Blog Oukside
Idee chiare e protocolli pratici — senza schede infinite e inapplicabili.
Esamina Oukside: Never Diet (e perché cito Examine)
Quando hai solo il martello della dieta, tutto diventa un chiodo. Ecco come usare Never Diet per non incastrarti.
Anni fa mi è arrivata una newsletter di Examine.com con una frase che sembra una battuta, ma è un test psicologico travestito da proverbio: quando hai solo un martello, tutto ciò che vedi assomiglia a un chiodo.
In ambito fitness quel “martello” è quasi sempre lo stesso: la dieta.
Hai stress? Dieta.
Dormì male? Dieta.
Hai meno energie? Dieta.
Ti senti gonfia/o? Dieta.
Ti alleni male? Dieta.
Poi magari la dieta funziona… per un po’. E a un certo punto smette. Non perché tu sia “sbagliata/o”, ma perché stai chiedendo a un solo strumento di risolvere un problema che, nella vita reale, è fatto di più pezzi.
Questo articolo serve a due cose:
chiarire cosa c’entra davvero Examine con Oukside (e cosa non c’entra);
farti capire perché Never Diet non è “anti-dieta” per moda: è anti-martello.
Prima cosa: “Esamina” qui è un verbo
Sì, esiste Examine.com. È un sito in Inglese di sintesi evidence-based su nutrizione e integrazione.
Qui però “esamina” è l’imperativo del verbo: guardiamo dentro. Mettiamo sul tavolo ciò che conta davvero e togliamo il rumore.
Quindi: non devi “iscriverti a Examine” per capire Oukside. Ti sto solo facendo vedere un esempio di mentalità editoriale che ci piace: meno hype, più struttura.
Cosa c’entra Examine con Never Diet
Examine non è “un metodo per dimagrire”. È un modo di ragionare: prendere un argomento, masticare la letteratura, restituire una sintesi utile e non ideologica.
La newsletter che citavo dice, in sostanza, una cosa che in Oukside ripetiamo da anni: è facile credere che una dieta perfetta risolva tutto, perché è misurabile, controllabile e ti dà l’illusione di avere il volante in mano. Ma se concentri tempo ed energie solo lì, lasci indietro sonno, stress, relazioni, abitudini… e poi ti chiedi perché il sistema non regge.
Never Diet nasce proprio per evitare questo errore di impostazione.
Il martello della dieta: perché ci caschiamo
Ci caschiamo perché il “cibo” è un oggetto perfetto per il controllo.
lo tocchi 3–5 volte al giorno;
lo puoi quantificare;
puoi trasformarlo in regole;
ti dà un feedback rapido (sulla bilancia, sul gonfiore, sulla fame).
E allora succede la trappola: inizi a ottimizzare il cibo mentre il resto peggiora. In quel momento, qualsiasi progressione diventa fragile.
Se vuoi vedere questo concetto dal lato “kcal e termodinamica, ma senza feticismo dei numeri”, qui c’è il pezzo che fa da base: The Calorie Project.
Never Diet: un sistema per non fissarti su una sola leva
Never Diet non è un’altra dieta. È una mappa.
Invece di chiederti “che dieta devo fare?”, ti chiede:
come ti nutri (senza rinunce inutili);
come ti muovi (senza punirti);
come recuperi e gestisci stress e sonno;
come vivi le cose che ti piacciono (senza modalità ON/OFF).
È la differenza tra aggiustare una vite e aggiustare un impianto.
Se vuoi vedere la mappa completa (Aree e Fattori), è qui: Metodo Never Diet.
Due idee chiave che cambiano tutto
1) Ritorni decrescenti
All’inizio, migliorare la dieta dà risultati enormi con poco sforzo: inizi a strutturare i pasti, riduci il caos, scegli meglio, gestisci le quantità.
Poi, più cerchi il “perfetto”, più lo sforzo cresce e il guadagno si assottiglia. A quel punto molte persone reagiscono nel modo peggiore: stringono ancora di più.
Non è disciplina: è un vicolo cieco.
2) Vantaggi marginali
Quando il sistema è già “decente”, spesso vale più:
un piccolo miglioramento su più leve
che
un grande miglioramento su una sola leva.
Non perché la dieta non conti. Ma perché gli altri pezzi possono sabotare o amplificare ciò che fai nel piatto.
Esempi molto concreti:
se dormi male, gestire fame e craving diventa più difficile;
se sei cronicamente stressata/o, l’allenamento tende a diventare o punizione o salto continuo;
se vivi in modalità “tutto o niente”, anche la dieta migliore diventa un interruttore.
Se vuoi iniziare dal pezzo più “bloccante” spesso è FEEL: stress e fatica e dormi meglio stanotte.
Come si usa davvero Oukside (senza trasformarlo in un altro martello)
Qui sotto c’è un mini-protocollo pratico. Non è “motivazionale”: è operativo.
Step 1 — Fai una fotografia, non una sentenza
Dai un voto da 1 a 9 a questi quattro aspetti:
nutrizione (struttura dei pasti, non perfezione);
movimento (quanto ti muovi e come ti alleni);
recupero (sonno e stress);
vita reale (abitudini, piacere, socialità, ritmo).
Non devi “sentirti male” se un numero è basso. Devi solo capire dove si sta rompendo il sistema.
Step 2 — Scegli la leva più bloccante
Non quella che ti piace di più. Quella che, se la porti da 4 a 6, ti libera energie per tutto il resto.
Spesso è una di queste:
pasti troppo liquidi o troppo caotici;
allenamento troppo aggressivo o troppo casuale;
sonno e stress lasciati a “quando c’è tempo”;
gestione degli sfizi solo con divieti.
Per l’ultima, qui c’è la guida “vita reale”: pasto libero, vacanze e flessibilità.
Step 3 — Applica un principio per 7–14 giorni
Un solo principio. Non dieci.
Esempi:
costruire 2 pasti “base” ripetibili;
fare 2 sedute essenziali e camminare ogni giorno;
proteggere un’ora di sonno prima di “ottimizzare la dieta”;
rendere gli sfizi intenzionali, non incidenti.
Se ti serve la base alimentare senza confusione: che cos’è “cibo vero”.
Step 4 — Misura con segnali, non con ideologia
I segnali buoni sono noiosi:
fame più ordinata;
energia più stabile;
allenamenti che non sembrano una guerra;
sonno meno fragile;
progressi che non ti costano la vita.
Se il tuo piano produce colpa, rigidità e ossessione, non è un piano: è un’altra dieta travestita.
E quindi, cosa te ne fai tu?
Se ti sei riconosciuta/o nel “martello della dieta”, fai questa cosa oggi:
scegli una sola leva fuori dal piatto (sonno, stress, allenamento, abitudini);
fai un micro-miglioramento che riesci a ripetere per 7 giorni;
poi torna al cibo con più lucidità.
Se vuoi partire in modo guidato e rapido, senza inventarti tutto da zero:
Inizia dal Never Diet Test
FAQ
Quindi la dieta non conta?
Conta. Ma non può essere l’unico martello. Se il resto del sistema è sotto stress, la dieta diventa fragile e intermittente.
Serve contare calorie?
No. Serve costruire struttura e segnali. Il conteggio può essere un tool temporaneo, non un’identità. Per la versione “seria” di questo discorso: The Calorie Project.
Devo lavorare su tutto insieme?
No. Parti dalla leva più bloccante. Un sistema migliora più in fretta quando smetti di “ottimizzare” e inizi a “sbloccare”.
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Kaplan A. The Conduct of Inquiry: Methodology for Behavioral Science. Chandler. 1964.
Examine.com. Examine: Evidence-based analysis on supplements & nutrition. Examine.com. 2025.
Crescita personale tossica: come disintossicarti senza smettere di crescere
Come riconoscere quando la crescita personale diventa ansia e controllo, e come tornare a crescere con valori, azioni e segnali reali.
Se ti muovi online, la conosci: la sensazione di dover diventare “una versione migliore” di te stessa/o… ogni settimana. Un libro, un corso, una routine, un metodo, una community. E, se non lo fai, sembra che tu stia buttando via la vita.
Il paradosso è che la crescita personale esiste davvero. Solo che spesso non arriva da quello che consumi. Arriva da quello che fai: scelte, errori, allenamento, relazioni, lavoro, tempo libero. Vita.
Qui voglio mettere ordine in una confusione che, per struttura, assomiglia tantissimo alla cultura della dieta: un mercato che vende ansia e poi ti propone la cura. Se ti suona familiare, sì: è lo stesso meccanismo di cui parliamo quando smontiamo illusioni e dogmi in ambito fitness (se vuoi un parallelo diretto, leggi l’illusione della dieta).
Disciplina o effetto
Chiamiamo le cose con il loro nome.
Crescita personale come effetto: succede mentre vivi. Studi, fai sport, impari un mestiere, ti confronti, costruisci una relazione, ti prendi responsabilità. Non è sempre piacevole, ma è reale.
