q, et al. Is time-restricted eating a healthy choice to lose weight? A systematic review and meta-analysis. 2025.
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Hall KD, et al. Calorie for Calorie, Dietary Fat Restriction Results in More Body Fat Loss than Carbohydrate Restriction in People with Obesity. Cell Metab. 2015.
Paura dei grassi: perché ti blocca (e come usarli q.b.)
Se “sgrassare tutto” ti sembra la via più sicura, non sei tu: è l’immaginario light. Qui trovi i motivi pratici per cui togliere i grassi può sabotare sazietà e aderenza, e come reintrodurli con criterio (q.b.).
Se ti viene spontaneo sgrassare tutto (yogurt 0%, solo albumi, pollo + insalata “triste”), non è perché sei “sbagliato”. È perché per anni ci hanno venduto un’immagine semplice: magro = senza grassi.
Peccato che nella vita reale spesso funzioni al contrario: togli i grassi “per essere bravo”, poi ti manca sazietà, ti manca gusto, e finisci a cercare compensazione altrove.
Per chi
Per te se:
hai paura che “un filo d’olio” rovini tutto
alterni giorni “super puliti” a giorni di snack e fame aggressiva
senti che mangi “magro”, ma non ti senti stabile
Non per chi
Non è l’articolo giusto se:
hai una condizione clinica che richiede un piano specifico (qui restiamo sul framework generale)
stai cercando una dieta “perfetta” o una lista di divieti
In breve
I grassi non sono “magia” né “veleno”. Sono un pezzo del pasto.
Sì, sono più densi di calorie.
Sì, possono migliorare gusto e sazietà.
No, “eliminarli” non ti rende automaticamente più in forma.
La mossa Oukside è questa: non demonizzare i grassi. Impara a usarli q.b.
Mini-regola: cosa significa davvero “grassi q.b.”
Se il piatto è già “grasso” (es. salmone, uova intere, carne più ricca, formaggio), spesso non serve aggiungere olio “per sport”.
Se il piatto è magro e secco (pollo + verdure), un grasso “giusto” (olio, frutta secca, un latticino non light) può darti soddisfazione e stabilità.
Il segnale pratico: se dopo il pasto ti senti “vuoto” e inizi a cercare cibo, spesso il problema non è la forza di volontà. È la struttura del pasto.
Princìpi
1) “Hanno più calorie” non vuol dire “sono il nemico”
È vero: 1 g di grassi apporta più energia di 1 g di carboidrati/proteine. Ma il punto non è vincere a Tetris con le calorie.
Il punto è costruire pasti che ti rendano gestibile la giornata. E spesso i grassi (quelli giusti, nella dose giusta) aiutano proprio qui.
2) Se togli gusto e sazietà, il corpo “si riprende” altrove
Quando l’unica strategia è tagliare, succede questo:
inizi a mangiare porzioni “corrette”, ma non ti bastano
aumentano spuntini “random” (dolce o salato, poco intenzionale)
diventa tutto più fragile: basta una giornata storta e salta il castello
3) “Magro” non è una strategia nutrizionale
È un gioco di parole: “magro” (fisico) non coincide con “senza grassi” (nel piatto).
Molte persone riescono a essere costanti non perché eliminano i grassi, ma perché smettono di oscillare tra estremi.
Evidenze (senza fetish da studio)
La densità energetica conta: a parità di volume, cibi più densi rendono più facile “andare su” di calorie senza accorgersene. Questo vale anche per i grassi, quindi serve criterio, non paura.
La relazione tra grassi e sazietà non è una bacchetta magica: dipende da contesto, combinazioni e design dei pasti. In pratica: grassi + proteine + vegetali tende a reggere meglio di “magro + fibre + ansia”.
Per la salute cardiovascolare, non è “grassi sì/no”: contano quali e cosa li sostituisce. In generale, sostituire una quota di grassi saturi con insaturi è una mossa sensata, soprattutto se hai LDL alto.
Se vuoi approfondire questi due pezzi senza polarizzarti:
grassi saturi: Grassi saturi: cosa sapere davvero
colesterolo (da leggere con calma): Colesterolo
In pratica (2–4 mosse “starter”)
1) Smetti di fare “light a prescindere”
Per 14 giorni, prova a togliere il pilota automatico su:
yogurt 0% sempre
solo albumi
formaggi solo light
“olio bandito”
Non stai “sgarrando”: stai recuperando realismo.
2) Metti un grasso intenzionale a pasto (quando serve)
Non è “riempirsi di grassi”. È scegliere una sola cosa che renda il pasto stabile.
Esempi pratici:
Colazione: yogurt non 0% + frutta secca oppure uova intere (non solo albumi)
Pranzo: verdure condite con olio EVO oppure una porzione di formaggio non light
Cena: alterna proteine magre con proteine più ricche (es. salmone, cosce di pollo) invece di fare sempre “pollo/merluzzo”
3) Se l’obiezione è “colesterolo”, fai la mossa adulta
Non cambiare tutto “a sentimento”: fai un controllo ragionato (e, se serve, fatti guidare).
Se hai dubbi o valori già alti: prima di demonizzare i grassi, parti da qui → Da quali esami del sangue iniziare
Se il tuo tarlo sono le uova: qui trovi il ragionamento completo → Quante uova a settimana?
4) Usa il feedback (non la paura)
Dopo 10–14 giorni chiediti:
ho meno fame “a sorpresa”?
faccio meno spuntini automatici?
mi sento più soddisfatto dopo i pasti?
Se sì, hai appena trovato una leva di aderenza. E l’aderenza è un moltiplicatore.
Segnali & stop
Se aumentare i grassi ti dà disturbi importanti (nausea, dolore, diarrea persistente), stop e confronto con un professionista.
Se hai una storia personale/familiare di problemi cardiovascolari o valori lipidici critici, non serve panico: serve criterio e monitoraggio.
Se ti accorgi che “grassi” per te significa solo dolci o junk, allora il tema non è il grasso: è il contesto (ritmo, stress, abitudini).
FAQ su paura dei grassi
I grassi fanno ingrassare?
No: ingrassare è un bilancio nel tempo. I grassi sono più densi, quindi possono rendere più facile “salire” se li aggiungi senza criterio. Ma evitarli a prescindere spesso ti rende meno stabile e meno aderente.
Olio a crudo sempre?
No. “A crudo” è una buona abitudine quando serve gusto e qualità, ma non è un talismano. Il punto è: serve davvero in quel piatto? Se sì, usalo. Se no, non aggiungerlo per automatismo.
Meglio burro o olio?
Nel quotidiano, l’olio EVO è una scelta facile e versatile. Il burro può starci, ma di solito ha senso come ingrediente (ricetta) più che come “condimento obbligatorio”.
Se ho colesterolo alto devo eliminare i grassi?
No: spesso la mossa è migliorare qualità e sostituzioni (meno saturi, più insaturi) e guardare al pattern complessivo. Per orientarti: Colesterolo.
Le uova sono “grasse”: devo evitarle?
Non per default. Dipende dal tuo contesto e dai tuoi esami, non dalla paura. Leggi qui: Quante uova a settimana?.
