Blog Oukside
Idee chiare e protocolli pratici — senza schede infinite e inapplicabili.
GLP-1 (Ozempic/Wegovy & co): aiutano davvero a dimagrire? Sì. Ma è tutto qui?
Funzionano. Non sono magia. E il punto non è il “prima”: è il dopo. Se non sei in obesità/malattia metabolica, stai pagando un prezzo alto per un problema che spesso è risolvibile con basi noiose ma efficaci.
Se ti è balzata in testa l’idea dei GLP-1, non sei “debole”.
Se ne parla come se fossero un pulsante: lo premi e la fame sparisce, il peso scende, la vita riparte.
Il problema è che, quando un farmaco diventa un mito, si smette di fare le domande giuste.
Qui facciamo l’opposto: ti diamo un filtro per capire quando ha senso considerarlo e quando invece stai cercando una scorciatoia che ti farà pagare il conto dopo.
Nota importante: non è un contenuto clinico, non ti dice “cosa prendere” o “come prenderlo”. Ti aiuta a ragionare con criteri, e a parlare meglio — se serve — con un Medico.
Per chi / Non per chi
Per chi è:
ti stai chiedendo se “fare GLP-1” abbia senso per te;
non sei in un quadro di obesità severa o malattia metabolica, ma l’hype ti ha acceso l’idea;
vuoi evitare la trappola “miracolo / demonizzazione” e capire prezzo, benefici, dopo.
Non è per chi:
cerca istruzioni su prescrizione, dosaggi o protocolli clinici;
vive disturbi del comportamento alimentare attivi: qui serve un supporto professionale dedicato.
In breve
I GLP-1 (e i farmaci affini) sono strumenti potenti per la perdita di peso in popolazioni con sovrappeso/obesità quando usati dentro un percorso.
Ma non sono magia:
funzionano soprattutto mentre li usi;
quando li interrompi, per molte persone la traiettoria tende a tornare verso la baseline se non hai costruito basi solide;
con grandi perdite di peso, una parte della perdita può includere massa magra, quindi muscoli/forza vanno protetti;
se il tuo problema è “vita disordinata + fame a cascata + dieta che rimbalza”, il farmaco può silenziare il sintomo… senza risolvere il meccanismo.
Se il tuo tema è “sempre fame / food noise”, prima guarda qui (starter, non terapia): Perché hai più fame di quella che vorresti
Princìpi
1) “Non ho fame” non è una strategia
Molti raccontano il GLP-1 come: “mi ha tolto la fame”.
Ok. Ma la domanda utile è:
che cosa fai con quello spazio mentale?
Se lo usi per costruire struttura (pasti, allenamento, sonno), stai investendo.
Se lo usi per “non pensarci”, stai delegando.
E quando la delega finisce, spesso torna anche il problema.
2) Se lo scopo è perdere 5–7 kg “perché mi vedo male”, stai comprando la risposta sbagliata
Non perché sia “sbagliato” voler cambiare. Ma perché è un trade-off enorme per un obiettivo piccolo.
Il punto è: un conto è trattare una condizione cronica, un altro è usare un farmaco come correttore estetico.
Se oggi sei nel loop “restrizione → rimbalzo”, prima smontalo qui: Il miglior modo per ingrassare è mettersi a dieta
3) Il rischio reale non è “gli effetti collaterali” in astratto. È il dopo
Il tema più sottovalutato è la sostenibilità:
quanto sei disposto a usare un farmaco a lungo?
che succede se lo sospendi per costi, tolleranza, effetti, vita?
Se non hai costruito basi, il “dopo” diventa una roulette.
4) Il farmaco non sostituisce il corpo: lo accompagna (o lo indebolisce)
Con grandi perdite di peso, il rischio non è solo “dimagrire”. È dimagrire male:
perdere forza,
perdere routine di allenamento,
perdere capacità.
Per questo, anche se il tuo obiettivo è estetico, la tua assicurazione è sempre investire sulla massa muscolare: Perché la massa muscolare conta più di quanto pensi
Evidenze (quello che ti serve)
In studi clinici su persone con sovrappeso/obesità, i GLP-1 e co-agonisti possono portare a riduzioni di peso importanti quando combinati con intervento sullo stile di vita.
Dopo sospensione, una parte rilevante della perdita può essere recuperata nel tempo se non c’è un impianto stabile.
La perdita di peso include spesso anche una quota di massa magra; quanto e come dipende da popolazione, entità della perdita e contesto (allenamento/proteine/energia).
In soggetti ad alto rischio cardiovascolare con sovrappeso/obesità (senza diabete), esistono dati su outcome cardiovascolari: ma questo riguarda un target clinico specifico.
In pratica
1) Prima domanda: “Sto trattando un problema clinico o sto inseguendo un’accelerazione?”
Rispondi secco:
Clinico: obesità, rischio cardiometabolico alto, diabete/prediabete, comorbidità → ha senso parlarne con un Medico come parte di un percorso.
Accelerazione: “voglio tagliare 5–10 kg senza cambiare davvero” → altissimo rischio di comprare un risultato temporaneo.
2) Seconda domanda: “Ho già fatto le 3 cose noiose che funzionano?”
Se la risposta è no, il GLP-1 non è la prima mossa: è un’ultima mossa.
Le 3 cose noiose:
Pasti stabili (proteine come ancora + vegetali + carbo modulati)
Movimento minimo non negoziabile (2–3 sedute + passi)
Sonno e ritmo (senza, la fame diventa più aggressiva)
Per costruire pasti stabili senza diventare maniaco: Quanti pasti al giorno?
Per rimettere il movimento al centro (senza estremismi): Esercizi snack: come muoverti senza allenarti
Per proteggere sonno e margine decisionale (che cambia anche la fame): Come dormire meglio (già da stasera)
3) Terza domanda: “Sono disposto a gestire costi, follow-up e mantenimento?”
Senza dramma, ma con realtà:
possibile gestione di effetti gastrointestinali;
necessità di follow-up medico;
costi e durata;
pianificazione del mantenimento.
Se anche una sola di queste cose ti fa dire “no”, probabilmente stai cercando un mito, non uno strumento.
4) Se lo stai considerando sul serio: porta queste 8 domande dal Medico
Qual è l’indicazione per me, oggi (non generica)?
Quali alternative hanno lo stesso rapporto rischio/beneficio?
Quali sono le controindicazioni o i rischi rilevanti nel mio caso?
Che monitoraggi servono (clinici/lab) e ogni quanto?
Per quanto tempo ha senso considerarlo, realisticamente?
Qual è il piano “durante” (pasti, attività, proteine, idratazione)?
Qual è il piano “dopo” (mantenimento, tapering decisionale, segnali di rebound)?
Quali segnali sono “stop” immediato e contatto?
Segnali & stop
Se ti riconosci qui, rallenta e cambia rotta (o fatti seguire):
stai usando l’idea del GLP-1 come “soluzione” a un rapporto difficile con il cibo;
hai un pattern di restrizione/abbuffate o colpa intensa;
vuoi usarlo per una scadenza estetica (evento, estate) senza cambiare basi;
ti attira soprattutto per “zittire la testa” e non per costruire una vita sostenibile.
Se il tema è fame emotiva/colpa: Fame vera, fame emotiva e sensi di colpa
FAQ su GLP-1
I GLP-1 “funzionano” davvero?
Sì, in studi clinici su popolazioni con sovrappeso/obesità hanno mostrato perdite di peso importanti, soprattutto quando inseriti in un percorso. Il punto non è negarli: è capire per chi sono, a quale prezzo, e cosa succede dopo.
Se li smetto, riprendo tutto?
Per molte persone una parte rilevante della perdita può essere recuperata nel tempo se non hai costruito basi solide. È per questo che il tema chiave è il mantenimento, non il “prima”.
Sono una scorciatoia?
Possono essere un acceleratore clinico in contesti giusti. Diventano scorciatoia quando li usi per evitare di costruire struttura e competenze.
Rischio di perdere muscoli?
Con grandi perdite di peso, una quota di massa magra spesso scende. Il modo per proteggerti è movimento + proteine adeguate + progressione sensata. Non serve perfezione, serve strategia.
Se non sono obeso, ha senso?
Per molte persone senza obesità/malattia metabolica, il rapporto rischio/beneficio tende a essere peggiore: stai pagando un prezzo alto per risolvere un problema che spesso è risolvibile con basi noiose ma efficaci.
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Wilding JPH et al. Once-Weekly Semaglutide in Adults with Overweight or Obesity. N Engl J Med. 2021.
Wilding JPH et al. Weight regain and cardiometabolic effects after withdrawal of semaglutide: the STEP 1 trial extension. Diabetes Obes Metab. 2022.
Jastreboff AM et al. Tirzepatide Once Weekly for the Treatment of Obesity. N Engl J Med. 2022.
Lincoff AM et al. Semaglutide and Cardiovascular Outcomes in Obesity without Diabetes. N Engl J Med. 2023.
Neeland IJ et al. Changes in lean body mass with glucagon-like peptide-1-based therapies and mitigation strategies. Diabetes Obes Metab. 2024.