“Crescita Personale” come disciplina: quando diventa un settore con regole, guru, prodotti, promesse. Qui non sto dicendo che sia tutta fuffa. Sto dicendo che è facile che diventi tossica, perché ti sposta dal vivere al consumare.
È lo stesso fraintendimento che vedi nel fitness: la “massa muscolare” è un risultato; l’allenamento è il processo. Se inizi a comprare solo “contenuti sulla massa muscolare” senza allenarti, stai solo girando intorno al problema.
Quando diventa tossica
Ci sono tre meccanismi ricorrenti. Non devi “diagnosticarti” nulla: ti basta riconoscere il pattern.
1) Più consumo, meno vita
La versione tossica della crescita personale è spesso un loop:
senti un fastidio (insicurezza, stanchezza, confusione)
consumi contenuti per ridurlo
il contenuto ti apre nuovi standard (“dovresti fare di più”)
ti senti in difetto
consumi altro contenuto
È una forma elegante di evitamento: invece di stare in un’emozione e farci qualcosa, la anestetizzi con informazione e rituali.
Se ti interessa questo tema dal lato “evidenza senza fideismo” (cioè: quando l’idea di “scientifico” diventa fede, o marketing), puoi agganciare qui: evidenza senza fideismo.
2) Un “codice” unico al posto dei tuoi valori
Quando un approccio ti propone un manuale universale per vivere (routine, regole, frasi, rituali), il rischio è che tu inizi a misurarti sul codice, invece che sulla tua realtà.
Il punto non è “fare obiettivi” o “avere disciplina”. Il punto è a chi stai delegando la bussola.
A volte la tossicità è sottile: non ti dicono “fai così”, ma ti fanno sentire che se non lo fai, “non sei abbastanza”. E se vuoi un esempio pratico di come anche gli obiettivi possano diventare una trappola (quando sono formulati male), qui hai un pezzo collegato: obiettivi non così smart.
3) La community come anestetico
Cercare appartenenza è umano. Il problema è quando la community diventa un luogo in cui l’obiettivo non è capire, ma sentirsi parte.
Nel tempo può succedere una cosa strana: inizi a preferire il comfort del gruppo (consenso, incoraggiamento standardizzato, slogan) alla frizione sana del reale (feedback, contraddizioni, domande scomode).
Questo non significa “stare da soli”. Significa scegliere relazioni e contesti che reggono il confronto, non solo l’applauso.
Come filtrare in 60 secondi
Quando incappi nell’ennesimo contenuto “trasformativo”, prova questo filtro rapido. Non è filosofia: è igiene mentale.
Chiediti:
Questo mi porta a fare una cosa concreta entro 24–72 ore, o mi spinge a consumare altro?
Mi sta aumentando libertà e competenza, o controllo e ansia?
Sto usando questo contenuto per evitare un’emozione o una decisione che non voglio prendere?
Se smettessi di seguire questa fonte per un mese, la mia vita peggiorerebbe davvero… o mi calmerei?
Qual è il costo–opportunità? (tempo, attenzione, energia, relazioni, sonno)
Questa idea rispetta la mia realtà o richiede che io cambi identità per applicarla?
Se vuoi rendere il filtro ancora più pratico (e collegarlo alle decisioni quotidiane), puoi usare anche questo pezzo: consapevolezza pratica e decisioni.
Come disintossicarti nella vita reale
Qui non serve un “percorso”. Serve un reset semplice.
1) Metti un tetto al consumo
Per una settimana, dai ai contenuti un limite chiaro (tempo o giorni). E usa il tempo liberato per fare una cosa vera: allenarti, cucinare, camminare, dormire, sistemare una relazione, studiare.
Il principio è brutale: se non trovi tempo per vivere, non stai crescendo: stai compensando.
2) Trasforma le idee in esperimenti piccoli
Una regola: un’idea vale solo se diventa comportamento.
Scegli una sola cosa e testala per 7–14 giorni. Se non cambia nulla, scartala. Se cambia qualcosa, tienila.
3) Misura con segnali, non con slogan
La versione non tossica della crescita personale lascia tracce osservabili:
dormi un po’ meglio
hai meno frizione nel fare cose importanti
gestisci meglio stress e relazioni
ti senti più libera/o, non più “sotto esame”
Se invece aumentano colpa, rigidità e perfezionismo, non è crescita: è controllo travestito.
4) Riparti dai tuoi valori
Non “obiettivi”. Valori.
Un valore è una direzione (es. salute, cura, presenza, competenza). Un obiettivo è una tappa. Se stai male, spesso è perché stai inseguendo tappe che non hanno una direzione che ti appartiene.
5) Impara a dire “no” senza fare la guerra a nessuno
Disintossicarsi significa anche ridurre input inutili.
Se ti serve un ponte pratico su confini e assertività, eccolo: imparare a dire di no.
6) Scegli contesti che reggono il dissenso
Se una community non tollera domande, dubbi, contraddizioni, non è supporto: è manutenzione dell’illusione.
7) Quando serve un Professionista
Se quello che chiami “crescita personale” è in realtà un modo per gestire ansia, umore molto basso, traumi, o un malessere che si trascina da tempo, non serve un altro contenuto: serve un lavoro dedicato con il tuo Professionista di riferimento.
E quindi, cosa te ne fai tu?
Se vuoi una versione minimalista, eccola:
per 7 giorni riduci il consumo e aumenta l’azione
scegli un valore e un comportamento coerente
misura i segnali: libertà, energia, qualità della settimana
Se la “crescita” che stai seguendo ti rende più rigida/o, più colpevole, più dipendente dai contenuti, non è crescita. È un’altra forma di dieta.
FAQ
La crescita personale è tutta fuffa?
No. La tossicità nasce quando il consumo sostituisce l’esperienza e quando un codice esterno prende il posto dei tuoi valori.
Come capisco se un contenuto mi sta aiutando o mi sta drogando?
Se ti porta ad agire con più serenità e competenza, sta aiutando. Se ti spinge a consumare altro e aumenta ansia, colpa o controllo, sta drogando.
E se a me serve motivazione?
La motivazione è utile, ma è instabile. Se vuoi un risultato che dura, costruisci un sistema: piccoli comportamenti ripetibili e misurabili.
Cosa c’entra con il fitness e con Oukside?
È lo stesso pattern: promesse semplici, regole rigide, identità “da diventare”, colpa quando non riesci. Qui lo stiamo smontando fuori dal piatto e dalla palestra, ma il meccanismo è identico.
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Baumeister RF, Leary MR. The need to belong: desire for interpersonal attachments as a fundamental human motivation. Psychol Bull. 1995.
Gross JJ, John OP. Individual differences in two emotion regulation processes: implications for affect, relationships, and well-being. J Pers Soc Psychol. 2003.
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Hayes SC, Luoma JB, Bond FW, Masuda A, Lillis J. Acceptance and commitment therapy: model, processes and outcomes. Behav Res Ther. 2006.
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Ciarrochi J, Atkins PWB, Hayes SC, Sahdra BK. Toward a unified framework for positive psychology and clinical psychology: a process-based approach to human flourishing. Front Psychol. 2022.
Wood JV, Perunovic WQE, Lee JW. Positive self-statements: power for some, peril for others. Psychol Sci. 2009.
Jian Z, Zhang W, Tian L, Fan W, Zhong Y. Self-Deception Reduces Cognitive Load: The Role of Involuntary Conscious Memory Impairment. Front Psychol. 2019.
Pandoro e Panettone fanno ingrassare? Dolci di Natale senza guerra col cibo
Dolci di Natale e forma fisica non sono incompatibili: Panettone e Pandoro possono stare senza dieta–sgarro–colpa.
Oggi è una mattina di Dicembre in Oukside. Ho da poco realizzato che l’etichetta nutrizionale di Panettone e Pandoro dice più o meno questo: circa 390 kcal, 50 g di carboidrati, 15 g di grassi e 7 g di proteine ogni 100 g.
Numeri che non sono così diversi da quelli di riso o pasta: circa 360 kcal, 75 g di carboidrati, 7 g di proteine e 1,5 g di grassi ogni 100 g. Sulla carta, se il mio pasto tipico è una fonte proteica da 200–250 g e una fonte di carboidrati (riso, pasta, pane) da 100–120 g più il condimento, potrei sostituire quella fonte di carboidrati con una fetta di Panettone o Pandoro.
Eppure, se mi immagino di trasformare quel pasto sostituendo riso o pasta con una bella fetta di Panettone, una parte di me sente di star facendo qualcosa di “proibito”. Come se i dolci di Natale non fossero semplicemente cibo, ma una prova morale.
Questa guida nasce da qui: capire perché succede questo e come smettere di vivere Panettone, Pandoro e dolci delle feste come nemici giurati del tuo percorso di forma fisica.
Per chi è
Per te che ogni Dicembre ti ritrovi a combattere con Panettone, Pandoro e dolci delle feste, fra voglia di goderteli e paura di “rovinare tutto”.