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Rolls B. The relationship between dietary energy density and energy intake. Physiol Behav. 2009.
Warrilow A, Mellor D, McKune A, Pumpa K. Dietary fat, fibre, satiation, and satiety: a systematic review of acute studies. Eur J Clin Nutr. 2019.
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Micek A et al. Egg consumption and cardiovascular risk: a dose–response meta-analysis of prospective cohort studies. Eur J Nutr. 2021.
Mangiare fuori casa non “interrompe la dieta”: scegli bene, non a caso
Mangiare fuori non è il problema. Il problema è arrivarci senza criteri. Qui trovi una mappa replicabile per scegliere bene fuori casa senza rigidità.
C’è una storia che si raccontano in tanti:
“Se devo mangiare spesso fuori, non posso mangiare sano.”
È comoda, perché ti assolve.
Ed è falsa, perché confonde due cose diverse:
mangiare fuori
scegliere a caso
La vita reale include bar, mensa, ristorante, hotel, autogrill. La differenza non la fa il luogo: la fa il tuo criterio minimo.
Dieta “real-life”
Se oggi ti senti “inabile” a mangiare bene fuori, non è un difetto personale. È un problema di ambiente: fuori casa l’offerta è fatta per essere comoda e iper-appetibile. Se tu non hai criteri, vince l’ambiente.
Qui sotto trovi criteri piccoli, replicabili, senza rigidità.
Per chi
Per te se:
mangi spesso fuori per lavoro, viaggi, turni, socialità;
hai l’impressione che “fuori = sgarro” e poi perdi il filo;
vuoi dimagrire o mantenerti senza trasformarti in un contabile.
Non per chi
Non per te se:
vuoi un elenco di “cibi permessi” e “vietati” (non regge la vita);
hai un rapporto col cibo molto fragile (controllo/colpa/abbuffate): qui serve un percorso più guidato.
In breve
Mangiare fuori non è il problema: il problema è arrivarci senza criteri.
Ti bastano 4 criteri minimi per scegliere bene quasi ovunque.
La mossa più potente non è “resistere”: è decidere prima il tipo di scelta che vuoi fare.
Princìpi
1) Fuori casa non devi “fare la dieta”. Devi evitare il caos.
Quando sei fuori, l’obiettivo non è il pasto perfetto.
È un pasto che:
ti sazia,
non ti apre il buco nero dopo,
non ti costringe a “recuperare” con penitenze.
2) Non pensare in alimenti. Pensa per categorie.
Se ragioni per singoli alimenti, fuori casa sembra sempre una giungla.
Se ragioni per categorie, diventa gestibile.
Se vuoi la lente semplice e potente: Perché la dieta è un’illusione (modello a categorie).
3) La domanda non è “cosa posso mangiare?”. È “cosa sto cercando oggi?”
Ecco tre obiettivi legittimi (scegline uno):
stabilità (sono in settimana/lavoro: voglio uscire dal locale uguale a come sono entrato)
prestazione (mi alleno/mi muovo: voglio energia pulita)
socialità (oggi scelgo gusto, ma in modo intenzionale)
Se è socialità/extra, c’è un articolo dedicato: Pasto libero: sgarri e vacanze.
I 4 criteri minimi (replicabili)
Quando sei fuori casa, prima ancora di guardare il menu, fai questo check:
Proteine come ancora
Vegetali o “volume” (verdure, insalata, contorno semplice, minestrone)
Carbo modulati (se ti servono: pane/pasta/riso/patate in porzione coerente)
Grassi q.b. (ci sono già? allora spesso basta così; se servono per gusto, ok, ma con criterio)
Non devi spuntare tutte e 4 sempre.
Devi evitare la combinazione tipica “fuori = carbo + grassi + zuccheri, proteine quasi zero”.
In pratica
Mossa 1) Ordina in 10 secondi (schema “una frase”)
Usa questa frase mentale:
“Una proteina + un contorno + (se mi serve) un carbo.”
Esempi real-life:
“secondo + verdure + pane (se mi serve)”
“piatto unico con proteine vere + contorno”
“insalatona con proteine (non solo foglie)”
Mossa 2) Bar / colazione: non lasciare che sia sempre zucchero
Se la tua colazione fuori è spesso “cornetto + cappuccino”, non è un peccato: è solo una scelta che tende a lasciarti più fame.
Alternative semplici (senza diventare rigido):
yogurt/greek + frutta (e, se c’è, frutta secca)
uova/panino con affettato magro + frutta
cappuccino + qualcosa di proteico (anche piccolo) invece del dolce automatico
Mossa 3) Mensa: costruisci il piatto, non il caos
Se hai mensa o tavola calda, la regola è: prima scegli la proteina, poi contorno, poi decidi il carbo.
Esempio:
proteina (carne/pesce/uova/legumi)
1–2 contorni di verdure
carbo se ti serve (pane/pasta/riso/patate) in porzione sensata
Mossa 4) Ristorante: non serve “la scelta perfetta”, serve una scelta coerente
Due mosse che ti salvano:
se vuoi stare stabile: secondo + contorno (e carbo solo se ti serve)
se vuoi gusto: scegli il piatto che vuoi, ma evita l’effetto “tutto insieme” (antipasto + primo + secondo + dolce perché sì)
Mossa 5) Hotel / buffet: la trappola è la varietà, non la qualità
Il buffet ti spinge al “assaggio tutto”.
La mossa è semplice:
scegli una base proteica
aggiungi frutta/verdure
se vuoi carbo: scegline uno (non tre)
Mossa 6) Autogrill / emergenza: il 70% è già vittoria
Quando sei in autogrill o in stazione, non cercare “pulizia”. Cerca dignità.
Esempi:
panino con proteine vere + acqua
insalata pronta con tonno/uova + pane (se serve)
bresaola/prosciutto + frutta + yogurt
Il punto è evitare la combo “solo snack dolci/salati” che ti lascia più fame dopo.
Segnali & stop
Se “mangiare fuori” ti porta sempre a pensare “tanto ormai”, non è il ristorante: è il frame. Serve un criterio prima del locale.
Se ti ritrovi a compensare (digiuni punitivi, cardio a pioggia), stai alimentando il loop.
Se la tua vita è fatta di turni/viaggi, non serve forza di volontà: serve una strategia dedicata.
Se vivi spesso turni (e ritmi strani), questo è un ponte utile: Dieta per turnisti
FAQ su mangiare fuori casa
Mangiare fuori fa ingrassare per forza?
No. Fa ingrassare più facilmente quando vai “a caso”: porzioni grandi, poche proteine, tanti extra liquidi o dolci, e poi compensazioni. Con criteri minimi, fuori casa diventa gestibile.
Devo evitare pasta/pane quando mangio fuori?
No. La domanda giusta è: ti servono oggi? Se sì, scegli un carbo “serio” in porzione coerente e costruisci il pasto attorno a proteine e contorno.
Come faccio a non sentirmi “a dieta” al ristorante?
Smetti di cercare la scelta perfetta e scegli la scelta coerente: proteina + contorno come base, e poi decidi intenzionalmente se vuoi aggiungere carbo o un extra.
E se oggi voglio godermi la cena?