Dolci e ricette fit fanno ingrassare? Quando aiutano e quando ti sabotano davvero
Il problema raramente è il dolce fit in sé. Di solito è l’uso che ne fai: porzioni, frequenza, licenza mentale e voglie che restano aperte.
Le ricette “fit” sono ovunque. E ormai fanno una cosa sorprendente: replicano quasi qualsiasi dolce tradizionale in versione “macro-friendly”.
La domanda, però, non è se siano buone o cattive.
La domanda utile è questa: che ruolo stanno giocando nella tua dieta?
Perché un dolce fit può essere un aiuto (ti fa stare nel piano), oppure un boomerang (ti tiene il palato sempre acceso e ti fa compensare).
Per chi / Non per chi
Per chi è:
ti piacciono dolci “fit” (protein cookie, mug cake, cheesecake light, gelati proteici) e vuoi capire se e quando ti sabotano;
ti ritrovi a pensare: “Ok, ma allora posso mangiarli tutti i giorni?”
senti che alcune ricette “fit” ti fanno partire con voglie e snack a cascata.
Non è per chi:
vuole una sentenza (“mai più dolci fit” o “vai tranquillo sempre”);
sta vivendo abbuffate frequenti o compensazioni: qui serve un lavoro dedicato con professionisti.
In breve
Il problema raramente è “il dolce fit in sé”. Di solito è uno di questi:
Health halo: “se è fit posso esagerare”.
Frequenza: il dolce diventa un sottofondo quotidiano, non uno sfizio deciso.
Aspettativa vs realtà: lo vuoi tantissimo (wanting), ti soddisfa poco (liking) e allora cerchi altro.
Sostituzione sbagliata: usi il dolce fit al posto di un pasto stabile e poi la fame torna.
Se vuoi la lente di base su fame, appetito e sazietà (utile per capire perché certe voglie partono “prima” di te): Perché hai più fame di quella che vorresti.
Princìpi
1) Il “fit” non è un nutriente
“Fit” è un’etichetta. A volte significa:
meno zucchero,
più proteine,
più fibre,
porzione più controllata.
A volte significa solo: marketing.
E anche quando è fatto bene, resta una regola semplice: un dolce fit è comunque un dolce. Se lo usi come lasciapassare, ti frega.
2) Sostituzione vs moltiplicazione
C’è una differenza enorme tra:
sostituire un dolce tradizionale con una versione che ti aiuta a rientrare in un assetto più stabile,
vs
moltiplicare l’esposizione al dolce (dolce a colazione, dolce “fit” a merenda, dolce “fit” dopo cena) perché “tanto è ok”.
Nel primo caso può aumentare l’aderenza. Nel secondo stai allenando il palato nella direzione opposta.
3) Wanting e liking: puoi desiderare tanto e godere poco
Alcuni dolci fit sono bravissimi ad accendere il desiderio (la promessa è “dolce senza conseguenze”).
Ma quando li mangi, a volte non chiudono davvero il bisogno: ti lasciano in una zona grigia.
Risultato tipico: ne cerchi un altro. Non per fame vera, ma per “completare”.
4) Non esiste “o tutto o niente”
Tra “non provarlo mai” e “mangiarlo ogni giorno” c’è un mare di opzioni.
Qui non ti invitiamo a demonizzare il dolce. Ti invitiamo a decidere quando è nutrimento e quando è (iper)gratificazione — e di gestire entrambi con criterio.
Evidenze (solo quello che ti serve)
Le etichette e i claim (“low fat”, “light”, “senza zuccheri”) possono creare un effetto alone: percepisci il prodotto come più “leggero” e tendi a concederti porzioni più grandi o meno controllo.
La palatabilità influenza molto quanto mangi nel momento (saziazione), ma non garantisce che reggerai meglio dopo (sazietà).
Più varietà e più stimolo sensoriale rendono più facile mangiare oltre il necessario (e trovare “spazio” per altro).
Una dieta più basata su cibi ultra-processati può facilitare un aumento dell’introito energetico, anche a parità di macros “sulla carta”.
In pratica
1) Decidi il ruolo: “nutrirmi” o “gratificarmi?”
Prima domanda (semplice, ma potente):
Questo dolce fit lo sto usando per nutrirmi (es. mi serve un’opzione comoda con proteine/fibre)?
O lo sto usando per gratificarmi (dolce, premio, break)?
Entrambe le risposte sono lecite. Cambia solo la gestione.
2) Regola della frequenza: “dolce deciso, non dolce sottofondo”
Se vuoi evitare l’auto-sabotaggio, scegli un ritmo.
Esempi pratici (scegline uno):
dolce fit 2–3 volte a settimana come sfizio;
dolce fit quotidiano solo se è una porzione piccola e non ti aumenta voglie/spuntini;
dolce “vero” una volta ogni tanto, e fit solo quando ti serve logistica.
Se il tuo dolce più critico è quello dopo cena, qui hai un protocollo pratico: Sfizio dopo cena: come gestirlo
3) Porzione: non trattarlo come “illimitato”
Il modo più comune di ingrassare “con i dolci fit” è banalissimo:
porzione non chiara,
assaggi continui,
“tanto è fit”.
Mossa starter: porziona prima.
porzione nel piatto/ciotola;
finisci e stop;
niente “spizzico mentre cucino”.
4) Se ti lascia in zona grigia, scegli un dolce diverso (o smetti di inseguire)
Se noti il pattern “lo mangio e poi ne cerco un altro”, non è il momento di stringere i denti.
È il momento di fare debug:
o lo rendi intenzionale (porzione + rituale + fine),
o scegli un’alternativa più soddisfacente (anche non fit), ma più rara e più consapevole.
Se ti capita spesso di “rincorrere” cibo e poi sentirti in colpa: Fame vera, fame emotiva e sensi di colpa
Segnali & stop
Se riconosci questi segnali, riduci frequenza o cambia strategia:
il dolce fit ti porta a più snack nelle ore successive;
lo usi come “permesso” e finisci per mangiare di più nel totale;
ti ritrovi a pensare al dolce tutto il giorno (palato sempre acceso);
il dolce fit sostituisce pasti veri e poi la sera crolli;
entra un ciclo restrizione → sfogo → colpa.
Su quel ciclo, leggi qui: Il miglior modo per ingrassare è mettersi a dieta
FAQ su dolci e ricette fit
Quindi i dolci fit fanno ingrassare?
Non “per definizione”. Ti fanno ingrassare quando diventano un lasciapassare (porzioni più grandi, più frequenza, compensazioni) o quando ti tengono in una zona grigia di voglia non soddisfatta.
Meglio evitare del tutto?
Non serve. La mossa migliore è decidere ruolo (nutrimento vs sfizio) e frequenza. Un dolce fit può essere una soluzione logistica utile. Non dovrebbe diventare la colonna sonora della giornata.
Se è ricco di proteine, allora va bene sempre?
Le proteine aiutano, ma non rendono il prodotto “illimitato”. Se ti porta a mangiare di più nel totale, l’effetto pratico è comunque quello.
Perché mi viene voglia di altro subito dopo?
Perché a volte aumenta il “wanting” senza chiudere davvero il “liking”: desiderio alto, soddisfazione bassa. In quel caso o lo rendi intenzionale (porzione + fine) o scegli un dolce diverso e più raro.
Se uso dolcificanti nelle ricette fit è meglio o peggio?
Dipende dal tuo comportamento: se sostituiscono zucchero e ti aiutano a stare nel piano, ok. Se aumentano la tua esposizione quotidiana al dolce o ti portano a compensare, non aiutano.
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Wansink B, Chandon P. Can “Low-Fat” Nutrition Labels Lead to Obesity?. J Mark Res. 2006.
Oostenbach LH et al. Systematic review of the impact of nutrition claims related to fat, sugar and energy content on food choices and energy intake. BMC Public Health. 2019.
Hall KD et al. Ultra-Processed Diets Cause Excess Calorie Intake and Weight Gain: An Inpatient Randomized Controlled Trial of Ad Libitum Food Intake. Cell Metab. 2019.
de Graaf C et al. Palatability affects satiation but not satiety. Physiol Behav. 1999.
Rolls BJ et al. Sensory specific satiety in man. Physiol Behav. 1981.
Brunstrom JM, Rogers PJ. How many calories are on our plate? Expected fullness, not liking, determines meal-size selection. Obesity (Silver Spring). 2009.
Berridge KC, Robinson TE. Liking, wanting, and the incentive-sensitization theory of addiction. Am Psychol. 2016.
Nulla è più pratico di una buona teoria: come scegliere meglio (senza dogmi)
La pratica senza teoria è cieca. La teoria senza pratica è sterile. Qui trovi un modo semplice per usare modelli, evidenza e test personali senza diventare schiavo dei trend.
Quando senti “teoria”, spesso pensi a roba astratta.
Quando senti “pratica”, pensi a “faccio e vedo”.
Il problema è che nella vita reale non esiste pratica “pura”. Anche quando improvvisi, stai seguendo una teoria — solo che non l’hai dichiarata.
Una buona teoria non è un sermone: è una mappa.
E una mappa serve proprio quando il territorio è confuso.