Per te che ti senti spesso “a dieta”, con una lista mentale di cibi proibiti, e poi ti capita di perdere il controllo proprio su quei cibi.
Per te che vorresti che Natale, Capodanno, cene aziendali e pranzi in famiglia smettessero di essere una gara fra privazioni, sgarri e sensi di colpa.
Per chi non è
Per chi sta affrontando un Disturbo del Comportamento Alimentare (diagnosticato o sospetto): qui servono indicazioni personalizzate di Medico, Nutrizionista e Psicologo/a.
Per chi è in un percorso clinico specifico (Obesità severa, condizioni metaboliche complesse) con paletti chiari fissati dal proprio team curante.
Per chi cerca una regola secca tipo “X fette di Panettone a settimana”: qui parliamo di princìpi e di come cambiare la cornice mentale, non di grammature rigide.
In breve
Più che di cibo, si ingrassa di sensi di colpa e di tutto-o-niente attorno al cibo.
Sentirsi sempre “a dieta” + lista di cibi proibiti = più episodi di perdita di controllo quando finalmente ti concedi quei cibi.
Panettone, Pandoro e dolci di Natale non sono “bombe che ti rovinano” a prescindere: conta come li inserisci nel tuo stile di vita e con quanta rigidità li pensi.
Normalizzare questi cibi, includendoli in categorie alimentari e dentro una struttura che tiene, riduce la probabilità di abbuffate e compensazioni drastiche.
Never Diet non è “mangiare tutto sempre”: è smettere di vivere il cibo come pagella morale e lavorare su routine, sonno, stress, movimento oltre che sul piatto.
Princìpi: dolci delle feste, sensi di colpa e Never Diet
1. Non è il Panettone in sé, è la combinazione “sentirsi a dieta + cibo proibito”.
Quando ti senti a dieta e hai una lista di alimenti proibiti, ogni occasione in cui “ti lasci andare” tende a trasformarsi in un episodio di perdita di controllo su quei cibi, più di quanto accadrebbe se non ti sentissi a dieta e non li vivessi come proibiti. È il contesto mentale che amplifica l’effetto, non il singolo morso.
2. Più provi a non pensare a un cibo, più quel cibo occupa spazio nella testa.
Vietare un alimento o cercare di scacciare il pensiero del “cibo proibito” porta a pensarlo di più e, quando capita l’occasione, a mangiarne quantità maggiori. Il “frutto proibito” attira proprio perché è proibito, non perché abbia proprietà magiche.
3. Sentirsi a dieta sposta il cibo sul piano emotivo, non solo nutrizionale.
Quando ti percepisci a dieta, il cibo gustoso viene caricato di significati emotivi: coccola, premio, consolazione. Non mangi solo per fame, ma per alleviare stress, frustrazione, stanchezza. Questo rende più probabile usare i dolci delle feste come valvola di sfogo, non come piacere consapevole.
4. Associare il cibo alla colpa ti allontana dal “mangiare sano”.
Quando vivi uno sfizio con senso di colpa, “mangiare sano” smette di essere una scelta al tuo servizio e diventa una punizione. In poco tempo ti ritrovi a oscillare fra periodi di controllo rigido e periodi di “tanto ormai”, più che in un equilibrio sostenibile.
5. Includere i dolci nelle tue categorie alimentari li rende gestibili.
Trattare Panettone, Pandoro e dolci delle feste come possibili sostituti dentro le categorie carboidrati e grassi, invece che come eccezioni proibite, ti permette di decidere quando e quanto inserirli, senza fare finta che non esistano e senza trasformarli in “occasioni speciali” fuori controllo.
Cosa dicono le evidenze
Gli studi sul comportamento alimentare mostrano in modo abbastanza consistente tre dinamiche che, sommate, spiegano perché i dolci di Natale sembrano “pericolosi” soprattutto quando li vivi come proibiti.
Il “frutto proibito” e il pensiero che rimbalza
Quando un cibo viene vietato, tendiamo a pensarlo di più. Gli esperimenti sul cosiddetto “forbidden fruit” mostrano che chi sente un alimento come proibito dedica più attenzione e pensieri a quel cibo rispetto a chi non lo vive come tale.
Se in più provi attivamente a scacciare il pensiero del “cibo proibito”, il risultato è spesso l’opposto: quando finalmente ti lasci andare, finisci per mangiarne di più, sia se hai un comportamento alimentare più rigido, sia se sei meno “restrained”.
Sentirsi a dieta e perdita di controllo
Non è solo questione di tagliare calorie. Quando ti senti a dieta – cioè quando percepisci di stare seguendo regole esterne rigide, più che un tuo stile alimentare flessibile – il cibo gustoso viene visto come premio, consolazione, valvola di sfogo.
Gli studi suggeriscono che in chi si sente a dieta, le situazioni che mettono alla prova l’autocontrollo portano più facilmente a episodi di “perdita di controllo” sul cibo, invece che a una semplice risposta alla fame fisiologica. Allo stesso tempo, pensare spesso al cibo come coccola e piacere mentale è più comune in chi vive in uno stato di restrizione cronica.
Quando a questo si aggiunge una lista di alimenti proibiti, nelle occasioni in cui ti lasci andare finisci per mangiare più di quei cibi rispetto a chi non si sente a dieta e non ha quella lista mentale.
Colpa, “mangiare sano” e segnali di fitness
Associare un cibo alla colpa non aiuta a mangiare meglio. In alcuni studi, chi associa un “cibo proibito” al senso di colpa ha un rapporto più complicato con la propria alimentazione e mostra più segnali di alimentazione disordinata rispetto a chi associa lo stesso cibo a celebrazione e piacere.
Allo stesso tempo, piccoli “promemoria” legati a salute e fitness possono, in certi contesti, ridurre leggermente la quantità di cibi proibiti consumata da chi tende a essere molto restrittivo, ma l’effetto non è una bacchetta magica: se la base resta un approccio rigido, il rischio di cicli dieta–sgarro–colpa rimane.
In sintesi: non è il singolo morso di Panettone a fare la differenza, ma il mix fra sentirti a dieta, proibizione, pensiero ossessivo e senso di colpa.
Dolci di Natale, in pratica
Fin qui la teoria. Vediamo ora come trasformarla in scelte concrete, senza fare finta che Panettone, Pandoro e dolci delle feste non esistano.
1. Decidi cosa “vale la pena” davvero
Non tutti i dolci si equivalgono, per te. Alcuni hanno un valore affettivo altissimo (il dolce che fa tua nonna, il dessert di una determinata cena), altri sono semplicemente prodotti mediocri che compaiono ovunque in questo periodo.
Una prima scelta pratica è questa: decidi quali 2–3 dolci delle feste, per te, “valgono la pena” e concentrati su quelli, invece di dire sì a tutto “perché è Natale”.
2. Scegli le occasioni, non ogni occasione
Invece di vivere dieci giorni di “liberi tutti”, puoi scegliere alcune occasioni specifiche in cui Panettone, Pandoro e dolci delle feste diventano protagonisti: due cene importanti, un pranzo di famiglia, una merenda particolare.
Questo ti permette di spostare l’attenzione dalla quantità di dolci alla qualità delle occasioni: smetti di inseguire ogni fetta e inizi a costruire ricordi precisi.
3. Usa le categorie alimentari per integrare i dolci
Tratta i dolci di Natale come parte delle categorie alimentari, non come extra scollegati:
Panettone e Pandoro entrano nella categoria “carboidrati + grassi”.
Creme, mascarpone, cioccolato fondente entrano soprattutto nella categoria “grassi”.
Questo ti permette di sostituire invece che solo aggiungere: in un pasto festivo, una porzione di Panettone può prendere il posto di una parte del pane o di altri carboidrati; una crema ricca può sostituire parte dell’olio o di altri grassi, senza trasformare ogni dolce in un’aggiunta fuori controllo.
4. Tieni ferme poche ancore nei giorni “critici”
Durante le feste non serve controllare tutto. Puoi concentrarti su poche ancore:
almeno due pasti “semplici” nella giornata (per esempio colazione e uno fra pranzo e cena);
acqua a sufficienza distribuita nella giornata;
un minimo di movimento quotidiano (camminata, gioco con i bambini, qualche esercizio a corpo libero).
Queste ancore aiutano il corpo a usare meglio ciò che mangi, senza trasformare le feste in una maratona di compensazioni.
5. Il rientro: routine semplici, non penitenza
Se qualche giorno è andato molto oltre il solito, il punto non è “pagare il conto” con digiuni estremi o allenamenti punitivi. Il rientro può essere fatto di routine semplici per 3–5 giorni:
pasti più lineari, con porzioni ragionevoli e pochi extra;
sonno un minimo regolare, per quanto possibile;
un po’ di movimento quotidiano;
niente nuova lista di cibi proibiti “per rimettersi in riga”.