Perfetto. Goditela in modo intenzionale: scegli ciò che vuoi davvero e evita l’automatismo “tutto perché sì”. Se ti serve un frame completo, vai su “pasto libero”.
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Oostenbach LH et al. Influence of work hours and commute time on food practices: a longitudinal analysis of the Household, Income and Labour Dynamics in Australia Survey. BMJ Open. 2022.
Jabs J, Devine CM. Time scarcity and food choices: an overview. Appetite. 2006.
Lachat C et al. Eating out of home and its association with dietary intake: a systematic review of the evidence. Obes Rev. 2012.
Wellard-Cole L et al. Contribution of foods prepared away from home to intakes of energy and nutrients of public health concern in adults: a systematic review. Crit Rev Food Sci Nutr. 2022.
Dieta monotona? Come variare senza “cambiare dieta”
Se “mangiare sano” ti sembra pollo–riso–insalata, non è colpa tua. È colpa di un immaginario povero. Qui trovi una mappa semplice per creare varietà reale senza perdere struttura.
Se quando pensi a “mangiare sano” ti viene in mente pollo, riso e insalata, non è perché “sei tu il problema”.
È perché per anni il mondo fitness/diete ha venduto il “mangiare pulito” come una lista corta e triste: poche opzioni “sicure”, zero gusto, zero vita reale. E quando la tua dieta è così, è normale che prima o poi si rompa.
Qui facciamo l’opposto: non ti servono mille ricette né creatività da chef. Ti servono 2–3 leve per creare varietà reale mantenendo struttura.
Per chi
Per te se:
ti senti bloccato/a su 5–6 pasti “sicuri” e il resto è caos;
vuoi dimagrire o mantenerti ma senza vivere di ricette tristi;
fuori dalla routine “salti” perché ti annoi.
Non per chi
Non per te se:
hai un rapporto col cibo molto fragile (abbuffate frequenti, forte controllo, senso di colpa costante): qui serve un lavoro più guidato;
stai seguendo una dieta clinica restrittiva per condizioni mediche: prima di allargare il range alimentare serve un confronto con un Professionista.
In breve
Le categorie di cibo sono poche (per definizione): non devi inventare “nuovi alimenti”, devi imparare a giocare dentro le categorie.
La varietà utile non è “mille ricette”: è cambiare 1–2 leve (tagli, contorni, spezie, cotture) mantenendo la struttura del pasto.
Se aumenti varietà solo su snack/dolci, ottieni più voglia di mangiare. Se la aumenti su proteine e vegetali, ottieni più aderenza.
Princìpi
1) Non è che “mangi sempre le stesse cose”: stai guardando troppo in piccolo
Se ragioni in singoli alimenti (“pollo”, “insalata”), tutto sembra ripetitivo.
Se ragioni per categorie, la dieta smette di essere una lista e diventa un sistema. Scopri il modello a categorie (perché “la dieta” è un’illusione).
2) Variare non significa complicarsi la vita
La domanda non è “quante ricette nuove posso imparare?”.
È: quale leva cambio per ottenere un sapore diverso con lo stesso pasto?
Tre leve facili:
Taglio / formato (carne: petto, sovraccoscia, macinato; uova: frittata, strapazzate, occhio di bue, omelette, crêpes; legumi: al tegame, crema, vellutate…)
Contorno / volume (verdure diverse, crude/cotte, consistenze diverse)
Sapore (spezie, erbe, acidi, salse semplici)
3) Il problema non è la monotonia. È la monotonia “storta”.
C’è una monotonia che aiuta: 2–3 colazioni base, 3–4 pranzi base, 3–4 cene base. Ti dà stabilità.
E c’è una monotonia che ti rompe: stessi sapori tristi + “eccezioni” iper-gustose → poi rimbalzo.
Quindi la domanda giusta è: dove vuoi più varietà?
Se la metti su dolci/snack/condimenti, spesso aumenta la fame.
Se la metti su proteine, vegetali e preparazioni, spesso aumenta l’aderenza.
Evidenze
Negli studi la varietà tende ad aumentare quanto mangi in un singolo pasto (è un effetto robusto). Ma questo non significa “meno varietà = meglio”.
Significa: scegli dove mettere la varietà.
La leva pratica è questa:
più varietà in cibi ad alta densità energetica (snack, dolci, salse) → più facile “sforare”
più varietà in cibi a bassa densità energetica (verdure) e in fonti proteiche → più facile restare regolare
In pratica
Mossa 1) La regola 2×2: cambia due cose, non dieci
Quando un pasto ti sembra noioso, non rifarlo da zero. Cambia solo:
1 proteina (taglio o fonte)
1 contorno (verdura diversa o cottura diversa)
E lascia invariato il resto.
Esempio rapido:
“pollo + zucchine” → diventa “uova + peperoni”
“tonno + insalata” → diventa “sgombro + finocchi”
“legumi + verdure” → diventa “legumi + crema di verdure diversa”
Se vuoi idee pratiche per far diventare le verdure “cibo vero” (non punizione): Come cucinare le verdure.
Mossa 2) Sblocca i “vietati inutili” (quelli che ti rendono monotono/a)
Molte diete diventano monotone perché ti auto-imponi regole non necessarie.
Non serve “ripulire” tutto. Serve avere criteri.
Domanda utile: che cosa stai escludendo per paura, non per motivo?
Esempi tipici:
tagli più saporiti (che ti darebbero soddisfazione e aderenza)
latticini “normali” (interi) al posto di versioni tristi (light)
carbo “seri” in quantità coerente con il tuo movimento
Se ti aiuta ragionare in modo meno moralista e più funzionale, questo articolo è un buon ponte: Carne, frutta e categorie alimentari.
Mossa 3) Usa il “sapore” come leva, non come scusa
Se il tuo pasto è triste, è normale che poi cerchi un “premio”.
Tre trucchi semplici:
acido (limone, aceto, yogurt) → accende sapore senza aggiungere caos
erbe e spezie → cambiano piatto senza cambiare struttura
una salsa base (pomodoro semplice, yogurt + spezie, tahina diluita) → rende ripetibile
Qui hai una guida pratica su spezie e “dieta” senza paranoia: Spezie: come usarle davvero.
Mossa 4) La rotazione minima settimanale (che ti salva l’aderenza)
Non serve creatività quotidiana. Serve rotazione.
Prova così (minimo):
2 colazioni base
3 pranzi base
3 cene base
Ogni base ha 2 varianti (proteina o contorno). Fine.
Questo è “mangiare sempre le stesse cose” nel modo giusto: stabile, ma non triste.
Segnali & stop
Se “variare” per te significa solo aggiungere snack, dolci e extra, non è varietà: è rumore.
Se sei così rigido/a che qualsiasi variazione ti dà ansia, non serve più varietà: serve più margine (e meno perfezione).
Se la monotonia ti sta portando a episodi di perdita di controllo, non aspettare: serve una strategia più completa e, spesso, supporto.
FAQ su dieta monotona
È meglio mangiare sempre le stesse cose per dimagrire?
Mangiare “uguale” può aiutare la regolarità, ma se diventa triste e ti porta a rimbalzi, è una strategia che si rompe. L’obiettivo è stabilità con rotazione minima.