Per chi / Non per chi
Per te se:
ti senti tirato tra “fidati del metodo” e “fidati dell’istinto”, e vuoi un criterio per scegliere;
ti capita di saltare da un trend all’altro senza capire cosa stai davvero testando;
vuoi usare la scienza come strumento, non come religione.
Non per te se:
stai cercando “la teoria definitiva” che risolva tutto senza contesto;
vuoi una lista di regole da eseguire senza ragionare;
vuoi un dibattito tribale (pro/contro) invece di un metodo pratico.
In breve
Se ti manca una teoria, non stai “più libero”: stai solo guidando al buio.
E se ti manca un metodo pratico, la teoria rimane una bella idea che non cambia nulla.
Quello che ti serve è un ponte.
Ogni consiglio è un modello (anche “vai a sensazione”).
Se non dichiari il modello, lo subisci.
La scienza non ti dà certezze: ti dà probabilità e confini.
La tua vita reale è il test finale: ma va testata con criterio.
La mossa Oukside è: criteri > dogmi, sempre.
La teoria che già stai usando (anche quando dici “vado a sensazione”)
“Vado a sensazione” suona spontaneo, ma quasi sempre significa:
“Ho un modello implicito e lo sto applicando senza accorgermene.”
E questo vale anche nel fitness:
“Se mi alleno di più, dimagrisco di più” è una teoria.
“I carbo mi fanno gonfiare” è una teoria.
“Se salto colazione controllo la fame” è una teoria.
Il punto non è eliminare i modelli. Il punto è scegliere modelli migliori.
Tre esempi veloci (non fitness, ma fitness)
Mappe e Street View
Se devi arrivare in un posto dove non sei mai stato, non parti “a sensazione”. Usi una mappa. La mappa non è il territorio, ma senza mappa ti perdi più spesso.Istruzioni Ikea
Non monti un mobile complesso solo “provando”. Segui un modello: ordine, incastri, sequenza. È teoria resa pratica.Simulatore di volo
Un pilota non “impara volando” partendo da zero. Fa simulazione, check-list, procedure. Prima costruisce un modello, poi lo porta nel mondo.
Nel fitness è uguale: la teoria è il simulatore. La pratica è il volo.
Tu vuoi volare, non schiantarti.
Dove si inceppa tutto: “uno dice”, “a me funziona”, “lo dice la scienza”
Nel mondo salute/fitness, le fonti tipiche sono tre:
Aneddoti (“a me funziona”)
Autorità (“lo dice X / lo fanno tutti”)
Letteratura (“ci sono studi”)
Il problema non è che esistano. Il problema è usarle male.
L’aneddoto può essere vero ma irripetibile.
L’autorità può essere competente ma parziale.
“Ci sono studi” può voler dire una cosa sola: stai guardando contesti diversi con la stessa lente (unità di misura diverse, popolazioni diverse, obiettivi diversi). Se non scavi, i risultati sembrano in conflitto — e ti perdi proprio il pezzo utile: il perché cambiano.
Se ti serve una bussola rapida, parti da qui: prima di credere, chiedi “da cosa?” (unità, confini, qualità delle prove, trade-off).
E poi fai una cosa molto semplice: scava finché riesci a capire dove sta la differenza (contesto, variabili, obiettivi).
Oltre quel punto, non chiuderti: resta aperto. Non perché “non esiste il vero”, ma perché il tuo livello di dettaglio ha un limite — e quel limite non va riempito con scorciatoie.
Quattro domande per non farti fregare dai consigli
1) Qual è l’unità di misura?
Stai parlando di kg? kcal? performance? fame? sonno? aderenza?
Se l’unità è sbagliata, puoi dimostrare qualunque cosa.
Lo vedi anche quando si riduce tutto a numeri: se vuoi un esempio concreto di come l’unità “calorie” possa diventare una trappola mentale, qui: The Calorie Project.
2) Quali sono i confini del sistema?
Il consiglio considera solo l’allenamento? anche il sonno? lo stress? il contesto sociale? la logistica?
Una teoria che ignora il contesto spesso “funziona” solo nel laboratorio della fantasia.
3) Che tipo di prova lo sostiene?
“Studi” non è una categoria unica. Ci sono prove più forti e prove più fragili, e ogni tipo ha limiti.
Se vuoi una lente completa su questo tema (senza trasformarla in religione), qui: Evidenza senza fideismo.
4) Qual è il trade-off?
Se un consiglio migliora X, cosa peggiora? Energia? relazione col cibo? stress? performance?
Quando una teoria è venduta come “zero costo”, spesso il costo c’è. Solo che lo paghi dopo.
La scienza (usata bene): non ti dà dogmi, ti dà confini
Un modo utile per pensarla:
La scienza non ti dice cosa fare “per forza”.
Ti dice cosa è più probabile che funzioni, per chi, in quali condizioni, e dove sono i limiti.
E ti protegge da due trappole opposte:
la trappola del “tanto è tutto soggettivo”;
la trappola del “lo dice la scienza quindi zitti”.
In pratica: il metodo Oukside per trasformare teoria in azione
Mossa 1) Dichiarare obiettivo + metrica (prima del metodo)
Scegli una cosa sola da ottimizzare per 14 giorni.
Esempi concreti (non “dimagrire” generico):
“Voglio meno fame serale.”
“Voglio allenarmi 3 volte senza saltare.”
“Voglio dormire meglio e svegliarmi meno rintronato.”
“Voglio ridurre gli extra automatici.”
Una volta dichiarato l’obiettivo, scegli 1–2 metriche realistiche.
Non dieci. Non perfette. Realistiche.
Mossa 2) Triangolazione: meccanismo + evidenza + segnali tuoi
Una buona teoria regge su tre gambe:
meccanismo: ha senso biologico/comportamentale?
evidenza: che tipo di prove ci sono? quanto sono pulite?
segnali tuoi: come reagisci tu, nel tuo contesto?
Qui dentro rientrano anche effetti strani e potenti come il contesto, le aspettative e il rituale (che non sono “fuffa”): Effetto placebo.
E rientrano anche le illusioni cognitive che ti fanno “sentire” vero qualcosa che non lo è: Diet illusion.
Mossa 3) Micro-esperimento (con guardrail) + review
Fai un test piccolo, con regole chiare:
durata: 7–14 giorni (non 3 mesi)
una variabile principale (non cinque)
1 “stop” chiaro (se succede X, interrompi o ridimensioni)
E poi fai review. Non “valutazione morale”. Review.
Se ti aiuta, puoi usare una mini-struttura di decisione/consapevolezza che resta concreta: Consapevolezza pratica: come usarla per decidere meglio.
Segnali & stop (quando la teoria va buttata o ridimensionata)
Interrompi o riduci se:
il protocollo ti rende più ossessivo, più rigido, più ansioso;
peggiora sonno, umore, energia in modo netto per più giorni;
ti spinge verso estremi (restrizione pesante, allenamento compulsivo, “o perfetto o niente”);
stai usando “scienza” come arma per giustificare un comportamento che ti sta facendo male.
Qui l’obiettivo non è “avere ragione”. È stare bene e funzionare.
FAQ su teoria e pratica
Ma quindi devo leggere studi per allenarmi o mangiare meglio?
No. Devi avere un metodo per non farti trascinare dai trend. Gli studi ti aiutano quando devi scegliere tra opzioni e capire i limiti, non come compito quotidiano.
“A me funziona” vale o no?
Vale come segnale, non come prova universale. Funziona se lo tratti come un dato: “in questo contesto, con questi vincoli, succede questo”.
Se la scienza non dà certezze, a cosa serve?
A ridurre errori grossi e a dirti dove è più probabile trovare risultati. È una torcia: non ti teletrasporta, ma ti fa inciampare meno.
Come evito di fissarmi sulle metriche?
Scegline poche, collegale a comportamenti reali e metti un limite temporale. Poi fai review e chiudi il test.
Qual è la teoria più utile in assoluto?
Quella che ti fa essere costante senza rovinarti la vita. Se una teoria ti rende “più performante” ma ti brucia, non è pratica: è un debito.
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Bedeian AG. A note on the aphorism “there is nothing as practical as a good theory”. J Manag Hist. 2016.
Concato J, Shah N, Horwitz RI. Randomized, controlled trials, observational studies, and the hierarchy of research designs. N Engl J Med. 2000.
Barton S. Which clinical studies provide the best evidence? The best RCT still trumps the best observational study. BMJ. 2000.
Atkins D, et al. Grading quality of evidence and strength of recommendations. BMJ. 2004.
I dolcificanti fanno ingrassare? Correlazione, causalità e come usarli senza auto-sabotarti
Se ti aiutano a sostituire zucchero, spesso sono utili. Se diventano un lasciapassare, ti fregano. Ecco come capirlo e usarli bene.
Ti hanno detto due cose opposte:
“Se è zero calorie, è sempre meglio.”
“Se è dolce ma senza calorie, il corpo si confonde e ingrassi.”
La verità è meno cinematografica (e più utile): dipende da cosa stai sostituendo e da che comportamento stai sbloccando.
Se un dolcificante ti aiuta a togliere zucchero senza aggiungere altro, spesso è un vantaggio. Se diventa un lasciapassare per aumentare dolcezza, frequenza o “extra”, può diventare un boomerang.