In questo modo il corpo può sfruttare la sua naturale capacità di automodulazione, e tu puoi tornare a sentire che sei tu a guidare, non il senso di colpa.
Segnali da osservare (e quando fermarti)
Segnali che sei intrappolata/o nel loop dieta–sgarro–colpa
Ogni volta che mangi un dolce delle feste pensi subito a come “recuperare” con digiuni, cardio estremo o regole ancora più rigide.
Panettone e Pandoro compaiono quasi sempre di nascosto, fuori pasto, mangiati in fretta e con vergogna, più che a tavola e in compagnia.
Passi più tempo a ruminare su quanto hai “sbagliato” che a vivere il resto della tua giornata.
Le feste ti fanno più paura che piacere: temi di “perdere il controllo” e poi passare Gennaio a rimettere a posto i disastri.
Segnali che stai uscendo dal loop
Riesci a scegliere quando e quanto mangiare dolci delle feste, senza sentirti in debito con il corpo il giorno dopo.
Vivi Panettone e Pandoro come parte di alcuni pasti e momenti specifici, non come eccezioni proibite che “scappano”.
Noti che alcuni anni ti basta meno per sentirti soddisfatta/o e che non devi più “sfruttare ogni occasione” per mangiare tutto.
Ti interessa di più come stai nelle quattro Aree (come dormi, come ti muovi, come gestisci lo stress, come ti godi ciò che ti piace) che la perfezione di qualche giorno di dieta.
FAQ Panettone, Pandoro e sensi di colpa
Posso mangiare Panettone o Pandoro se sto dimagrendo?
Sì, se li consideri parte del quadro e non “bombe” che rovinano tutto. Puoi inserirli al posto di altre fonti di carboidrati e grassi in alcuni pasti e momenti scelti, invece che aggiungerli ovunque solo perché “è festa”.
Meglio toglierli del tutto per non pensarci più?
Per molte persone il “togliere tutto” porta a pensarci di più e a mangiarne di più quando capita l’occasione. L’obiettivo non è far sparire i dolci delle feste, ma smettere di viverli come test di forza di volontà o come fallimenti morali.
Se esagero a Natale, devo compensare nei giorni dopo?
Compensazioni drastiche (digiuni scriteriati, allenamenti punitivi) tendono a rinforzare il ciclo dieta–sgarro–colpa. Ha più senso rimettere routine semplici per alcuni giorni: pasti più lineari, acqua, sonno decente, un po’ di movimento, senza trasformare tutto in penitenza.
Come faccio a capire se sto usando il dolce come “coccola” emotiva?
Se il dolce arriva soprattutto a fine giornate molto stressanti, spesso da sola/o e senza vera fame fisica, è probabile che lo stai usando più per regolare emozioni che per piacere consapevole. In quel caso lavorare su stress, sonno e confini nelle altre Aree può aiutare più di nuove regole sul cibo.
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Mann T, Ward A. Forbidden fruit: does thinking about a prohibited food lead to its consumption?. Int J Eat Disord. 2001.
Hagerman CJ, et al. The ironic effects of dietary restraint in situations that undermine self-regulation. Eat Behav. 2021.
Papies EK, et al. Pleasure in the mind: restrained eating and spontaneous hedonic thoughts about food. J Exp Soc Psychol. 2007.
Stirling LJ, Yeomans MR. Effect of exposure to a forbidden food on eating in restrained and unrestrained women. Int J Eat Disord. 2004.
Koenigstorfer J. Restrained eaters’ consumption of dietary forbidden and permitted foods after exposure to incidental fitness cues. Appetite. 2020.
Kuijer RG, et al. Associating a prototypical forbidden food item with guilt or celebration: relationships with indicators of (un)healthy eating and the moderating role of stress and depressive symptoms. Psychol Health. 2015.
Erskine JAK, Georgiou GJ. Effects of thought suppression on eating behaviour in restrained and non-restrained eaters. Appetite. 2010.
Cos’è davvero il “cibo vero”? Biscotti, dopamina e scelte che funzionano per te
Non esiste solo cibo sano o spazzatura: esiste il cibo che funziona per te. Qui capisci come riconoscerlo nella vita reale.
Mi capita di tanto in tanto di fare una cosa semplice: a fine pasto, qui e là, inserisco 2–3 biscotti.
Quello che osservo in me è questo: la mia mente è molto più “resistente” a usare biscotti più goduriosi (cookies con gocce di cioccolato, frolle burrose…) rispetto ai biscotti qualificati come più “salutari” (integrali, ai cereali, all’avena). Anche se, per le quantità in gioco, la differenza reale sul corpo è minima.
Se ti riconosci, non è perché sei strana/o. È perché il cervello umano funziona a scorciatoie: “questo è cibo vero”, “questo è cibo finto”, “questo è sano”, “questo è sgarro”. Scorciatoie che a volte aiutano, a volte incasinano.
In Oukside ci siamo chiesti più volte: “Cos’è il cibo vero?”. Non nel senso scialbo “clean vs junk”, ma come domanda seria su come mangi, come ti senti e come usi il cibo nella vita di tutti i giorni. Quando abbiamo messo sul tavolo esperienze, casi reali ed evidenze, è emerso un quadro molto diverso dalla solita religione del “pulito”.
Questo articolo è il nostro mini–manifesto sul cibo vero: ti aiuta a capire cosa metti davvero nel piatto (e nella testa) quando scegli cosa mangiare, oltre le etichette e le mode.
Per chi è / Per chi non è
Per chi è:
per te che ti trovi a litigare con “cibo sano” vs “cibo godurioso” anche quando le quantità sono piccole;
per chi sente di avere una buona base di alimentazione, ma si perde in sensi di colpa per biscotti, gelati, snack;
per chi vuole usare meglio gli alimenti ultra–processati e super appetibili, senza demonizzarli e senza farli stare al volante;
per chi vuole una lente più adulta di “cibo vero” rispetto al solito pollo–riso–broccoli.
Per chi non è:
per chi cerca una lista bianca/nera di “10 cibi veri” e “10 cibi finti” da seguire alla lettera;
per chi vuole una scusa elegante per trasformare ogni pasto in un festival di junk “perché tanto tutto è relativo”;
per chi non ha nessuna curiosità nel guardare come usa il cibo a livello emotivo e di abitudini.
In breve
La differenza tra 2–3 biscotti integrali e 2–3 biscotti più goduriosi è piccola se li inserisci dentro una struttura che tiene: è il pattern complessivo che fa la differenza.
Molti prodotti “ai cereali”, “integrali”, “proteici” si portano dietro un health halo: ti sembrano automaticamente più sani e “meno da sgarro”, e rischi di mangiarne di più senza accorgertene.
In Oukside usiamo “cibo vero” non come bollino morale, ma come cibo che funziona per il bisogno reale, in quel contesto, senza trascinarti in loop compulsivi.
Le evidenze non dicono “industriale = male” e “fatto in casa = bene”: mostrano che una dieta piena di cibi ultra–processati iper–appetibili, usati come base di tutto, si associa a più problemi nel tempo (contesto utile: The Calorie Project.
L’obiettivo non è eliminare il “cibo non vero”, ma sapere dove lo metti, perché lo usi e fino a che punto ti è utile.
Princìpi: cosa intendiamo per “cibo vero”
1. Tutto il cibo è lavorato, ma non tutto è progettato per farsi mangiare senza freni
Non esiste, nella vita reale, il cibo “uscito dalla foresta” così com’è.
Lavare, tagliare, cuocere, condire sono tutte forme di lavorazione. Il problema non è “naturale vs industriale” in senso assoluto, ma che cosa aggiungi, togli o concentri quando lavori un alimento.
Una cosa è usare lavorazioni che rendono il cibo più sicuro, digeribile e pratico (congelare, pastorizzare, impastare). Un’altra cosa è disegnare prodotti iper–palatabili: combinazioni di zuccheri, grassi, sale e consistenze studiate per farsi mangiare oltre il tuo normale stop interno.
“Cibo vero”, in questa lente, non è il cibo che nessuno ha mai toccato, ma quello che non è stato progettato contro di te.
2. Cibo vero è cibo che funziona per il bisogno reale, nel contesto
Lo stesso alimento può essere “vero” o no a seconda del momento.
Se hai fame fisica, sei scarica/o e stai preparando il pranzo, 2–3 biscotti super goduriosi “al volo” prima di mangiare possono essere più vicini al cibo tappo: ti danno botta, ti tolgono un po’ di fame, ma ti spostano verso scelte peggiori dopo.
Se invece a fine pasto metti 2–3 biscotti dentro un contesto strutturato (proteine, fibre, carboidrati base) e ti godi quel momento senza che diventi una valvola di sfogo, per te lì quel cibo può essere “vero”: funziona, ti soddisfa, non ti manda in tilt.
Cibo vero, quindi, non è solo questione di etichetta, ingredienti o macro. È: “Questo cibo, qui e ora, risponde al bisogno che ho, o sto solo tappando un buco?”