Varietà = mangiare di più? Quindi devo evitare di variare?
La varietà aumenta facilmente l’assunzione quando la metti su cibi molto appetibili. Non devi eliminare la varietà: devi spostarla su proteine, vegetali e preparazioni “furbe”.
Come faccio a variare senza perdere tempo?
Con la regola 2×2: cambi una proteina e un contorno. E usi spezie/salse base per cambiare sapore senza reinventare il pasto.
Se mi annoio, significa che sto facendo la dieta “sbagliata”?
Non per forza. Spesso significa che hai pochi “pasti base” e nessuna rotazione. Prima di cambiare dieta, cambia il tuo modo di costruire il piatto.
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Embling R et al. Effect of food variety on intake of a meal: a systematic review and meta-analysis. Am J Clin Nutr. 2021.
Raynor HA, Epstein LH. Dietary variety, energy regulation, and obesity. Psychol Bull. 2001.
Raynor HA, Vadiveloo M. Understanding the Relationship Between Food Variety, Food Intake, and Energy Balance. Curr Obes Rep. 2018.
McCrory MA et al. Dietary variety within food groups: association with energy intake and body fatness in men and women. Am J Clin Nutr. 1999.
Meiselman HL et al. The effects of variety and monotony on food acceptance and intake at a midday meal. Physiol Behav. 2000.
Dolci e ricette fit fanno ingrassare? Quando aiutano e quando ti sabotano davvero
Il problema raramente è il dolce fit in sé. Di solito è l’uso che ne fai: porzioni, frequenza, licenza mentale e voglie che restano aperte.
Le ricette “fit” sono ovunque. E ormai fanno una cosa sorprendente: replicano quasi qualsiasi dolce tradizionale in versione “macro-friendly”.
La domanda, però, non è se siano buone o cattive.
La domanda utile è questa: che ruolo stanno giocando nella tua dieta?
Perché un dolce fit può essere un aiuto (ti fa stare nel piano), oppure un boomerang (ti tiene il palato sempre acceso e ti fa compensare).
Per chi / Non per chi
Per chi è:
ti piacciono dolci “fit” (protein cookie, mug cake, cheesecake light, gelati proteici) e vuoi capire se e quando ti sabotano;
ti ritrovi a pensare: “Ok, ma allora posso mangiarli tutti i giorni?”
senti che alcune ricette “fit” ti fanno partire con voglie e snack a cascata.
Non è per chi:
vuole una sentenza (“mai più dolci fit” o “vai tranquillo sempre”);
sta vivendo abbuffate frequenti o compensazioni: qui serve un lavoro dedicato con professionisti.
In breve
Il problema raramente è “il dolce fit in sé”. Di solito è uno di questi:
Health halo: “se è fit posso esagerare”.
Frequenza: il dolce diventa un sottofondo quotidiano, non uno sfizio deciso.
Aspettativa vs realtà: lo vuoi tantissimo (wanting), ti soddisfa poco (liking) e allora cerchi altro.
Sostituzione sbagliata: usi il dolce fit al posto di un pasto stabile e poi la fame torna.
Se vuoi la lente di base su fame, appetito e sazietà (utile per capire perché certe voglie partono “prima” di te): Perché hai più fame di quella che vorresti.
Princìpi
1) Il “fit” non è un nutriente
“Fit” è un’etichetta. A volte significa:
meno zucchero,
più proteine,
più fibre,
porzione più controllata.
A volte significa solo: marketing.
E anche quando è fatto bene, resta una regola semplice: un dolce fit è comunque un dolce. Se lo usi come lasciapassare, ti frega.
2) Sostituzione vs moltiplicazione
C’è una differenza enorme tra:
sostituire un dolce tradizionale con una versione che ti aiuta a rientrare in un assetto più stabile,
vs
moltiplicare l’esposizione al dolce (dolce a colazione, dolce “fit” a merenda, dolce “fit” dopo cena) perché “tanto è ok”.
Nel primo caso può aumentare l’aderenza. Nel secondo stai allenando il palato nella direzione opposta.
3) Wanting e liking: puoi desiderare tanto e godere poco
Alcuni dolci fit sono bravissimi ad accendere il desiderio (la promessa è “dolce senza conseguenze”).
Ma quando li mangi, a volte non chiudono davvero il bisogno: ti lasciano in una zona grigia.
Risultato tipico: ne cerchi un altro. Non per fame vera, ma per “completare”.
4) Non esiste “o tutto o niente”
Tra “non provarlo mai” e “mangiarlo ogni giorno” c’è un mare di opzioni.
Qui non ti invitiamo a demonizzare il dolce. Ti invitiamo a decidere quando è nutrimento e quando è (iper)gratificazione — e di gestire entrambi con criterio.
Evidenze (solo quello che ti serve)
Le etichette e i claim (“low fat”, “light”, “senza zuccheri”) possono creare un effetto alone: percepisci il prodotto come più “leggero” e tendi a concederti porzioni più grandi o meno controllo.
La palatabilità influenza molto quanto mangi nel momento (saziazione), ma non garantisce che reggerai meglio dopo (sazietà).
Più varietà e più stimolo sensoriale rendono più facile mangiare oltre il necessario (e trovare “spazio” per altro).
Una dieta più basata su cibi ultra-processati può facilitare un aumento dell’introito energetico, anche a parità di macros “sulla carta”.
In pratica
1) Decidi il ruolo: “nutrirmi” o “gratificarmi?”
Prima domanda (semplice, ma potente):
Questo dolce fit lo sto usando per nutrirmi (es. mi serve un’opzione comoda con proteine/fibre)?
O lo sto usando per gratificarmi (dolce, premio, break)?
Entrambe le risposte sono lecite. Cambia solo la gestione.
2) Regola della frequenza: “dolce deciso, non dolce sottofondo”
Se vuoi evitare l’auto-sabotaggio, scegli un ritmo.
Esempi pratici (scegline uno):
dolce fit 2–3 volte a settimana come sfizio;
dolce fit quotidiano solo se è una porzione piccola e non ti aumenta voglie/spuntini;
dolce “vero” una volta ogni tanto, e fit solo quando ti serve logistica.
Se il tuo dolce più critico è quello dopo cena, qui hai un protocollo pratico: Sfizio dopo cena: come gestirlo
3) Porzione: non trattarlo come “illimitato”
Il modo più comune di ingrassare “con i dolci fit” è banalissimo:
porzione non chiara,
assaggi continui,
“tanto è fit”.
Mossa starter: porziona prima.
porzione nel piatto/ciotola;
finisci e stop;
niente “spizzico mentre cucino”.
4) Se ti lascia in zona grigia, scegli un dolce diverso (o smetti di inseguire)
Se noti il pattern “lo mangio e poi ne cerco un altro”, non è il momento di stringere i denti.
È il momento di fare debug:
o lo rendi intenzionale (porzione + rituale + fine),
o scegli un’alternativa più soddisfacente (anche non fit), ma più rara e più consapevole.