Qui facciamo una cosa semplice: separiamo correlazione da causalità e ti lasciamo criteri pratici per usarli senza auto-sabotarti.
Per chi
Se usi (o stai pensando di usare) dolcificanti non nutritivi: bevande “zero”, stevia/aspartame nel caffè, yogurt/proteici dolcificati.
Se ti stai chiedendo se ti aumentano la fame o se ti bloccano il dimagrimento.
Non per chi
Se cerchi una sentenza (“bene” o “male”). Qui trovi criteri, non dogmi.
Se hai una condizione clinica per cui stai seguendo indicazioni specifiche: usa questo articolo come orientamento, non come prescrizione.
In breve
Il punto non è “il dolcificante fa ingrassare?”. Il punto è: cosa sostituisce e che comportamento sblocca.
Se un dolcificante sostituisce zucchero (soprattutto nelle bevande), di solito ti aiuta: meno calorie senza perdere del tutto il gusto.
Se un dolcificante si aggiunge a una dieta già “dolce” (e diventa un lasciapassare), spesso non aiuta:
non per magia metabolica,
ma perché compensi (“tanto è zero”) o aumenti la frequenza dello stimolo dolce.
Le ricerche non raccontano una storia unica: la parte “confusa” nasce quasi sempre dal mischiare correlazione e causalità.
Princìpi
1) Sostituzione vs addizione
Sostituire zucchero con un dolcificante è una leva. Aggiungere dolcezza in più è un’abitudine.
Se ti trovi spesso in modalità “zero + extra”, il problema non è il dolcificante: è la licenza che ti dà.
2) Il “mismatch” (dolce senza energia)
Il sapore dolce è un segnale. Quando arriva senza energia, per alcune persone (e in alcuni contesti) può aumentare la probabilità di:
più fame a breve,
più voglia di cibi molto palatabili,
più fatica a “chiudere” il pasto.
Non è garantito. Ma è un pattern che vale la pena monitorare.
3) Non tutti i dolcificanti sono uguali
Quando parliamo di “dolcificanti”, spesso mettiamo nello stesso sacco cose diverse (aspartame, sucralosio, stevia, acesulfame-K, saccarina…).
A livello pratico, per te conta una cosa: come reagisci tu (fame, craving, aderenza), non il dibattito su internet.
Evidenze
1) Perché gli studi “osservazionali” confondono
Negli studi osservazionali spesso trovi associazioni tipo “chi consuma più dolcificanti ha più peso”.
Ma questa può essere causalità inversa: chi ha già più peso (o sta cercando di dimagrire) sceglie più spesso prodotti “zero”. Quindi il dolcificante può essere un segnale di un problema già presente, non la causa.
2) Cosa succede nei trial (quando si sostituisce)
Quando i dolcificanti rimpiazzano zucchero (e non diventano un lasciapassare), diversi trial mostrano che non sono “peggio dell’acqua” e, in alcuni contesti, possono aiutare l’aderenza e il mantenimento.
Negli interventi strutturati (programma comportamentale, sostituzione di bevande zuccherate), la direzione tipica è: meno zucchero → meno energia → più facilità a stare nel piano.
3) Linee guida: perché l’OMS è prudente
L’OMS (2023) ha pubblicato una raccomandazione prudente: non usare i dolcificanti come strategia principale di controllo del peso.
Traduzione operativa: se ti aggrappi al “zero” per dimagrire, stai puntando sul dettaglio sbagliato. Usa piuttosto i dolcificanti come strumento di transizione, mentre riduci la dipendenza dal gusto dolce e stabilizzi la dieta.
In pratica
1) Tre scenari e una scelta semplice
Scenario A — Bevi zucchero (succhi, bibite, tè zuccherati)
Qui il cambio è quasi sempre un win.
Mossa starter (7 giorni):
sostituisci solo le bevande zuccherate con acqua o “zero”,
senza aggiungere snack “perché tanto ho risparmiato”.
Se vuoi un gancio pratico sul tema “zuccheri liquidi”, puoi partire da qui: il succo di frutta è davvero ‘sano’?
Scenario B — Dolcifichi caffè/yogurt/proteici
Se ti aiuta a mantenere un’alimentazione stabile, ok.
Regola: tienilo come piccolo facilitatore, non come “dolce a richiesta” tutto il giorno.
Scenario C — Dopo lo “zero” ti viene più fame
Qui non devi “resistere”. Devi fare debug.
Mossa starter (7 giorni):
elimina i dolcificanti solo nelle ore in cui noti l’effetto (es. pomeriggio/sera),
lascia invariato il resto,
monitora: fame, voglia di dolce, spuntini.
Se l’hai notato soprattutto dopo cena, questo può aiutarti: perché il dolce entra anche da pieno
2) Le 4 regole “anti auto-sabotaggio”
Usali per sostituire, non per aggiungere.
Non comprarci il dessert: se risparmi 150 kcal e poi ne aggiungi 400, non è “metabolismo”: è matematica.
Non aumentare la frequenza del dolce: se prima avevi un dolce ogni tanto e adesso hai “dolce” in ogni bevanda/snack, stai allenando il palato nella direzione opposta.
Stabilità prima: se la tua dieta è già fragile, il “zero” diventa spesso un cerotto. Prima stabilizza pasti e proteine; poi affina i dettagli. (Se ti riconosci nella frustrazione da calorie e micro-ottimizzazioni, è utile leggere qui: frustrazione da kcal)
Segnali & stop
Fermati e ricalibra se:
noti più fame nelle 1–3 ore dopo l’uso (pattern ripetuto, non un caso);
aumenti la frequenza di snack “perché tanto è zero”;
ti ritrovi a inseguire il dolce tutto il giorno (palato sempre acceso);
hai sintomi intestinali quando usi prodotti “senza zucchero” (qui spesso il problema sono polioli/fibre aggiunte, non i dolcificanti in sé).
FAQ su dolcificanti e peso
Quindi i dolcificanti “fanno ingrassare”?
Di default no. Il rischio pratico è che tu li usi in modo che ti faccia mangiare di più (compensazione) o che aumenti la tua esposizione al dolce. Se sostituiscono zucchero (soprattutto nelle bevande) e non diventano un lasciapassare, spesso sono neutri o utili.
È meglio l’acqua o la bibita “zero”?
Se bevi “zero” al posto di bibite zuccherate, è spesso un miglioramento. Se invece la “zero” ti alza fame/craving, l’acqua diventa la scelta più pulita. Non scegliere per ideologia: scegli per aderenza.
Stevia = meglio perché “naturale”?
“Naturale” non significa automaticamente “migliore”. A livello di gestione del peso vale la stessa regola: conta la sostituzione e il comportamento che sblocca.
Ci sono persone che dovrebbero evitarli?
Se hai fenilchetonuria, l’aspartame è da evitare (per la fenilalanina). Per tutto il resto, se hai dubbi o condizioni specifiche, confrontati con un professionista: qui stiamo parlando di strategie, non di terapia.
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Perché ho sempre fame? 7 cause comuni e 4 check pratici
Se provi a risolvere fame, voglia e stress con la stessa arma (resistere), perdi. Qui capisci cosa sta succedendo e scegli una mossa piccola ma sensata.
Se ti sembra di avere fame “sempre”, la tentazione è semplice: darti una colpa.
Più utile è un’altra ipotesi: stai mescolando cose diverse (fame, appetito, voglia, stress, abitudine) e stai provando a risolverle tutte con la stessa risposta: resistere.
Qui facciamo il contrario: identifichi la causa più probabile e poi scegli una mossa piccola ma sensata.
Per chi / Non per chi
Per chi è:
senti spesso fame anche quando “hai mangiato da poco”;
ti ritrovi a fare snack random e a rincorrere energia;
vuoi una pagina che ti orienti e ti indichi la mossa giusta (senza enciclopedia).
Non è per chi:
cerca un trucco per non sentire mai fame (la fame è un segnale, non un bug);
sta vivendo abbuffate frequenti o compensazioni: lì serve un percorso dedicato con Professionisti.
In breve
Avere sempre fame di solito non è “mancanza di forza di volontà”. È uno di questi scenari:
pasti poco stabili (ti riempi ma non reggi);
snack e bevande che alzano e abbassano l’energia;
sonno e stress che ti spostano verso cibi più facili;
restrizione rigida → desiderio → rimbalzo;
contesto “iper-stimolante” (varietà, ultra-processati, porzioni);
allenamento/deficit non gestiti.
Se vuoi la lente che spiega perché (fame vs appetito, sazietà vs saziazione, wanting/liking), parti da qui: Perché hai più fame di quella che vorresti
Princìpi
1) “Pieno” non significa “stabile”
Puoi sentirti pieno e avere fame dopo due ore. Succede quando il pasto ti sazia nel momento, ma non ti dà sazietà nelle ore successive.
2) Non è sempre fame: spesso è appetito (cue-driven)
Se l’unica cosa che ti va bene è “quel cibo preciso”, non è fame generica: è appetito, voglia, abitudine, contesto.