3. C’è una differenza tra cibo che ti aiuta a fermarti e cibo che ti trascina
Ci sono alimenti con cui ti è facile fermarti: mangi, ti senti soddisfatta/o, la voglia si spegne in modo naturale. Altri con cui “ti trovi un biscotto in mano” ogni volta che passi in cucina.
La differenza spesso non è solo di forza di volontà, ma di come il cibo è disegnato e di che ruolo gli dai:
alcuni prodotti industriali sono costruiti per massimizzare croccantezza, dolcezza, cremosità, scioglievolezza;
molte combinazioni grassi–zuccheri–sale parlano direttamente al sistema della ricompensa;
se li tieni sempre in vista e li usi come soluzione standard a noia, stress, tristezza, diventa normale che “tirino la corda” più di te.
“Cibo vero”, qui, è quello che non ha bisogno di combattere con te per essere usato, perché non ti trascina oltre il punto di abbastanza.
4. Le etichette “sano”, “integrale”, “proteico” non sono scudi emotivi
“Integrale”, “ai cereali”, “low fat”, “ricco di fibre”, “senza zuccheri aggiunti” possono avere un’utilità reale. Il problema nasce quando diventano un mantello di innocenza.
Se vivi i biscotti integrali come “quasi verdura”, rischi di:
sottostimare quanto ne mangi davvero;
usarli ovunque “tanto sono sani”;
sentire meno il campanello interno che ti direbbe “ok, qui ci siamo”.
Il risultato è che fai esattamente ciò che volevi evitare con i biscotti più goduriosi: perdi contatto con i segnali e con il ruolo che quel cibo sta giocando.
“Cibo vero”, in questa chiave, è quello che non ha bisogno di travestirsi da superfood per essere messo nella tua giornata.
5. Le categorie “cibo vero/non vero” sono strumenti, non identità
Il modo in cui nomini le cose non è neutro.
Se “cibo vero” diventa sinonimo di “ciò che mangio quando sono brava/o” e “cibo non vero” = “ciò che mangio quando fallisco”, hai creato una nuova dieta mentale, solo con vocaboli più cool. (Vedi anche: diet-no-diet.)
Cibo vero, per come lo intendiamo qui, è una lente di osservazione, non un tribunale. Ti aiuta a:
vedere quanto del tuo cibo serve davvero i tuoi bisogni;
capire dove stai usando il cibo come anestetico standard;
decidere consapevolmente dove ti va di tenerti qualche spazio di puro godimento.
Appena senti che “cibo vero/non vero” si stanno trasformando in “io competente/io fallita/o”, è il momento di rinegoziare le etichette.
Cosa dicono le evidenze
Non serve una teoria filosofica per dire che biscotti, snack e dolci possono sfuggire di mano. Ma è utile sapere cosa raccontano i dati quando guardi non il singolo biscotto, ma la dieta nel tempo.
Ultra–processati: il problema è la quota, non il singolo assaggio
Grandi studi osservazionali su centinaia di migliaia di persone mostrano che più alta è la quota di alimenti ultra–processati nella dieta, più aumentano, nel tempo, il rischio di alcune malattie e la mortalità.
Non parliamo di “se mangi un biscotto muori”: parliamo di diete in cui una fetta enorme delle calorie arriva da prodotti confezionati, pronti, iper–palatabili, usati come base di tutto (colazioni, snack, pranzi veloci, cene).
La direzione è chiara: meno vivi di ultra–processati, meglio è per il corpo, soprattutto se al loro posto entrano pasti semplici con proteine decenti, fibre, grassi di qualità.
Cibi iper–palatabili: quando il design supera la volontà
Alcuni lavori hanno dato una definizione quantitativa di “cibi iper–palatabili”: prodotti con combinazioni specifiche di grassi, zuccheri, carboidrati raffinati e sale che li rendono particolarmente difficili da lasciare nel piatto.
Tra le cose che emergono:
una fetta impressionante degli alimenti confezionati rientra in queste categorie;
anche una parte dei prodotti “light”, “low fat”, “senza zuccheri” può essere comunque disegnata per spingerti a mangiarne di più;
in contesto di dieta reale, chi ha una quota alta di questi cibi tende a fare più fatica a restare in un range calorico stabile.
Non serve farsi il calcolo ossessivo di ogni nutriente: ti basta capire che alcuni prodotti sono stati progettati per vincere quella partita, e che quindi non sei tu “scarica/o di disciplina” se ti parlano più forte.
Effetto “health halo”: quando l’integrale ti frega
Studi su etichette e percezione mostrano che il solo vedere claim come “bio”, “integrale”, “low fat”, “senza zuccheri aggiunti” porta molte persone a:
percepire il prodotto come più sano di quanto sia;
sottostimare le calorie;
sentirsi più autorizzate a mangiarne quantità maggiori.
In pratica: il biscotto integrale può essere quasi gemello del biscotto godurioso, ma la tua testa lo legge come “quasi verdura”, e si rilassa troppo.
Bianco/nero sul cibo: quando la categoria ti si rivolta contro
Esiste un filone di ricerca sul pensiero dicotomico legato al cibo: il modo in cui dividiamo alimenti e comportamenti in “buoni” e “cattivi”.
Quello che si vede è che:
più il pensiero è rigido (“o perfetta/o o fallita/o”),
più aumentano episodi di “tanto ormai”, abbuffate e compensazioni,
più è difficile mantenere abitudini decenti nel lungo periodo.
Per questo, anche se la lente “cibo vero/non vero” può aiutare a orientarti, va maneggiata come strumento, non come legge morale.
“Cibo vero”, in pratica
Qui scendiamo dal piano delle idee e torniamo nel piatto.
1. Guarda una tua settimana reale, non il giorno perfetto
Prendi una settimana normale (non quella ideale) e osserva, senza giudicarti:
quando usi cibi molto goduriosi (biscotti, gelati, snack, dolci, fast food…);
se compaiono soprattutto:
dopo giornate pesanti;
quando sei annoiata/o o sfinita/o;
in automatico, sempre negli stessi momenti;
che ruolo hanno: completano un pasto che regge, o sostituiscono spesso il pasto stesso?
Il punto non è togliere tutto, ma vedere se sono al servizio della tua vita o se stanno facendo straordinari.
2. Scegli cosa consideri “cibo base” e cosa “cibo goduria”
Invece di dividere il mondo in “cibo vero/finto” in modo assoluto, prova a lavorare così:
cibo base: ciò che usi per la maggior parte dei pasti di tutti i giorni;
cibo goduria: ciò che usi per piacere, comfort, coccola, rituale.
Dentro il cibo base puoi avere sia cose molto semplici (uova, pane, yogurt, frutta, legumi, carne, pesce, verdure, riso, patate…) sia piccole quote di prodotti confezionati che ti aiutano a reggere la struttura (un po’ di pane in cassetta, cereali per colazione, qualche biscotto).
Il punto è che il cibo goduria non mangi tutto lo spazio del cibo base.
3. Usa “cibo vero” come domanda, non come giudizio
Invece di pensare “questo è cibo vero / questo no”, puoi porti una domanda più utile:
“Questo cibo, qui e ora, è al servizio di me o io sono al servizio del cibo?”
Qualche esempio:
2–3 biscotti a fine pranzo (idea correlata: dolce dopo cena), dentro un pasto con proteine, verdure e carboidrati → per molte persone possono essere cibo vero in quel contesto: aiutano a chiudere il pasto, tolgono la sensazione di “mi manca qualcosa” e non portano a un loop.
2–3 biscotti mangiati ogni volta che passi in cucina, direttamente dal pacco, mentre scrolli il telefono → qui siamo più vicini al cibo che ti usa.
La sostanza è la stessa. Cambia il ruolo.
4. Riporta un po’ di cucina in casa, se puoi
Non serve trasformarti in chef. Ma se tutto ciò che mangi arriva sempre già pronto, è più facile:
perdere contatto con quantità e ingredienti;
cadere nel “apro e risolvo” per ogni emozione scomoda;
vivere il cibo sempre come pacchetto da consumare, non come processo.
Anche una sola mossa – prepararti tu la colazione, cucinare in anticipo 1–2 pasti base, ridurre i “pasti da pacchetto” a favore di piatti semplici – può spostare parecchio.
Qui “cibo vero” è anche il cibo su cui hai messo almeno un po’ le mani, non solo il cibo con una certa percentuale di integrale sull’etichetta.
5. Lascia spazio a qualche “cibo non vero” consapevole
Se provi a fare 100% cibo vero, di solito succede questo:
per un po’ reggi a forza di entusiasmo e controllo;
quando la vita alza il volume (stress, fatica, casini), l’asticella perfetta diventa insostenibile;
un giorno si rompe qualcosa e vai in direzione opposta: “tanto ormai”.
(Classico effetto “pendolo”: il miglior modo per ingrassare è mettersi a dieta.)