Se ti capita spesso di “rincorrere” cibo e poi sentirti in colpa: Fame vera, fame emotiva e sensi di colpa
Segnali & stop
Se riconosci questi segnali, riduci frequenza o cambia strategia:
il dolce fit ti porta a più snack nelle ore successive;
lo usi come “permesso” e finisci per mangiare di più nel totale;
ti ritrovi a pensare al dolce tutto il giorno (palato sempre acceso);
il dolce fit sostituisce pasti veri e poi la sera crolli;
entra un ciclo restrizione → sfogo → colpa.
Su quel ciclo, leggi qui: Il miglior modo per ingrassare è mettersi a dieta
FAQ su dolci e ricette fit
Quindi i dolci fit fanno ingrassare?
Non “per definizione”. Ti fanno ingrassare quando diventano un lasciapassare (porzioni più grandi, più frequenza, compensazioni) o quando ti tengono in una zona grigia di voglia non soddisfatta.
Meglio evitare del tutto?
Non serve. La mossa migliore è decidere ruolo (nutrimento vs sfizio) e frequenza. Un dolce fit può essere una soluzione logistica utile. Non dovrebbe diventare la colonna sonora della giornata.
Se è ricco di proteine, allora va bene sempre?
Le proteine aiutano, ma non rendono il prodotto “illimitato”. Se ti porta a mangiare di più nel totale, l’effetto pratico è comunque quello.
Perché mi viene voglia di altro subito dopo?
Perché a volte aumenta il “wanting” senza chiudere davvero il “liking”: desiderio alto, soddisfazione bassa. In quel caso o lo rendi intenzionale (porzione + fine) o scegli un dolce diverso e più raro.
Se uso dolcificanti nelle ricette fit è meglio o peggio?
Dipende dal tuo comportamento: se sostituiscono zucchero e ti aiutano a stare nel piano, ok. Se aumentano la tua esposizione quotidiana al dolce o ti portano a compensare, non aiutano.
-
Wansink B, Chandon P. Can “Low-Fat” Nutrition Labels Lead to Obesity?. J Mark Res. 2006.
Oostenbach LH et al. Systematic review of the impact of nutrition claims related to fat, sugar and energy content on food choices and energy intake. BMC Public Health. 2019.
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Rolls BJ et al. Sensory specific satiety in man. Physiol Behav. 1981.
Brunstrom JM, Rogers PJ. How many calories are on our plate? Expected fullness, not liking, determines meal-size selection. Obesity (Silver Spring). 2009.
Berridge KC, Robinson TE. Liking, wanting, and the incentive-sensitization theory of addiction. Am Psychol. 2016.
I dolcificanti fanno ingrassare? Correlazione, causalità e come usarli senza auto-sabotarti
Se ti aiutano a sostituire zucchero, spesso sono utili. Se diventano un lasciapassare, ti fregano. Ecco come capirlo e usarli bene.
Ti hanno detto due cose opposte:
“Se è zero calorie, è sempre meglio.”
“Se è dolce ma senza calorie, il corpo si confonde e ingrassi.”
La verità è meno cinematografica (e più utile): dipende da cosa stai sostituendo e da che comportamento stai sbloccando.
Se un dolcificante ti aiuta a togliere zucchero senza aggiungere altro, spesso è un vantaggio. Se diventa un lasciapassare per aumentare dolcezza, frequenza o “extra”, può diventare un boomerang.
Qui facciamo una cosa semplice: separiamo correlazione da causalità e ti lasciamo criteri pratici per usarli senza auto-sabotarti.
Per chi
Se usi (o stai pensando di usare) dolcificanti non nutritivi: bevande “zero”, stevia/aspartame nel caffè, yogurt/proteici dolcificati.
Se ti stai chiedendo se ti aumentano la fame o se ti bloccano il dimagrimento.
Non per chi
Se cerchi una sentenza (“bene” o “male”). Qui trovi criteri, non dogmi.
Se hai una condizione clinica per cui stai seguendo indicazioni specifiche: usa questo articolo come orientamento, non come prescrizione.
In breve
Il punto non è “il dolcificante fa ingrassare?”. Il punto è: cosa sostituisce e che comportamento sblocca.
Se un dolcificante sostituisce zucchero (soprattutto nelle bevande), di solito ti aiuta: meno calorie senza perdere del tutto il gusto.
Se un dolcificante si aggiunge a una dieta già “dolce” (e diventa un lasciapassare), spesso non aiuta:
non per magia metabolica,
ma perché compensi (“tanto è zero”) o aumenti la frequenza dello stimolo dolce.
Le ricerche non raccontano una storia unica: la parte “confusa” nasce quasi sempre dal mischiare correlazione e causalità.
Princìpi
1) Sostituzione vs addizione
Sostituire zucchero con un dolcificante è una leva. Aggiungere dolcezza in più è un’abitudine.
Se ti trovi spesso in modalità “zero + extra”, il problema non è il dolcificante: è la licenza che ti dà.
2) Il “mismatch” (dolce senza energia)
Il sapore dolce è un segnale. Quando arriva senza energia, per alcune persone (e in alcuni contesti) può aumentare la probabilità di:
più fame a breve,
più voglia di cibi molto palatabili,
più fatica a “chiudere” il pasto.
Non è garantito. Ma è un pattern che vale la pena monitorare.
3) Non tutti i dolcificanti sono uguali
Quando parliamo di “dolcificanti”, spesso mettiamo nello stesso sacco cose diverse (aspartame, sucralosio, stevia, acesulfame-K, saccarina…).
A livello pratico, per te conta una cosa: come reagisci tu (fame, craving, aderenza), non il dibattito su internet.
Evidenze
1) Perché gli studi “osservazionali” confondono
Negli studi osservazionali spesso trovi associazioni tipo “chi consuma più dolcificanti ha più peso”.
Ma questa può essere causalità inversa: chi ha già più peso (o sta cercando di dimagrire) sceglie più spesso prodotti “zero”. Quindi il dolcificante può essere un segnale di un problema già presente, non la causa.
2) Cosa succede nei trial (quando si sostituisce)
Quando i dolcificanti rimpiazzano zucchero (e non diventano un lasciapassare), diversi trial mostrano che non sono “peggio dell’acqua” e, in alcuni contesti, possono aiutare l’aderenza e il mantenimento.
Negli interventi strutturati (programma comportamentale, sostituzione di bevande zuccherate), la direzione tipica è: meno zucchero → meno energia → più facilità a stare nel piano.
3) Linee guida: perché l’OMS è prudente
L’OMS (2023) ha pubblicato una raccomandazione prudente: non usare i dolcificanti come strategia principale di controllo del peso.
Traduzione operativa: se ti aggrappi al “zero” per dimagrire, stai puntando sul dettaglio sbagliato. Usa piuttosto i dolcificanti come strumento di transizione, mentre riduci la dipendenza dal gusto dolce e stabilizzi la dieta.
In pratica
1) Tre scenari e una scelta semplice
Scenario A — Bevi zucchero (succhi, bibite, tè zuccherati)
Qui il cambio è quasi sempre un win.
Mossa starter (7 giorni):
sostituisci solo le bevande zuccherate con acqua o “zero”,
senza aggiungere snack “perché tanto ho risparmiato”.