Le 7 cause più comuni (e dove andare)
1) Pasti poco stabili (ti fermi, ma non reggi)
Segnali tipici: fame a rimbalzo, spuntini inevitabili, porzioni che cambiano ogni giorno.
Mossa base: a pranzo e cena costruisci almeno un “piatto stabile” (proteine + qualcosa di saziante + porzione normale).
Per scegliere ritmo e quantità senza rigidità: Quanti pasti al giorno?
2) Snack e bevande “invisibili” (energia facile, fame veloce)
Segnali tipici: arrivi alle 16 distrutto, ti “salvi” con qualcosa di dolce, poi hai di nuovo fame.
Mossa base: se fai snack, fallo deciso (quando, cosa, quanto). E attenzione alle calorie liquide (succhi, bevande zuccherate, alcol).
Per decidere snack senza estremismi: Snack: sì o no?
3) Sonno scarso (più “drive”, meno margine)
Segnali tipici: fame e voglie più forti il giorno dopo, soprattutto per cibi rapidi e gratificanti.
Mossa base: non serve diventare monaco: ti basta una micro-routine che aumenti la probabilità di dormire meglio. Scopri come dormire meglio (già da stasera).
4) Stress e stanchezza mentale (mangi per spegnere, non per nutrire)
Segnali tipici: non hai fame “di stomaco”, ma vuoi qualcosa per cambiare stato. E spesso non ti soddisfa davvero.
Mossa base: prima di mangiare, fai una pausa breve (30–90 secondi) per tornare al volante; poi decidi.
Se qui ti riconosci spesso: Fame vera, fame emotiva e sensi di colpa
5) Restrizione rigida → desiderio → rimbalzo
Segnali tipici: giorni “perfetti” seguiti da giorni in cui salta tutto; sensi di colpa; compensazioni.
Mossa base: se il piano si regge solo con forza di volontà, è fragile. Ti serve un assetto più umano.
Scopri perché il miglior modo per ingrassare è mettersi a dieta.
6) Contesto iper-stimolante (varietà, ultra-processati, porzioni)
Segnali tipici: potresti smettere, ma “ti viene da continuare”; una cosa tira l’altra; mangi più per stimolo che per fame.
Mossa base: non devi “ripulire tutto”. Devi ridurre l’automatismo: porziona, scegli, sposta, rendi meno disponibile.
Per una lente utile su categorie e contesto: Cos’è davvero “cibo vero”?
7) Allenamento e deficit gestiti male
Segnali tipici: ti alleni duro, mangi poco, poi la fame ti travolge (o la sera “recuperi tutto”).
Mossa base: se il tuo obiettivo è dimagrire, il deficit deve essere sostenibile. Se il tuo obiettivo è performare, il carburante non è optional.
Per capire quando ha senso stringere e quando no: Allenarsi meno e mangiare meno
I 4 check (router) che risolvono l’80% dei casi
1) Check stabilità pasto
Chiediti: “Dopo questo pasto, reggo 3–5 ore?”
Se la risposta è quasi sempre “no”, il problema non è disciplina: è assetto.
2) Check tempo + specificità
Se sono passate molte ore e mangeresti anche qualcosa di semplice → più fame.
Se hai mangiato da poco e vuoi solo “quel cibo preciso” → più voglia/appetito.
3) Check sonno
Se dormi male, non sei “più debole”: hai semplicemente meno margine.
4) Check ambiente
Se ciò che ti “accende” è sempre a portata di mano in forma illimitata, stai chiedendo troppo alla tua forza di volontà.
In pratica: 4 mosse per oggi
Aggiungi un’ancora proteica a pranzo e cena.
Se fai snack, fallo deciso (non random): orario + porzione.
Quando parte la voglia, fai 10 minuti di “buffer” (spostati, fai altro, bevi acqua): poi scegli.
Proteggi il sonno con una micro-regola: stessa ora di stop schermi per 3 sere.
Segnali & stop
Se la fame “sempre” è nuova, intensa e associata a sintomi insoliti (sete marcata, dimagrimento non voluto, tremori frequenti, insonnia importante), ha senso confrontarsi con il Medico.
Se senti di essere in un ciclo di abbuffate/compensazioni, la priorità non è aggiungere regole: è uscire dal loop con supporto professionale.
FAQ su “sempre fame”
Se ho sempre fame, devo mangiare più spesso?
Non per forza. A volte basta rendere i pasti più stabili. Se invece i tuoi pasti sono già solidi, aumentare la frequenza può diventare solo più opportunità di “fare snack”. Parti da: Quanti pasti al giorno?
È normale avere più fame quando dormo poco?
Sì, succede spesso: il giorno dopo hai più “drive” verso il cibo e meno margine decisionale. Non serve la notte di sonno perfetta: una routine minima può fare molto.
Il digiuno intermittente mi aiuta o mi fa venire più fame?
Dipende da come reagisci tu. Per alcune persone è comodo; per altre aumenta rimbalzi e voglie. Se ti porta a serate ingestibili, non è lo strumento giusto.
Cos’è il “food noise”?
È quando il cibo diventa un rumore di fondo: pensieri ricorrenti, voglie che partono da stimoli e contesto più che da fame. Se ti ci riconosci, spesso aiutano: struttura dei pasti, gestione snack e lavoro su fame emotiva.
Bere acqua mi “toglie” la fame?
A volte confondi sete e fame, quindi bere può aiutare. Ma se il problema è appetito/cue o un pasto instabile, l’acqua non sostituisce un assetto alimentare migliore.
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Halton TL, Hu FB. The effects of high protein diets on thermogenesis, satiety and weight loss: a critical review. J Am Coll Nutr. 2004.
Hall KD et al. Ultra-Processed Diets Cause Excess Calorie Intake and Weight Gain: An Inpatient Randomized Controlled Trial of Ad Libitum Food Intake. Cell Metab. 2019.
Ulrich-Lai YM et al. Stress exposure, food intake and emotional state. Stress. 2015.
Brunstrom JM, Rogers PJ. How many calories are on our plate? Expected fullness, not liking, determines meal-size selection. Obesity (Silver Spring). 2009.
Rolls BJ et al. Sensory specific satiety in man. Physiol Behav. 1981.
Mann T et al. Medicare's search for effective obesity treatments: diets are not effective and dieting can be harmful. Am Psychol. 2007.
Perché hai più fame di quella che vorresti (anche quando sei pieno)
A volte non è forza di volontà: è che stai chiamando “fame” cose diverse. Se distingui che fame è, smetti di combattere tutto con la stessa arma.
A volte non è “mancanza di forza di volontà”.
È che stai usando una parola sola — fame — per descrivere cose diverse: bisogni del corpo, desideri del cervello, abitudini dell’ambiente.
E se non distingui che fame è, finisci per combattere tutto con la stessa arma: stringere i denti. Che funziona… finché non funziona più.
Per chi / Non per chi
Per chi è:
senti spesso fame “di testa” anche dopo un pasto;
vuoi capire perché c’è sempre spazio per il dolce e come gestirlo senza rigidità;
cerchi 2–4 mosse pratiche per mangiare con più criterio, non con più controllo.
Non è per chi:
sta affrontando un disturbo del comportamento alimentare già diagnosticato (qui serve un lavoro dedicato con Professionisti);
vuole un metodo per non sentire mai fame o voglia di qualcosa di buono (obiettivo poco umano, e spesso controproducente).
In breve
Fame e appetito non sono la stessa cosa: il corpo cerca energia, il cervello cerca gratificazione.
Saziazione è “mi fermo durante il pasto”. Sazietà è “reggo fino al prossimo pasto”. Non coincidono sempre.
Alcuni cibi ti “spengono” in bocca (saziazione) ma non ti tengono stabile (sazietà).
Il punto non è eliminare il desiderio: è costruire un contesto dove il desiderio non comanda.
Se vuoi la versione più pratica su fame emotiva, sfizi e sensi di colpa, qui: Fame vera, fame emotiva e sensi di colpa
Princìpi
1) Fame vs appetito: stesso volante, motori diversi
La fame è un drive fisiologico: ti spinge a cercare cibo quando l’organismo ne ha bisogno.
L’appetito è più “motivazionale”: è la spinta verso un cibo specifico, spesso legata a cues (vista, odore, contesto) e gratificazione.
Puoi avere poca fame e tanto appetito.
È il motivo per cui, anche dopo un pranzo abbondante, il cervello trova comunque una corsia preferenziale per il dessert: non è solo “spazio nello stomaco”, è anche spazio nel sistema di ricompensa.
Una lente utile qui è la distinzione tra liking e wanting:
liking = quanto ti piace davvero mentre lo mangi;
wanting = quanto ti “tira” prima ancora di mangiarlo.
Non sempre vanno insieme: puoi volere molto una cosa che poi, appena iniziata, ti dà meno piacere del previsto. Questo è uno dei punti in cui l’“autopilota” vince.
2) Saziazione vs sazietà: fermarti adesso, reggere dopo
Qui si fa confusione continuamente.
Saziazione: il segnale che ti fa dire “basta” durante il pasto.
Sazietà: il segnale che ti fa dire “sto bene” nelle ore successive.