Molto meglio dichiarare da subito che una piccola quota di “cibo non vero” (per come lo definisci tu) ha diritto di cittadinanza:
può essere un tot di momenti a settimana;
può essere un alimento preciso a cui tieni;
può essere legato a contesti sociali a cui non vuoi rinunciare.
La differenza tra un modo di mangiare sostenibile nel tempo e l’ennesima dieta travestita sta anche qui: non ti promette purezza, ti insegna gestione.
Segnali da osservare (e quando fermarti)
Segnali che il rapporto con “cibo vero/non vero” sta funzionando
Riesci a inserire cibi molto goduriosi dentro i pasti senza sentire il bisogno di “recuperare” dopo.
I biscotti/gelati/snack non sono più la tua unica risposta standard a stress, noia, tristezza.
Non ti definisci più “brava/o” o “pessima/o” in base a quanto “cibo vero” hai mangiato in un giorno.
Riesci a dire “oggi mi va proprio quel cibo super non vero” senza sentirti in colpa per tre giorni.
Segnali che la categoria ti sta stringendo alla gola
Ti trovi a controllare ogni ingrediente con ansia, ma poi esplodi in episodi di “tanto ormai”.
Passi da settimane rigidissime a periodi in cui ti sembra di aver perso completamente il volante.
Eviti situazioni sociali perché “lì non c’è cibo abbastanza vero per me”.
Pensi spesso “non ho autocontrollo”, “non ce la farò mai” solo perché non rispetti uno standard perfetto di “cibo vero”.
Se ti riconosci qui, la soluzione non è ancora più controllo, ma rendere più gentili e realistiche le tue categorie, magari con l’aiuto di una/o Psicologa/o o di un’altra figura competente se senti che la sofferenza è alta.
FAQ Cibo vero
Se un alimento è ultra–processato, è automaticamente “cibo non vero”?
No. “Ultra–processato” è una categoria utile per orientarsi, ma non è un timbro di colpa. Un gelato confezionato, una brioche al bar o dei biscotti industriali possono avere un posto nella tua settimana e, in certi contesti, fare davvero il loro lavoro.
Ma allora dovrei ignorare completamente ingredienti ed etichette?
Neanche. Guardare ingredienti ed etichette ti aiuta a capire quanto un prodotto è vicino al cibo base o al cibo goduria. Il punto è non usare le etichette come scudo emotivo (“è integrale, quindi posso esagerare”) né come arma per giudicarti.
Posso considerare “cibo vero” un dolce super godurioso dopo una giornata pesante?
Dipende da come lo usi. Se diventa l’unico modo che hai per sopravvivere allo stress, nel tempo ti presenta il conto. Se fa parte di un repertorio più ampio di modi per prenderti cura di te, e lo scegli con lucidità, può avere un ruolo reale e “vero”.
Come faccio a non trasformare “cibo vero/non vero” nell’ennesima dieta mentale?
Controlla come parli di te. Se da “oggi ho mangiato più cibo non vero” passi facilmente a “sono uno schifo”, stai usando la categoria contro di te. In quel caso è più utile tornare a domande concrete: cosa mi ha aiutato oggi? cosa mi ha incasinato? cosa posso rendere un filo più facile domani?
Che differenza c’è tra questa idea e il classico “clean eating”?
Il “clean eating” spesso crea un mondo in cui alcuni cibi sono puri e altri sporchi. Qui non stiamo lavando la coscienza: stiamo guardando se il cibo che scegli funziona davvero per il tuo corpo, la tua testa e la tua vita, dentro un sistema che include anche allenamento, sonno, stress, relazioni, piacere.
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Lane MM, et al. Ultra-processed food exposure and adverse health outcomes: umbrella review of epidemiological studies. BMJ. 2024.
Srour B, et al. Ultra-processed food intake and risk of cardiovascular disease: prospective cohort study. BMJ. 2019.
Fazzino TL, et al. Hyper-palatable foods: development of a quantitative definition and application to the US food system database. Obesity (Silver Spring). 2019.
Richetin J, et al. Organic food labels bias food healthiness perceptions: the organic halo effect. Appetite. 2022.
Byrne SM, et al. The reliability and validity of the Dichotomous Thinking in Eating Disorders Scale. Eat Behav. 2008.
Schulte EM, et al. Which foods may be addictive? The roles of processing, fat content, and glycemic load. PLoS One. 2015.
Gearhardt AN, DiFeliceantonio AG. Highly processed foods can be considered addictive substances based on established scientific criteria. Addiction. 2023.
Kenny PJ. Reward mechanisms in obesity: new insights and future directions. Neuron. 2011.
“Cosa vogliono le persone?” (e perché ti riguarda più del fitness)
Non vogliamo cose: vogliamo stati. Questa lettera traduce la domanda “cosa vogliono le persone?” in scelte minime replicabili per cibo, allenamento e vita.
Questa è una lettera di fine anno.
È stata scritta come “Happy 2023”, ma l’idea non dipende dalla data. Perché la domanda resta sempre la stessa, anche quando cambiano gli eventi.
Cosa vogliono le persone?
La risposta breve è: vogliono sentirsi al sicuro, viste, capaci. Vogliono appartenenza senza dover recitare. Vogliono migliorare senza essere schiacciate da un sistema che chiede troppo.
E sì: questa domanda ti riguarda anche se qui parliamo di allenamento e cibo. Perché molte scelte “di fitness” sono solo il modo in cui provi a ottenere quelle cose.
Non vogliamo cose: vogliamo stati
Quando dici “voglio dimagrire”, spesso stai dicendo:
voglio sentirmi meglio nel mio corpo;
voglio sentirmi capace (non in balìa);
voglio smettere di vergognarmi;
voglio riprendere controllo.
Quando dici “voglio essere costante”, spesso stai dicendo:
voglio una vita in cui non mi perdo ogni volta che cambia qualcosa;
voglio un sistema che mi sostenga anche quando sono stanco.
Quello che molte persone cercano nel fitness non è un fisico: è una realtà più vivibile.
Se vuoi un ingresso razionale e non “motivazionale” su questo, qui: Examine Oukside: Never Diet.
Le persone vogliono semplicità, ma non banalità
Il paradosso è questo: vogliamo strumenti semplici, ma la vita resta complessa.
E quando la complessità fa paura, succedono due cose:
qualcuno vende soluzioni “facili” (e spesso false);
qualcuno si colpevolizza perché non riesce a seguirle.
In mezzo, c’è il punto Oukside: accettare la complessità, ma trasformarla in mosse applicabili.
Se ti piace questa idea “da ingegnere” (ma umana), ti può essere utile anche: Complexity training e Evidence without fideism.
Le persone vogliono appartenenza senza vergogna
La vergogna è un acceleratore: ti fa muovere subito. Ma brucia tutto.
E nel fitness la vergogna è ovunque:
“Se fossi disciplinato, non mangeresti così.”
“Se ti volessi bene, ti alleneresti.”
“Se fossi serio, non avresti bisogno di flessibilità.”
La realtà è che la flessibilità è un requisito, non una debolezza.
Se ti serve una lente pratica per smettere di sentirti “sbagliato” quando mangi cose normali, qui: Food guilt e flessibilità. E se vuoi uscire dal loop “dieta/senso di colpa/ricaduta”, qui: No diet.
Cosa te ne fai tu (da domani)
Se vuoi usare questa lettera come una mossa, prova così per 7 giorni.
1) Scrivi cosa vuoi davvero. Non “dimagrire”. La versione sotto.
Esempi:
“Voglio sentirmi stabile.”
“Voglio sentirmi capace.”
“Voglio smettere di vivere in guerra con il cibo.”
“Voglio energia.”
2) Scegli una sola leva coerente.
energia → sonno + pasti base;
stabilità → routine minima replicabile;
capacità → una progressione semplice (non mille cambi);
pace col cibo → togli tribunale, tieni criterio.
3) Fai una scelta piccola, ma vera, ogni giorno.
Una, non dieci.
un pasto base “competente”;
10–20 minuti di allenamento;
una passeggiata;
30 minuti di sonno in più;
un confine detto bene.
Se vuoi un punto d’ingresso ordinato nel Metodo, qui:
Buon anno, Ouksider.
Risorse Oukside
Vuoi stare bene, o vuoi sentirti bene?
Misurare può darti direzione. Ma può anche diventare un tribunale. Qui trovi una bussola pratica per usare numeri e segnali come strumenti, non come identità.
Questa pagina è nata come riflessione. E resta una riflessione.
Perché la domanda non è “quale dieta” o “quale workout”. È una domanda più profonda (e più scomoda):
Vuoi stare bene, o vuoi sentirti bene?
Sembra la stessa cosa. Non lo è.
“Stare bene” è spesso una posizione: una condizione che puoi descrivere, confrontare, misurare.