Se vuoi un gancio pratico sul tema “zuccheri liquidi”, puoi partire da qui: il succo di frutta è davvero ‘sano’?
Scenario B — Dolcifichi caffè/yogurt/proteici
Se ti aiuta a mantenere un’alimentazione stabile, ok.
Regola: tienilo come piccolo facilitatore, non come “dolce a richiesta” tutto il giorno.
Scenario C — Dopo lo “zero” ti viene più fame
Qui non devi “resistere”. Devi fare debug.
Mossa starter (7 giorni):
elimina i dolcificanti solo nelle ore in cui noti l’effetto (es. pomeriggio/sera),
lascia invariato il resto,
monitora: fame, voglia di dolce, spuntini.
Se l’hai notato soprattutto dopo cena, questo può aiutarti: perché il dolce entra anche da pieno
2) Le 4 regole “anti auto-sabotaggio”
Usali per sostituire, non per aggiungere.
Non comprarci il dessert: se risparmi 150 kcal e poi ne aggiungi 400, non è “metabolismo”: è matematica.
Non aumentare la frequenza del dolce: se prima avevi un dolce ogni tanto e adesso hai “dolce” in ogni bevanda/snack, stai allenando il palato nella direzione opposta.
Stabilità prima: se la tua dieta è già fragile, il “zero” diventa spesso un cerotto. Prima stabilizza pasti e proteine; poi affina i dettagli. (Se ti riconosci nella frustrazione da calorie e micro-ottimizzazioni, è utile leggere qui: frustrazione da kcal)
Segnali & stop
Fermati e ricalibra se:
noti più fame nelle 1–3 ore dopo l’uso (pattern ripetuto, non un caso);
aumenti la frequenza di snack “perché tanto è zero”;
ti ritrovi a inseguire il dolce tutto il giorno (palato sempre acceso);
hai sintomi intestinali quando usi prodotti “senza zucchero” (qui spesso il problema sono polioli/fibre aggiunte, non i dolcificanti in sé).
FAQ su dolcificanti e peso
Quindi i dolcificanti “fanno ingrassare”?
Di default no. Il rischio pratico è che tu li usi in modo che ti faccia mangiare di più (compensazione) o che aumenti la tua esposizione al dolce. Se sostituiscono zucchero (soprattutto nelle bevande) e non diventano un lasciapassare, spesso sono neutri o utili.
È meglio l’acqua o la bibita “zero”?
Se bevi “zero” al posto di bibite zuccherate, è spesso un miglioramento. Se invece la “zero” ti alza fame/craving, l’acqua diventa la scelta più pulita. Non scegliere per ideologia: scegli per aderenza.
Stevia = meglio perché “naturale”?
“Naturale” non significa automaticamente “migliore”. A livello di gestione del peso vale la stessa regola: conta la sostituzione e il comportamento che sblocca.
Ci sono persone che dovrebbero evitarli?
Se hai fenilchetonuria, l’aspartame è da evitare (per la fenilalanina). Per tutto il resto, se hai dubbi o condizioni specifiche, confrontati con un professionista: qui stiamo parlando di strategie, non di terapia.
-
World Health Organization. Use of non-sugar sweeteners: WHO guideline. 2023.
de Ruyter JC et al. A trial of sugar-free or sugar-sweetened beverages and body weight in children. N Engl J Med. 2012.
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Harrold JA et al. Non-nutritive sweetened beverages versus water after a 52-week weight management programme: a randomised controlled trial. Int J Obes (Lond). 2024.
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Chakravartti SP et al. Non-caloric sweetener effects on brain appetite regulation in individuals across varying body weights. Nat Metab. 2025.
Perché ho sempre fame? 7 cause comuni e 4 check pratici
Se provi a risolvere fame, voglia e stress con la stessa arma (resistere), perdi. Qui capisci cosa sta succedendo e scegli una mossa piccola ma sensata.
Se ti sembra di avere fame “sempre”, la tentazione è semplice: darti una colpa.
Più utile è un’altra ipotesi: stai mescolando cose diverse (fame, appetito, voglia, stress, abitudine) e stai provando a risolverle tutte con la stessa risposta: resistere.
Qui facciamo il contrario: identifichi la causa più probabile e poi scegli una mossa piccola ma sensata.
Per chi / Non per chi
Per chi è:
senti spesso fame anche quando “hai mangiato da poco”;
ti ritrovi a fare snack random e a rincorrere energia;
vuoi una pagina che ti orienti e ti indichi la mossa giusta (senza enciclopedia).
Non è per chi:
cerca un trucco per non sentire mai fame (la fame è un segnale, non un bug);
sta vivendo abbuffate frequenti o compensazioni: lì serve un percorso dedicato con Professionisti.
In breve
Avere sempre fame di solito non è “mancanza di forza di volontà”. È uno di questi scenari:
pasti poco stabili (ti riempi ma non reggi);
snack e bevande che alzano e abbassano l’energia;
sonno e stress che ti spostano verso cibi più facili;
restrizione rigida → desiderio → rimbalzo;
contesto “iper-stimolante” (varietà, ultra-processati, porzioni);
allenamento/deficit non gestiti.
Se vuoi la lente che spiega perché (fame vs appetito, sazietà vs saziazione, wanting/liking), parti da qui: Perché hai più fame di quella che vorresti
Princìpi
1) “Pieno” non significa “stabile”
Puoi sentirti pieno e avere fame dopo due ore. Succede quando il pasto ti sazia nel momento, ma non ti dà sazietà nelle ore successive.
2) Non è sempre fame: spesso è appetito (cue-driven)
Se l’unica cosa che ti va bene è “quel cibo preciso”, non è fame generica: è appetito, voglia, abitudine, contesto.
Le 7 cause più comuni (e dove andare)
1) Pasti poco stabili (ti fermi, ma non reggi)
Segnali tipici: fame a rimbalzo, spuntini inevitabili, porzioni che cambiano ogni giorno.
Mossa base: a pranzo e cena costruisci almeno un “piatto stabile” (proteine + qualcosa di saziante + porzione normale).
Per scegliere ritmo e quantità senza rigidità: Quanti pasti al giorno?
2) Snack e bevande “invisibili” (energia facile, fame veloce)
Segnali tipici: arrivi alle 16 distrutto, ti “salvi” con qualcosa di dolce, poi hai di nuovo fame.
Mossa base: se fai snack, fallo deciso (quando, cosa, quanto). E attenzione alle calorie liquide (succhi, bevande zuccherate, alcol).
Per decidere snack senza estremismi: Snack: sì o no?
3) Sonno scarso (più “drive”, meno margine)
Segnali tipici: fame e voglie più forti il giorno dopo, soprattutto per cibi rapidi e gratificanti.
Mossa base: non serve diventare monaco: ti basta una micro-routine che aumenti la probabilità di dormire meglio. Scopri come dormire meglio (già da stasera).
4) Stress e stanchezza mentale (mangi per spegnere, non per nutrire)
Segnali tipici: non hai fame “di stomaco”, ma vuoi qualcosa per cambiare stato. E spesso non ti soddisfa davvero.
Mossa base: prima di mangiare, fai una pausa breve (30–90 secondi) per tornare al volante; poi decidi.