Alcuni cibi (molto sapidi, molto “facili”) aumentano la saziazione: ti stancano in bocca e ti fermano.
Ma non è detto che aumentino la sazietà: dopo poco, la fame torna.
Ecco perché non basta “sentirsi pieno” per dire “ho risolto”: pieno è spesso saziato, non necessariamente sazio.
3) “C’è sempre spazio per il dolce” non è un difetto morale
Esiste un fenomeno chiamato sensory-specific satiety (sazietà sensorio specifica): mentre mangi, la piacevolezza di quel sapore specifico tende a calare, ma un sapore diverso (dolce dopo salato, croccante dopo morbido) può riaccendere l’interesse.
Traduzione pratica: varietà + contrasto di sapori rendono più facile mangiare oltre le necessità.
Non significa che “il dolce è il male”. Significa che se lo tratti come una trappola, la trappola vince. Se lo tratti come una scelta, hai più margine.
4) Se il piano si regge solo con forza di volontà, è un piano fragile
Quando la strategia è tutta: “resisto”, il tuo sistema diventa binario.
E il binario tipico è: restrizione → desiderio → sfogo → colpa.
Se ti riconosci, ti conviene leggere anche questo: Il miglior modo per ingrassare è mettersi a dieta
Evidenze (solo quello che ti serve)
La palatabilità tende a influenzare soprattutto quanto ti fermi durante il pasto (saziazione), non per forza quanto reggi dopo (sazietà).
Il modo in cui mangi (es. bocconi più piccoli e più tempo di esposizione orale) può ridurre l’introito nel pasto.
“Wanting” e “liking” sono processi distinguibili: non è una poesia, è un modo utile per capire perché certe voglie partono “prima” di te.
La scelta della porzione è influenzata anche da ciò che ti aspetti in termini di pienezza: alcuni cibi sono percepiti come “poco sazianti” e quindi portano a porzioni più grandi.
In pratica
1) Mini-check “che fame è?” (30 secondi)
Fai 3 domande. Rispondi al volo.
1) Quando ho mangiato l’ultima volta? Se sono passate molte ore, è più facile che sia fame fisica.
2) Mangerei anche qualcosa di semplice? Se sì → fame. Se no, e vuoi solo “quel cibo preciso” → voglia/appetito.
3) Com’ero 10 minuti fa? Se eri stressato, annoiato o stanco → possibile fame mentale/emotiva.
La mossa
Fame fisica → fai un pasto stabile.
Voglia/appetito → rendila intenzionale (porzione + momento) o cambia cue (spostati, aspetta 10’).
Fame mentale/emotiva → esci dal loop e usa una guida pratica: Fame vera, fame emotiva e sensi di colpa
2) Costruisci un “pasto stabile” (non un pasto perfetto)
Se vuoi meno fame a rimbalzo, cerca stabilità, non “leggerezza”.
In pratica, a pranzo e cena:
una fonte proteica;
una quota di verdure;
carboidrati modulati su fame e allenamento;
un po’ di grassi “normali”, senza estremismi.
Se ti aiuta ragionare su quantità e frequenza, qui: Quanti pasti al giorno?
3) Se vuoi il dolce, rendilo intenzionale
Molte persone non hanno “troppo dolce”. Hanno dolce random, quando sono stanche o scariche.
Due mosse semplici:
scegli quando (es. dopo cena, non a caso alle 17);
scegli quanto (porzione decente, servita e finita, non “assaggi continui”).
Se ti capita spesso dopo cena: Sfizio dopo cena: come gestirlo
4) Cambia l’ambiente prima di cambiare te
L’appetito è cue-driven.
Quindi, in pratica:
se una cosa ti fa partire sempre, non tenerla “a portata di mano” in forma illimitata;
se la vuoi, porzionala (compra porzioni singole o porziona subito);
se il problema sono gli snack, non serve eliminarli: serve decidere quando sì e quando no. (Vedi qui: Snack: sì o no?.)
Segnali & stop
Se la fame è accompagnata da forte ansia, abbuffate frequenti o compensazioni (digiuni punitivi, allenamento “riparatorio”), la priorità è uscire dal ciclo: non serve stringere le regole.
Se la tua strategia ti porta a tagliare troppo e poi “crollare”, non è disciplina: è un assetto instabile.
Se hai condizioni cliniche (diabete in terapia, problemi gastrointestinali importanti, ecc.), evita soluzioni fai-da-te estreme.
FAQ su fame, appetito e sazietà
Perché ho fame anche dopo un pasto abbondante?
Perché potresti essere saziato (ti sei fermato durante il pasto) ma non davvero sazio (non reggi nelle ore successive). Inoltre l’appetito può riaccendersi per cue e varietà di sapori, anche senza vera fame fisica.
Come faccio a capire se è fame o voglia?
Guarda tre segnali: tempo dall’ultimo pasto, disponibilità a mangiare “cibi normali”, e stato emotivo immediatamente precedente. La voglia di solito è più specifica e più legata a contesto ed emozioni.
Mangiare lentamente serve davvero?
Spesso sì, perché aumenta l’esposizione sensoriale orale e facilita la saziazione. Non è una bacchetta magica: funziona meglio dentro una dieta complessivamente stabile.
Perché il dolce “entra sempre”?
Perché il desiderio può spostarsi verso un sapore nuovo (dolce) anche quando il sapore precedente (salato) ha iniziato a “stancarti”. È un fenomeno noto: non è un difetto morale.
Devo eliminare gli snack?
Non per forza. Molto spesso basta passare da snack “random” a snack decisi (quando, quali, quanto) e costruire pasti principali più stabili.
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Brunstrom JM, Rogers PJ. How many calories are on our plate? Expected fullness, not liking, determines meal-size selection. Obesity (Silver Spring). 2009.
Mann T et al. Medicare's search for effective obesity treatments: diets are not effective and dieting can be harmful. Am Psychol. 2007.
Addominali profondi e six pack: cosa serve davvero (senza farti fregare)
Il six pack non è un muscolo segreto: è un sistema che respira, stabilizza e trasferisce forza. Fai il test rapido, poi applica lo starter kit.
Se vuoi addominali di roccia, procurati una roccia.
Detto meglio: un addome forte non nasce da “più crunch”, ma da un core che sa fare tre cose molto concrete:
stabilizzare mentre respiri (non mentre trattieni l’aria);
trasferire forza tra parte alta e bassa del corpo;
non cedere quando il corpo si muove, ruota, accelera, frena.
Il six pack invece è un’altra storia: è il retto dell’addome che diventa visibile quando lo strato di grasso sopra si assottiglia abbastanza.
Allenamento del core e definizione non sono la stessa cosa, ma lavorano insieme.
Per chi è / Non è
Per chi è:
vuoi un addome più forte e “compatto”, senza inseguire routine infinite;
senti che la schiena (soprattutto lombare) prende sempre tutto il lavoro;
vuoi capire la differenza tra controllo del core e “bruciore agli addominali”;
ti interessa un percorso sostenibile, non una sfida da 22 giorni.
Non è per chi:
cerca una scorciatoia per “togliere la pancia” solo con esercizi addominali;
ha dolore acuto, sintomi importanti o condizioni specifiche (gravidanza, post-parto complesso, prolassi, incontinenza, diastasi importante) e vuole fare tutto da solo: qui serve un professionista che ti veda e ti guidi;
vuole una scheda da bodybuilding avanzato per l’addome.
In breve
Il mito degli “addominali profondi” nasce da un equivoco: esistono strati diversi (trasverso, obliqui, retto), ma non esiste un muscolo magico “nascosto” che ti regala la tartaruga.
Quello che funziona davvero:
impari a gestire gabbia toracica e bacino mentre respiri (non mentre trattieni l’aria);
costruisci tenuta (isometrie) e anti-movimento (anti-estensione / anti-rotazione / anti-flessione laterale);
poi aggiungi dinamica controllata: movimenti puliti, non “ripetizioni a caso”;
se vuoi vedere il six pack, la leva grande è la composizione corporea, non la quantità di addominali.
Il test (60 secondi) per capire da dove partire
Non serve “sentire bruciare”. Ti serve capire se riesci a controllare e riesci a respirare mentre il core lavora.
Fai questo mini-check una volta, con calma.
1) Dead bug lento (20–30 secondi)
Sdraiato/a, gambe a 90°, braccia al soffitto.
Espira, “abbassa” le coste, poi muovi lentamente un arto per volta.
Obiettivo: lombare neutra, respiro che continua
2) Side plank corto (15–20 secondi per lato)
Anche se sei forte, tienilo breve.
Obiettivo: bacino stabile, spalle “lontane dalle orecchie”, respiro regolare.
3) Suitcase carry (20–40 metri per lato, o 20–30 secondi se sei in casa)
Prendi un manubrio/kettlebell (o una borsa pesante). Cammina senza “cedere” da un lato.
Obiettivo: tronco verticale, niente apnea.
Se in uno di questi punti devi trattenere il respiro, perdi assetto o senti la lombare accendersi: non sei “scarso/a”. Hai appena trovato il tuo livello di partenza.
Vuoi un percorso “cervello spento” già pronto?