“Sentirti bene” è un’esperienza: può essere confusa, non lineare, a volte perfino incompatibile con l’idea che hai di “fare le cose per bene”.
E qui nasce l’equivoco: proviamo a ottenere l’esperienza (sentire) usando solo strumenti da posizione (stare).
In breve
Se vuoi portarti via qualcosa senza leggerti tutto:
misurare aiuta quando ti dà chiarezza e direzione;
misurare rovina quando diventa identità, giudice o ricerca di controllo;
il Metodo Oukside usa numeri e segnali come strumenti, ma ti chiede una cosa prima: consapevolezza e responsabilità.
Se vuoi un ingresso “razionale” a questa filosofia: Esamina Oukside: Never Diet (e perché cito Examine).
Misuriamo l’immisurabile
Quanto pesi. Quante ore dormi. Quanta HRV. Quanta glicemia. Quanti passi. Quante kcal.
Non ho nulla contro i numeri. Li amo. E proprio per questo mi fanno paura quando diventano una scorciatoia per evitare di sentire.
Il problema non è misurare. Il problema è confondere il misurabile con il reale.
Alcuni esempi tipici:
ti senti stanco → guardi il punteggio del sonno e decidi che “non puoi allenarti”;
ti senti bene → guardi il punteggio e decidi che “stai mentendo a te stesso”;
una settimana va male → trasformi una curva in una sentenza.
La misura, da strumento, diventa tribunale.
E quando un percorso di benessere parte da qui, spesso non sta costruendo benessere: sta costruendo controllo.
Se ti interessa la parte “da ingegnere” applicata alla vita: Decisioni e consapevolezza pratica.
Distratti dallo “stare”, evitiamo il “sentire”
“Stare” è comodo perché è comparabile.
Ti dice “sei sopra / sotto”, “sei in linea / fuori”, “sei a posto / non sei a posto”.
Ma una vita sana non si gioca solo lì.
Una delle trappole più comuni è questa: usare la misurazione come modo elegante per non affrontare domande più semplici e più vere.
Hai fame o stai scaricando stress?
Ti alleni perché ti fa bene o perché ti fa sentire “a posto”?
Stai inseguendo salute o stai inseguendo un’identità?
Se ti sembrano troppo “filosofiche”, prova a guardarle così: sono domande operative. Ti dicono dove stai spendendo energia mentale inutilmente.
Se vuoi una lente pratica per allenare presenza e ridurre automatismi: MAAS test: consapevolezza e attenzione.
Stare bene è complesso, sentirsi bene richiede onestà
“Stare bene” è complesso perché è un sistema: cibo, movimento, sonno, stress, lavoro, relazioni, abitudini.
“Sentirti bene” richiede onestà perché ti costringe a vedere quando stai usando un sistema (anche “salutare”) per evitare qualcosa.
Qui non c’è una formula unica. Ma c’è un criterio.
Se ciò che stai facendo ti rende più stabile, più capace, più libero, allora stai costruendo benessere.
Se invece ciò che stai facendo ti rende più ansioso, più rigido, più dipendente da un numero, allora stai costruendo una gabbia che assomiglia al benessere solo da fuori.
E sì: a volte il confine passa da strumenti innocui (un’app, un wearable, un diario). Non perché siano “male”, ma perché possono diventare una stampella identitaria.
Questo vale in modo particolare per sonno e recupero: i tracker possono aiutare a vedere pattern, ma non sono strumenti di diagnosi, né un giudizio sulla tua giornata.
Se vuoi una bussola concreta su recupero e rumore mentale: Stress → Relax → Adapt e Dormire meglio già stanotte.
La posizione Oukside: numeri come strumenti, non come identità
Nel Metodo Oukside usiamo segnali e metriche per due motivi:
vedere pattern che altrimenti ti sfuggono;
scegliere una mossa piccola che cambia la traiettoria.
Non li usiamo per:
decidere se vali;
punirti;
inventare una versione “perfetta” di te.
Se vuoi capire come questo diventa un sistema (non un discorso): Metodo Never Diet.
Cosa te ne fai tu
Se questa riflessione deve diventare utile, prova così per 7 giorni.
1) Scegli un solo numero da “declassare”.
Non eliminarlo. Declassalo.
Esempi:
punteggio del sonno;
peso quotidiano;
kcal “perfette”;
HRV come oracolo.
Regola: lo guardi per vedere un trend, non per decidere chi sei.
2) Scegli un solo segnale “non numerico” da osservare.
energia al risveglio;
fame reale (non ansia);
qualità della concentrazione;
desiderio di movimento.
3) Fai una sola mossa coerente, ogni giorno.
Una.
un pasto base “competente”;
10–20 minuti di allenamento replicabile;
luce al mattino;
una finestra senza schermi;
una passeggiata.
Se vuoi costruire continuità senza affidarti alla motivazione: Abitudini che tengono — come crearle (davvero).
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Feng S, Mäntymäki M, Dhir A, Salmela H. How Self-tracking and the Quantified Self Promote Health and Well-being: Systematic Review. J Med Internet Res. 2021.
Baron KG, Abbott S, Jao N, Manalo N, Mullen R. Orthosomnia: Are Some Patients Taking the Quantified Self Too Far?. J Clin Sleep Med. 2017.
Halson SL, et al. The good, the bad, and the ugly of consumer sleep technologies use among athletes: A call for action. Sports Med. 2023.
Perché fai quello che fai? Perché sei tu a costruire la realtà.
Non serve diventare “perfetto”. Serve togliere frizioni: idee sbagliate, rituali inutili e scelte che ti costano troppo. Da domani, una mossa minima replicabile.
Questa è una lettera di compleanno.
Oukside compie 7 anni (16.03.23) e, come ogni anno, voglio lasciarti una riflessione che resti utile anche quando la data non conta più.
La domanda è semplice e scomoda: perché fai quello che fai?
Non solo nel fitness. In generale.
Perché fai quello che fai?
Per come la vedo io, molte scelte “di benessere” falliscono per un motivo banale: sono frizioni travestite da disciplina.
Ti chiedono di:
essere una persona diversa da quella che sei;
vivere con un livello di controllo che non è compatibile con la tua vita;
sostenere un sistema che non ti dà niente indietro, a parte sensi di colpa.
Io lavoro sul fitness per una ragione molto concreta: togliere frizioni.
Non perché “ti salvo”. Ma perché mi interessa che le cose funzionino. E nel fitness, spesso, non funzionano perché la gente si riempie la testa di idee sbagliate.
Tre esempi (che suonano normali, finché non ti rovinano la vita):
se vuoi stare in forma non puoi goderti il cibo;
se vuoi essere forte devi essere ossessivo;
se ti piace qualcosa di leggero allora non puoi essere una persona profonda.
Quando ti liberi da queste idee, succede una cosa quasi automatica: inizi a fare scelte più sensate senza dover recitare la parte del “disciplinato”.
E qui c'è un dettaglio importante: non è questione di “perfezione”. È questione di evitare scelte che, nel tempo, ti costano troppo:
mangiare male sempre e comunque ti costa;
non muoverti mai ti costa;
dormire poco per sentirti “produttivo” ti costa;
vivere in guerra con la testa (e con gli altri) ti costa.
Se questa parte ti interessa in versione meno “lettera” e più ragionata, hai due ingressi:
Perché sei tu a costruire la realtà
Ora la parte più delicata.
Io non faccio quello che faccio perché “aiutare” mi definisce. Lo faccio perché ogni scelta costruisce un mondo. E io voglio vivere in un mondo più coerente con me.
Sembra egoista finché non lo guardi bene.
Ogni volta che togli frizioni a te, stai costruendo una realtà più vivibile anche per chi ti sta vicino: meno rigidità, meno auto-sabotaggi, meno bisogno di compensare.
La mia sintesi è questa: noi facciamo ciò che facciamo per sentire di essere adatti, inclusi, connessi. Per sentire che “possiamo essere noi stessi”.
E se ti va di leggerla in versione scientifica ma accessibile, questo pezzo è una bella porta: “Reality” is constructed by your brain. Here’s what that means, and why it matters (tradotto: La “Realtà” viene costruita dal tuo cervello. Ecco cosa significa e perché è importante.).
Cosa te ne fai tu (da domani)
Se vuoi trasformare questa lettera in una mossa, prova così per 7 giorni.
1) Scegli una frizione da togliere. Una sola.
Esempi:
“Non ho tempo” (ma in realtà non ho un formato piccolo)
“O mi alleno bene o niente” (ma in realtà ho bisogno di continuità)
“O mangio perfetto o sgarro” (ma in realtà ho bisogno di flessibilità)
2) Definisci una versione minima replicabile.
10 minuti di allenamento (non 60)
1 pasto base “competente” (non la dieta)
30 minuti di sonno in più (non la vita perfetta)
Se ti serve una base concreta su "meno ma meglio", vedi: Train less, get more e Allenarti quando non hai tempo.
3) Proteggi il segnale di identità.