Se qui ti riconosci spesso: Fame vera, fame emotiva e sensi di colpa
5) Restrizione rigida → desiderio → rimbalzo
Segnali tipici: giorni “perfetti” seguiti da giorni in cui salta tutto; sensi di colpa; compensazioni.
Mossa base: se il piano si regge solo con forza di volontà, è fragile. Ti serve un assetto più umano.
Scopri perché il miglior modo per ingrassare è mettersi a dieta.
6) Contesto iper-stimolante (varietà, ultra-processati, porzioni)
Segnali tipici: potresti smettere, ma “ti viene da continuare”; una cosa tira l’altra; mangi più per stimolo che per fame.
Mossa base: non devi “ripulire tutto”. Devi ridurre l’automatismo: porziona, scegli, sposta, rendi meno disponibile.
Per una lente utile su categorie e contesto: Cos’è davvero “cibo vero”?
7) Allenamento e deficit gestiti male
Segnali tipici: ti alleni duro, mangi poco, poi la fame ti travolge (o la sera “recuperi tutto”).
Mossa base: se il tuo obiettivo è dimagrire, il deficit deve essere sostenibile. Se il tuo obiettivo è performare, il carburante non è optional.
Per capire quando ha senso stringere e quando no: Allenarsi meno e mangiare meno
I 4 check (router) che risolvono l’80% dei casi
1) Check stabilità pasto
Chiediti: “Dopo questo pasto, reggo 3–5 ore?”
Se la risposta è quasi sempre “no”, il problema non è disciplina: è assetto.
2) Check tempo + specificità
Se sono passate molte ore e mangeresti anche qualcosa di semplice → più fame.
Se hai mangiato da poco e vuoi solo “quel cibo preciso” → più voglia/appetito.
3) Check sonno
Se dormi male, non sei “più debole”: hai semplicemente meno margine.
4) Check ambiente
Se ciò che ti “accende” è sempre a portata di mano in forma illimitata, stai chiedendo troppo alla tua forza di volontà.
In pratica: 4 mosse per oggi
Aggiungi un’ancora proteica a pranzo e cena.
Se fai snack, fallo deciso (non random): orario + porzione.
Quando parte la voglia, fai 10 minuti di “buffer” (spostati, fai altro, bevi acqua): poi scegli.
Proteggi il sonno con una micro-regola: stessa ora di stop schermi per 3 sere.
Segnali & stop
Se la fame “sempre” è nuova, intensa e associata a sintomi insoliti (sete marcata, dimagrimento non voluto, tremori frequenti, insonnia importante), ha senso confrontarsi con il Medico.
Se senti di essere in un ciclo di abbuffate/compensazioni, la priorità non è aggiungere regole: è uscire dal loop con supporto professionale.
FAQ su “sempre fame”
Se ho sempre fame, devo mangiare più spesso?
Non per forza. A volte basta rendere i pasti più stabili. Se invece i tuoi pasti sono già solidi, aumentare la frequenza può diventare solo più opportunità di “fare snack”. Parti da: Quanti pasti al giorno?
È normale avere più fame quando dormo poco?
Sì, succede spesso: il giorno dopo hai più “drive” verso il cibo e meno margine decisionale. Non serve la notte di sonno perfetta: una routine minima può fare molto.
Il digiuno intermittente mi aiuta o mi fa venire più fame?
Dipende da come reagisci tu. Per alcune persone è comodo; per altre aumenta rimbalzi e voglie. Se ti porta a serate ingestibili, non è lo strumento giusto.
Cos’è il “food noise”?
È quando il cibo diventa un rumore di fondo: pensieri ricorrenti, voglie che partono da stimoli e contesto più che da fame. Se ti ci riconosci, spesso aiutano: struttura dei pasti, gestione snack e lavoro su fame emotiva.
Bere acqua mi “toglie” la fame?
A volte confondi sete e fame, quindi bere può aiutare. Ma se il problema è appetito/cue o un pasto instabile, l’acqua non sostituisce un assetto alimentare migliore.
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Spiegel K et al. Sleep curtailment in healthy young men is associated with decreased leptin levels, elevated ghrelin levels, and increased hunger and appetite. Ann Intern Med. 2004.
Halton TL, Hu FB. The effects of high protein diets on thermogenesis, satiety and weight loss: a critical review. J Am Coll Nutr. 2004.
Hall KD et al. Ultra-Processed Diets Cause Excess Calorie Intake and Weight Gain: An Inpatient Randomized Controlled Trial of Ad Libitum Food Intake. Cell Metab. 2019.
Ulrich-Lai YM et al. Stress exposure, food intake and emotional state. Stress. 2015.
Brunstrom JM, Rogers PJ. How many calories are on our plate? Expected fullness, not liking, determines meal-size selection. Obesity (Silver Spring). 2009.
Rolls BJ et al. Sensory specific satiety in man. Physiol Behav. 1981.
Mann T et al. Medicare's search for effective obesity treatments: diets are not effective and dieting can be harmful. Am Psychol. 2007.
Perché hai più fame di quella che vorresti (anche quando sei pieno)
A volte non è forza di volontà: è che stai chiamando “fame” cose diverse. Se distingui che fame è, smetti di combattere tutto con la stessa arma.
A volte non è “mancanza di forza di volontà”.
È che stai usando una parola sola — fame — per descrivere cose diverse: bisogni del corpo, desideri del cervello, abitudini dell’ambiente.
E se non distingui che fame è, finisci per combattere tutto con la stessa arma: stringere i denti. Che funziona… finché non funziona più.
Per chi / Non per chi
Per chi è:
senti spesso fame “di testa” anche dopo un pasto;
vuoi capire perché c’è sempre spazio per il dolce e come gestirlo senza rigidità;
cerchi 2–4 mosse pratiche per mangiare con più criterio, non con più controllo.
Non è per chi:
sta affrontando un disturbo del comportamento alimentare già diagnosticato (qui serve un lavoro dedicato con Professionisti);
vuole un metodo per non sentire mai fame o voglia di qualcosa di buono (obiettivo poco umano, e spesso controproducente).
In breve
Fame e appetito non sono la stessa cosa: il corpo cerca energia, il cervello cerca gratificazione.
Saziazione è “mi fermo durante il pasto”. Sazietà è “reggo fino al prossimo pasto”. Non coincidono sempre.
Alcuni cibi ti “spengono” in bocca (saziazione) ma non ti tengono stabile (sazietà).
Il punto non è eliminare il desiderio: è costruire un contesto dove il desiderio non comanda.
Se vuoi la versione più pratica su fame emotiva, sfizi e sensi di colpa, qui: Fame vera, fame emotiva e sensi di colpa
Princìpi
1) Fame vs appetito: stesso volante, motori diversi
La fame è un drive fisiologico: ti spinge a cercare cibo quando l’organismo ne ha bisogno.
L’appetito è più “motivazionale”: è la spinta verso un cibo specifico, spesso legata a cues (vista, odore, contesto) e gratificazione.
Puoi avere poca fame e tanto appetito.
È il motivo per cui, anche dopo un pranzo abbondante, il cervello trova comunque una corsia preferenziale per il dessert: non è solo “spazio nello stomaco”, è anche spazio nel sistema di ricompensa.