Se vuoi 3 protocolli pronti (Base / Focus / Strength) + test guidato + cue chiari + stop rule (niente apnea, niente burnout), qui trovi la Guida Focus: Addominali & Core – Guida Focus
Princìpi
1) Il core non è solo “addome”
Quando dici “addominali”, di solito pensi al retto dell’addome (la tartaruga). Ma il core è un sistema:
addominali (retto, obliqui, trasverso);
muscoli paraspinali e quadrato dei lombi;
diaframma e pavimento pelvico;
glutei e anche (flessori inclusi).
L’addome forte è un addome che collabora con tutto il resto.
2) “Chiudere le coste” vale più di mille crunch
Il controllo parte spesso da qui: evitare che le coste “schizzino” in fuori e che la zona lombare si inarchi quando aumenti lo sforzo.
Tradotto in segnali semplici:
espiri e senti le coste scendere;
senti l’addome attivarsi senza spingere fuori la pancia;
mantieni respiro e controllo mentre muovi braccia e gambe.
3) Progressione a strati
Se salti i passaggi, il corpo trova scorciatoie: spalle che si irrigidiscono, lombari che si accendono, collo che “tira”.
La sequenza più solida è:
attivazione e timing (respiro + controllo);
isometrie e anti-movimento;
dinamica e trasferimento (accelerare, frenare, ruotare, portare carichi).
Cosa dicono le evidenze
Allenare gli addominali migliora forza e resistenza del tronco, ma da solo non è una strategia affidabile per “dimagrire di pancia”.
La riduzione di grasso localizzata (spot reduction) è un tema più sfumato di quanto si dica nei meme: alcuni studi suggeriscono che un effetto locale possa esistere, ma se c’è, è piccolo e non è la leva su cui costruire l’obiettivo estetico.
Per cambiare davvero la definizione dell’addome, conta molto di più il quadro generale: allenamento complessivo, alimentazione sostenibile, sonno e gestione dello stress.
In pratica
Qui sotto trovi uno starter kit: breve, ripetibile, senza acrobazie.
L’obiettivo non è “spaccarti”: è costruire qualità.
Routine starter (8–10 minuti, 2–4 volte a settimana)
1) Respiro + assetto (2 minuti)
Scegli 1:
90/90 a terra (gambe su sedia): espira, “abbassa” le coste, mantieni respiro calmo;
dead bug facile (solo braccia o solo gambe): lento, senza perdere la lombare neutra.
2) Tenuta e anti-movimento (4–5 minuti)
Scegli 2:
plank (anti-estensione) — corto e pulito;
side plank (anti-flessione laterale) — corto e pulito;
pallof press con elastico (anti-rotazione) — lento, senza torsioni.
Dose: 10–25 secondi (isometrie) o 6–10 ripetizioni lente (pallof), 2–3 serie.
3) Trasferimento (2–3 minuti)
Scegli 1:
suitcase carry (valigia) se hai manubri/kettlebell (o borsa pesante): cammini mantenendo tronco stabile;
chop/lift con elastico: rotazione controllata, bacino stabile.
Dose: 20–40 metri (o 20–30 secondi) per lato, 2 serie.
La regola di progressione (senza scervellarti)
Aumenti difficoltà solo se (tutte e tre):
riesci a respirare senza trattenere;
la zona lombare non “scappa” in inarcamento;
senti lavoro su addome/fianco, non su collo e flessori dell’anca.
Se vuoi una progressione completa (Base/Focus/Strength) con tabelle, cue e stop rule, la trovi qui: Addominali & Core – Guida Focus
Segnali da osservare (e quando fermarti)
Fermati, regredisci o chiedi aiuto se:
compare dolore (non fatica) a schiena, inguine, addome;
senti pressione “verso il basso” sul pavimento pelvico o perdite/incontinenza;
vedi un rigonfiamento centrale dell’addome (doming) quando aumenti lo sforzo;
trattieni il respiro per “tenere duro”;
la zona lombare prende tutto (se ti succede spesso, vedi anche fastidi lombari: routine breve per sbloccare la schiena).
FAQ su addominali profondi e six pack
Gli addominali profondi esistono davvero?
Esistono strati e funzioni diverse. Il trasverso, ad esempio, contribuisce alla stabilità e al controllo. Ma non è un bottone segreto: serve una progressione di controllo, tenuta e movimento.
Plank o crunch?
Non è una guerra di religione. Il plank costruisce anti-estensione e tenuta; il crunch allena flessione del tronco. Se vuoi un core “da vita reale”, non stare su un solo binario: prima controllo e isometrie, poi anche dinamica.
Quanti addominali devo fare a settimana?
Per la maggior parte delle persone: 2–4 micro-sessioni da 6–12 minuti funzionano meglio di una seduta massacrante una volta a settimana.
Gli addominali fanno venire il six pack?
Allenano il muscolo. Per vederlo, di solito serve anche ridurre lo strato di grasso sopra. Se stai inseguendo definizione, guarda il quadro completo: allenamento, alimentazione, sonno, stress.
È vero che posso “dimagrire di pancia” con esercizi specifici?
L’idea che tu possa scegliere dove perdere grasso è spesso raccontata in modo troppo semplice. Se vuoi una lettura completa (senza meme e senza dogmi), ho scritto un articolo dedicato: dimagrimento localizzato (spot reduction): cosa è vero.
Vacuum sì o no?
Può essere un esercizio di consapevolezza e controllo, ma non è obbligatorio e non è la base del percorso. Se ti irrigidisce, ti fa trattenere il respiro o ti dà sensazioni strane sul pavimento pelvico, lascialo perdere.
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“Dieta iperproteica” è spesso una parola sbagliata
Ti spaventa il contare proteine, ma passa per “normale” una giornata di snack e pasti sbilanciati. Qui rimettiamo il contesto al centro.
Se dici a qualcuno che stai a 1,7–2 g/kg di proteine, spesso la risposta è automatica:
“Eh, però è una dieta iperproteica… non farà male?”
Capisco da dove nasce: suona prudente. Il problema è che, nella pratica, quella prudenza è spesso fuori bersaglio.
Perché mentre ti preoccupi di un numero che, nel contesto giusto, è semplicemente una quota utile, nessuno batte ciglio davanti a una giornata “normale” fatta di pasti senza criterio e snack continui.
Per chi / Non per chi
Per chi è:
vuoi dimagrire o ricomporre senza vivere di fame;
ti alleni (anche 2–3 volte a settimana) e vuoi proteggere massa muscolare e recupero;
ti sei stancato di etichette (“iper”, “troppe”, “sbagliate”) senza contesto.
Non è per chi:
hai una diagnosi renale o fattori di rischio importanti (qui il range proteico va personalizzato);
vuoi trasformare “più proteine” in una scusa per eliminare fibre, vegetali e varietà.
In breve
“Iperproteica” è un’etichetta: senza contesto non significa niente.
Per chi si allena, stare sopra l’RDA può essere ragionevole e utile (sazietà, controllo, massa magra).
Il vero problema, di solito, non è “contare le proteine”: è mangiare a caso e chiamarlo “normale”.
Se devi scegliere tra “perfezione fragile” e “strategia che regge”, indovina quale ti porta più lontano.
Se vuoi anche il pezzo “tecnico” su proteine e funzione renale (sano vs a rischio), qui trovi l’articolo dedicato: Proteine e reni: cosa è vero (e cosa no)
Princìpi
1) I numeri non sono il nemico: lo è l’assenza di criteri
Dire “non contare i grammi” suona liberatorio. A volte però è solo un modo elegante per dire:
“Vai a sensazione in un ambiente che ti spinge a mangiare sempre.”
E la sensazione, in quel contesto, è spesso questa:
mattina dolce (cornetto + cappuccino + succo);
pranzo quasi solo carbo (pasta + pane) e poche proteine;
cena improvvisata o preconfezionata;
snack dolci/salati durante il giorno.
Nessuno la chiama “dieta iperglucidica”. Però poi “iperproteica” sì.
2) “Iper” rispetto a cosa, e per chi?
La stessa quota può essere:
sensata (se ti alleni, sei in deficit, vuoi perdere grasso senza perdere muscolo);
inutile (se sei sedentario e la tua dieta è già abbondante);
da personalizzare (se hai rischio/diagnosi renale).
La domanda utile non è “quante proteine dovrei mangiare in assoluto?”.
È: cosa vuoi ottenere, con quale stile di vita, e quanto deve reggere questa scelta?
3) Nel pratico, più proteine spesso significa più aderenza
Non perché “le proteine sono magiche”.
Perché, molto spesso:
aumentano sazietà e soddisfazione;
rendono i pasti più “stabili” (meno picchi e meno fame di rimbalzo);
ti tolgono dalla modalità “snack continuo”.
E a quel punto non stai ottimizzando un macro: stai riducendo frizione nella tua vita.
Evidenze (solo quello che ti serve)
In nutrizione sportiva, un range tipo 1,4–2,2 g/kg/die è comunemente indicato come utile e sicuro nel contesto di allenamento e composizione corporea.
In deficit calorico, aumentare la quota proteica aiuta a preservare massa magra e facilita l’aderenza grazie a maggiore sazietà.