Non serve fare tanto. Serve fare qualcosa che ti ricordi chi stai diventando.
Se vuoi un punto di ingresso ordinato nel Metodo, qui:
Buon compleanno, Ouksider.
Risorse Oukside
Lettere collegate: Buon 2022, Ouksider, Buon 2023
Sei l’enigma che nessuno risolve (e il comfort food che nessuno ti deve togliere)
Una lettera di fine anno per ripartire senza estremismi: non devi diventare “normale”, devi diventare più coerente. E il tuo comfort food non è il nemico.
Questa è una lettera di fine anno. È stata scritta a cavallo tra 2021 e 2022, ma la sostanza non dipende dalla data.
In qualunque anno tu la stia leggendo, il punto è lo stesso: molte persone provano a guidare la tua vita usando il fitness come leva. Ti dicono come mangiare, come allenarti, come riposare, come “disciplinarti”. Spesso con buone intenzioni. A volte per convinzione. A volte per mestiere.
Io qui ti lascio una posizione semplice: sul tuo benessere puoi farti aiutare, ma non puoi delegarti.
Nessuno è “esperto” della tua vita
Esistono professionisti competenti. Esistono anche contenuti utili. Ma la parola “esperto” diventa pericolosa quando smette di descrivere una competenza e diventa una licenza: “fidati e basta”.
La tua vita è un sistema complesso: cibo, movimento, sonno, stress, abitudini, identità. Se qualcuno ti propone una soluzione unica che pretende di spiegare tutto, di solito sta semplificando la realtà per venderla.
La versione Oukside è diversa: pochi princìpi chiari, scelte pratiche, adattamento nel tempo. Se vuoi una mappa completa, eccola qui: Metodo Oukside: Never Diet.
E se vuoi leggere il “perché” in forma più razionale (non da lettera), qui trovi un punto di partenza: Examine Oukside: Never Diet.
La “normalità” non è una bussola
Una trappola invisibile è questa: pensare che esista un modo “normale” di vivere e che tu debba rientrarci.
La normalità è spesso solo una statistica. O un costume. O la media delle scelte degli altri.
Tu non devi diventare “normale”. Devi diventare più coerente: con il tuo corpo, il tuo contesto, la tua identità.
Quando un percorso ti chiede di essere un’altra persona per funzionare, non è disciplina. È frizione. E la frizione, prima o poi, si riprende tutto.
Il tuo comfort food non è un crimine
Il tuo comfort food preferito è un dato. A volte un rituale. A volte un segnale.
Se lo usi per decomprimere, non è “sbagliato”: è un modo di regolare stress.
Se diventa l’unico modo che hai per sentirti bene, allora non è colpa del cibo: è un segnale che manca altro.
Il punto non è vietarlo. Il punto è capirlo.
Se vuoi una lente pratica per togliere la colpa e tenerti la libertà, qui: Food guilt e flessibilità. E se ti serve una bussola ancora più semplice su “dieta sì/dieta no”, qui: No diet.
Cosa te ne fai tu (da domani)
Se vuoi usare questa lettera come una mossa, non serve cambiare tutto.
Per 7 giorni prova così:
Scegli una sola priorità: fame, energia, recupero, stress, o costanza.
Fai una scelta “non stupida” al giorno (una, non dieci): un pasto base, un allenamento breve, un’ora di sonno in più, una passeggiata, un confine detto bene.
Tieni il comfort food, ma togligli il tribunale: lo mangi, lo noti, vai avanti.
Se vuoi partire in modo ordinato, il punto d’ingresso è questo: Fai il Never Diet Test e usa il risultato come mappa.
“Nulla al mondo è normale.” (J. Gaarder)
Buon anno, Ouksider.
Risorse Oukside
Star male per star bene e l’illusione della vita eterna
Se per “stare bene” ti stai facendo male, non è salute: è rinuncia travestita. Cinque idee per togliere frizione e tornare al reale.
Il 16 marzo 2021 Oukside compie cinque anni.
E ogni volta che arriva questa data mi torna in mente una scena che vedo troppo spesso: persone che inseguono il benessere come se fosse una versione “pulita” della vita. Ordinata, controllata, senza contraddizioni. Una vita in cui non si sgarra, non si sbaglia, non si perde tempo, non si cede alle voglie, non si salta un allenamento, non si alza la voce, non si mangia “troppo”.
Solo che quella vita non esiste.
Esiste quella che hai adesso.
E se per costruire una forma fisica migliore ti stai facendo del male ogni giorno, allora non stai andando “verso la salute”. Stai praticando un’altra forma di rinuncia. Più raffinata, più socialmente accettata, ma sempre rinuncia.
Questa lettera è il mio modo di festeggiare: non con promesse nuove, ma con cinque idee che in questi anni si sono ripetute così tante volte da diventare, per me, una specie di bussola.
La domanda che taglia tutto
Te la faccio brutale, perché è l’unico modo in cui funziona:
Rischieresti di morire per la vita eterna, o preferisci goderti la vita che hai adesso?
Quando fai una dieta che ti spegne, quando ti alleni come punizione, quando ti imponi routine che ti fanno sentire in colpa se salti un giorno, stai facendo proprio questo: stai sacrificando l’oggi per un futuro idealizzato.
Solo che quel futuro, quasi sempre, si sposta di un passo. Come una linea dell’orizzonte.
Cinque cose che ho imparato (e che ti puoi portare dietro)
1) Il benessere non è una guerra santa
C’è una forma di “salute” che assomiglia troppo a una religione.
Regole, proibizioni, rituali. Persino le parole cambiano: non mangi più, “aderisci”; non ti alleni più, “performi”; non riposi più, “ottimizzi”.
Il punto non è che siano concetti sbagliati. Il punto è che, quando diventano il tuo modo di sentirti a posto con te stessa/o, ti fregano.
Perché ogni scostamento diventa colpa.
E la colpa è un pessimo carburante per restare in forma.
2) “Normalità” non significa “stare bene”
Una delle trappole più invisibili è questa: pensare che esista un modo “normale” di vivere, mangiare, allenarsi, rilassarsi.
E che, se tu non ci rientri, sei difettosa/o.
In realtà, molte persone inseguono standard che non sono nemmeno loro: sono il risultato di mode, contenuti e pressioni sociali.
Se ti interessa riconoscere questo meccanismo quando si traveste da disciplina e motivazione, ti può essere utile anche questo pezzo: crescita personale tossica.
3) Non ti serve una dieta migliore. Ti serve meno frizione.
Questo è il cuore del metodo.
Non ti serve una teoria perfetta. Ti serve un sistema che ti faccia fare scelte “non stupide” con meno sforzo.
un modo di mangiare che non richieda controllo minuto per minuto;
un modo di allenarti che non dipenda dalla motivazione del giorno;
un modo di recuperare che non arrivi solo quando sei già a terra;
un modo di vivere il piacere che non scateni poi compensazioni.
Se vuoi vedere il “perché” di questo approccio con un esempio concreto, qui trovi una delle critiche più utili alle scorciatoie: l’illusione della dieta.
4) Il fitness non è un singolo pilastro
Quando ti concentri solo su una cosa, aumenti le probabilità di fallire.
Se pensi che “sia tutto dieta”, ti incastri nelle restrizioni.
Se pensi che “sia tutto allenamento”, prima o poi il corpo ti presenta il conto.
Se pensi che “sia tutto mindset”, inizi a colpevolizzarti perché non sei abbastanza motivata/o.
Il punto è tenere insieme i pezzi: come ti nutri, come ti muovi, come recuperi, come ti godi la vita.
Non in modo perfetto. In modo coerente.
5) La semplicità non è banalità
Negli anni ho visto persone brillanti perdersi in complicazioni inutili.
E ho visto persone “normali” ottenere risultati enormi con poche cose fatte bene.
La differenza è quasi sempre questa: chi vince ha un sistema semplice che riesce a ripetere. Chi perde ha un sistema sofisticato che riesce a fare solo quando tutto va bene.
Se vuoi una base pratica da cui partire (senza dover diventare esperta/o di nutrizione e allenamento), puoi iniziare da qui: Examine e Oukside: Never Diet.
E quindi, cosa te ne fai tu?
Se questa lettera ti ha punzecchiato in un punto giusto, fai una cosa sola. Una.
Scegli una frizione che ti sta rovinando il percorso e toglila.
Esempi concreti:
Se ti perdi negli snack e nel “piluccare”, non serve essere più dura/o: serve costruire due pasti più solidi.
Se ti alleni solo quando sei motivata/o, non serve motivazione: serve una seduta breve, fissata e ripetibile.
Se stai sempre “in controllo” e poi esplodi, non serve un’altra regola: serve inserire piacere in modo intenzionale, non come incidente.
La direzione non è “vita perfetta”.
È vita reale, con un fisico che regge.
Buon compleanno a Oukside.
E buon compleanno a te, se stai scegliendo di non morire per l’idea di vivere per sempre.