Una lente utile qui è la distinzione tra liking e wanting:
liking = quanto ti piace davvero mentre lo mangi;
wanting = quanto ti “tira” prima ancora di mangiarlo.
Non sempre vanno insieme: puoi volere molto una cosa che poi, appena iniziata, ti dà meno piacere del previsto. Questo è uno dei punti in cui l’“autopilota” vince.
2) Saziazione vs sazietà: fermarti adesso, reggere dopo
Qui si fa confusione continuamente.
Saziazione: il segnale che ti fa dire “basta” durante il pasto.
Sazietà: il segnale che ti fa dire “sto bene” nelle ore successive.
Alcuni cibi (molto sapidi, molto “facili”) aumentano la saziazione: ti stancano in bocca e ti fermano.
Ma non è detto che aumentino la sazietà: dopo poco, la fame torna.
Ecco perché non basta “sentirsi pieno” per dire “ho risolto”: pieno è spesso saziato, non necessariamente sazio.
3) “C’è sempre spazio per il dolce” non è un difetto morale
Esiste un fenomeno chiamato sensory-specific satiety (sazietà sensorio specifica): mentre mangi, la piacevolezza di quel sapore specifico tende a calare, ma un sapore diverso (dolce dopo salato, croccante dopo morbido) può riaccendere l’interesse.
Traduzione pratica: varietà + contrasto di sapori rendono più facile mangiare oltre le necessità.
Non significa che “il dolce è il male”. Significa che se lo tratti come una trappola, la trappola vince. Se lo tratti come una scelta, hai più margine.
4) Se il piano si regge solo con forza di volontà, è un piano fragile
Quando la strategia è tutta: “resisto”, il tuo sistema diventa binario.
E il binario tipico è: restrizione → desiderio → sfogo → colpa.
Se ti riconosci, ti conviene leggere anche questo: Il miglior modo per ingrassare è mettersi a dieta
Evidenze (solo quello che ti serve)
La palatabilità tende a influenzare soprattutto quanto ti fermi durante il pasto (saziazione), non per forza quanto reggi dopo (sazietà).
Il modo in cui mangi (es. bocconi più piccoli e più tempo di esposizione orale) può ridurre l’introito nel pasto.
“Wanting” e “liking” sono processi distinguibili: non è una poesia, è un modo utile per capire perché certe voglie partono “prima” di te.
La scelta della porzione è influenzata anche da ciò che ti aspetti in termini di pienezza: alcuni cibi sono percepiti come “poco sazianti” e quindi portano a porzioni più grandi.
In pratica
1) Mini-check “che fame è?” (30 secondi)
Fai 3 domande. Rispondi al volo.
1) Quando ho mangiato l’ultima volta? Se sono passate molte ore, è più facile che sia fame fisica.
2) Mangerei anche qualcosa di semplice? Se sì → fame. Se no, e vuoi solo “quel cibo preciso” → voglia/appetito.
3) Com’ero 10 minuti fa? Se eri stressato, annoiato o stanco → possibile fame mentale/emotiva.
La mossa
Fame fisica → fai un pasto stabile.
Voglia/appetito → rendila intenzionale (porzione + momento) o cambia cue (spostati, aspetta 10’).
Fame mentale/emotiva → esci dal loop e usa una guida pratica: Fame vera, fame emotiva e sensi di colpa
2) Costruisci un “pasto stabile” (non un pasto perfetto)
Se vuoi meno fame a rimbalzo, cerca stabilità, non “leggerezza”.
In pratica, a pranzo e cena:
una fonte proteica;
una quota di verdure;
carboidrati modulati su fame e allenamento;
un po’ di grassi “normali”, senza estremismi.
Se ti aiuta ragionare su quantità e frequenza, qui: Quanti pasti al giorno?
3) Se vuoi il dolce, rendilo intenzionale
Molte persone non hanno “troppo dolce”. Hanno dolce random, quando sono stanche o scariche.
Due mosse semplici:
scegli quando (es. dopo cena, non a caso alle 17);
scegli quanto (porzione decente, servita e finita, non “assaggi continui”).
Se ti capita spesso dopo cena: Sfizio dopo cena: come gestirlo
4) Cambia l’ambiente prima di cambiare te
L’appetito è cue-driven.
Quindi, in pratica:
se una cosa ti fa partire sempre, non tenerla “a portata di mano” in forma illimitata;
se la vuoi, porzionala (compra porzioni singole o porziona subito);
se il problema sono gli snack, non serve eliminarli: serve decidere quando sì e quando no. (Vedi qui: Snack: sì o no?.)
Segnali & stop
Se la fame è accompagnata da forte ansia, abbuffate frequenti o compensazioni (digiuni punitivi, allenamento “riparatorio”), la priorità è uscire dal ciclo: non serve stringere le regole.
Se la tua strategia ti porta a tagliare troppo e poi “crollare”, non è disciplina: è un assetto instabile.
Se hai condizioni cliniche (diabete in terapia, problemi gastrointestinali importanti, ecc.), evita soluzioni fai-da-te estreme.
FAQ su fame, appetito e sazietà
Perché ho fame anche dopo un pasto abbondante?
Perché potresti essere saziato (ti sei fermato durante il pasto) ma non davvero sazio (non reggi nelle ore successive). Inoltre l’appetito può riaccendersi per cue e varietà di sapori, anche senza vera fame fisica.
Come faccio a capire se è fame o voglia?
Guarda tre segnali: tempo dall’ultimo pasto, disponibilità a mangiare “cibi normali”, e stato emotivo immediatamente precedente. La voglia di solito è più specifica e più legata a contesto ed emozioni.
Mangiare lentamente serve davvero?
Spesso sì, perché aumenta l’esposizione sensoriale orale e facilita la saziazione. Non è una bacchetta magica: funziona meglio dentro una dieta complessivamente stabile.
Perché il dolce “entra sempre”?
Perché il desiderio può spostarsi verso un sapore nuovo (dolce) anche quando il sapore precedente (salato) ha iniziato a “stancarti”. È un fenomeno noto: non è un difetto morale.
Devo eliminare gli snack?
Non per forza. Molto spesso basta passare da snack “random” a snack decisi (quando, quali, quanto) e costruire pasti principali più stabili.
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Berridge KC et al. Liking, wanting, and the incentive-sensitization theory of addiction. Am Psychol. 2016.
Rolls BJ et al. Sensory-specific satiety in man. Physiol Behav. 1981.
de Graaf C et al. Palatability affects satiation but not satiety. Physiol Behav. 1999.
Zijlstra N et al. Effect of bite size and oral processing time of a semisolid food on satiation. Am J Clin Nutr. 2009.
Brunstrom JM, Rogers PJ. How many calories are on our plate? Expected fullness, not liking, determines meal-size selection. Obesity (Silver Spring). 2009.
Mann T et al. Medicare's search for effective obesity treatments: diets are not effective and dieting can be harmful. Am Psychol. 2007.
Prima volta qui? Fai il Never Diet Test (9 domande, 2 minuti) e ricevi la guida Never Diet Essential.
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