“Più proteine” non cancella il resto: qualità complessiva, fibre, sonno e stress restano pezzi grossi.
In pratica
Qui non ti chiediamo di diventare un contabile. Ti diamo 4 mosse che fanno davvero la differenza.
1) Usa un range, non un numero
Scegli un intervallo adatto al tuo contesto.
sedentario: stai già facendo un buon lavoro se non sei sempre sotto;
attivo/pesi: salire in un range più alto ha spesso senso.
La parola chiave è coerenza, non perfezione.
2) “Proteine-ancora” a ogni pasto principale
Non devi cambiare tutto. Devi cambiare il centro del piatto.
A pranzo e cena:
scegli una fonte proteica;
poi aggiungi verdure;
e modula i carbo in base a fame e allenamento.
Se vuoi un articolo pratico su come distribuire i pasti, vedi anche: quanti pasti al giorno?
3) Colazione: scegli se farla “stabile” o “dolce e instabile”
Non è moralismo.
È fisica della fame.
Se la tua mattina è dolce e poi “arrivi affamato” a metà mattina, prova una colazione più proteica (anche solo 2–3 volte a settimana) e guarda cosa succede.
Esempi semplici:
yogurt greco + frutta + frutta secca;
uova + pane + frutta;
latte/Skyr + cereali meno zuccherati.
Se ti piace ragionare su dolce vs salato, qui: colazione dolce o salata?
4) Se “contare” ti fa impazzire, conta per un periodo e poi smetti
Paradossale, ma funziona.
Contare per 10–14 giorni serve a costruire occhio e porzioni.
Poi puoi passare a un sistema più leggero (porzioni/ancore) senza perdere direzione.
Ragionamento per assurdo
Se davvero 1,7–2 g/kg fosse “iperproteico” in senso pericoloso, dovremmo preoccuparci ogni volta che qualcuno mangia:
un secondo + un contorno;
uno yogurt proteico;
un panino con tonno.
E invece la preoccupazione scatta selettivamente solo quando quella scelta diventa intenzionale.
È strano: ci spaventa di più una strategia che migliora sazietà e aderenza, che non una giornata “normale” fatta di snack e pasti sbilanciati.
Il punto non è difendere un numero.
È scegliere un criterio che regga la tua vita.
Segnali & stop
Se l’aumento proteico ti sta portando a eliminare fibre e vegetali, stai sbilanciando: correggi la direzione.
Se hai fattori di rischio renale o una diagnosi, personalizza (non improvvisare).
Se l’ansia da numeri ti sta mangiando la testa, cambia strumento: range + ancore, non contabilità.
FAQ su “dieta iperproteica”
1,7–2 g/kg è davvero “iperproteico”?
Dipende dal contesto. Per chi si allena può essere una quota ragionevole e utile. Per chi è sedentario spesso è solo inutile. “Inutile” però non significa “pericoloso”.
Devo contare le proteine ogni giorno?
No. Puoi usarlo come strumento temporaneo (10–14 giorni) per capire porzioni e abitudini, poi passare a un sistema più leggero (ancore proteiche ai pasti).
Se aumento le proteine ingrasso?
Ingrassi se nel complesso sei in surplus cronico. Più proteine spesso aiutano a gestire fame e aderenza, quindi per molte persone rendono più facile non sforare.
Le proteine “da shake” sono diverse?
Sono cibo in forma liquida: utili quando ti semplificano la vita. Non sono obbligatorie e non sostituiscono automaticamente una dieta di qualità.
E i reni?
Nel sano, l’idea “più proteine = danno renale” non è supportata come regola generale. Se vuoi la versione completa (sano vs a rischio), leggi: Proteine e reni: cosa è vero (e cosa no)
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Jäger R et al. International Society of Sports Nutrition Position Stand: protein and exercise. J Int Soc Sports Nutr. 2017.
Halton TL, Hu FB. The effects of high protein diets on thermogenesis, satiety and weight loss: a critical review. J Am Coll Nutr. 2004.
Wycherley TP et al. Effects of energy-restricted high-protein, low-fat compared with standard-protein, low-fat diets: a meta-analysis. Am J Clin Nutr. 2012.
Morton RW et al. A systematic review, meta-analysis and meta-regression of the effect of protein supplementation on resistance training–induced gains. Br J Sports Med. 2018.
Pasiakos SM et al. Higher-protein diets and preservation of lean mass during weight loss. Adv Nutr. 2015.
Proteine e reni: cosa è vero (e cosa no)
Iperfiltrazione ≠ danno. Nel sano, le evidenze non supportano il mito “più proteine = insufficienza renale”. Il punto è capire quando sei “sano” e quando sei “a rischio”.
Se ti hanno ripetuto per anni che “troppe proteine fanno male ai reni”, non sei tu ad essere paranoico: è una frase che suona prudente, quindi gira bene.
Il problema è che, nel sano, prudente non significa automaticamente vero.
Per chi / Non per chi
Per chi è:
vuoi alzare le proteine (dimagrimento, ricomposizione corporea, performance) senza vivere nel terrore;
ti alleni (anche “solo” 2–3 volte a settimana) e vuoi proteggere massa muscolare e recupero;
ti sei sentito dare etichette tipo “dieta iperproteica” per numeri che, nel tuo contesto, sono semplicemente ragionevoli.
Non è per chi:
hai una diagnosi di malattia renale (anche lieve) o fattori di rischio importanti (ipertensione, diabete, rene unico, storia familiare): qui l’aumento delle proteine va personalizzato con un Professionista;
cerchi una scusa per mangiare “solo bistecche” e chiamarla strategia.
In breve
In adulti con funzione renale normale, anche introiti proteici elevati (es. ≥1,6 g/kg/die o ~25–30% delle calorie) non mostrano un aumento del rischio di insufficienza renale nel medio-lungo periodo.
Il rialzo del filtrato (la famosa iperfiltrazione) è spesso una risposta adattativa: aumenta il “lavoro” del rene, ma questo non è automaticamente danno.
Se hai una funzione renale già compromessa o fattori di rischio, la stessa scelta può diventare meno neutra: qui conta molto il contesto.
Non tutte le proteine “pesano” uguale: in media, più proteine vegetali e da pesce si associano a esiti migliori, mentre un eccesso di carni rosse/lavorate è più spesso legato a esiti peggiori.
Un criterio utile (prima dei numeri)
Quando senti “dieta iperproteica”, chiediti sempre: iper rispetto a cosa, e per chi?
Per chi si allena e vuole perdere grasso senza perdere muscolo, stare più in alto dell’RDA può avere senso.
Per chi è sedentario e mangia già abbastanza (o troppo), salire “a caso” serve a poco.
Se vuoi una guida più ampia su come ragionare per criteri (non per dogmi), vedi anche: stare in forma senza dieta e cos’è davvero il cibo vero.
Princìpi
1) “Iperfiltrazione” non è una diagnosi
Un maggiore apporto proteico tende a far aumentare temporaneamente il filtrato glomerulare (GFR): è un modo con cui il corpo gestisce un carico maggiore.
La domanda importante non è “sale il GFR?”, ma: questa risposta si accompagna a segni di danno?
Nel sano, gli studi disponibili (anche su mesi/anni) non mostrano peggioramenti sistematici di marker come creatinina/eGFR o albuminuria quando l’introito proteico è alto.
2) Il rischio (quando c’è) dipende più da te che dal numero
Se hai già una funzione renale lievemente ridotta, o sei in un quadro di rischio (ipertensione, diabete, obesità con segni di iperfiltrazione), una dieta molto proteica prolungata potrebbe non essere neutra.
Qui non serve terrorismo: serve personalizzazione.
3) Fonte proteica e “ambiente” della dieta contano
Due persone possono mangiare “tante proteine” in modi opposti:
più legumi, cereali integrali, pesce, latticini; più frutta e verdura; idratazione decente;
oppure carne rossa e lavorata a ripetizione, poche fibre, dieta acidificante, poca acqua.
Nel secondo caso aumentano anche altri rischi (inclusa la litiasi in chi è predisposto).
Se vuoi un punto di partenza semplice sulle fonti vegetali, vedi: legumi: come usarli davvero.
Cosa dicono le evidenze (senza enciclopedia)
Revisioni sistematiche su adulti sani: proteine sopra l’RDA (anche fino a ~30–35% delle calorie) non mostrano effetti avversi consistenti sulla funzione renale.
Studi prospettici: in alcuni campioni, chi mangia più proteine ha persino un rischio più basso di sviluppare CKD (Malattia Renale Cronica), soprattutto quando le proteine sono più spesso vegetali o da pesce.
Un punto fermo: nelle persone con funzione renale normale, i dati non supportano l’idea “più proteine = danno renale” come regola generale.
In pratica
Qui non ti diamo una “dieta iperproteica”. Ti diamo 3 mosse che riducono errori e ansia.
1) Scegli un range sensato (non una religione)
Se ti alleni con i pesi (o fai sport con regolarità), un range tipo 1,4–2,2 g/kg/die è spesso considerato sicuro e utile nel contesto sportivo.
Se sei sedentario, salire molto oltre l’RDA senza cambiare altro dà pochi vantaggi reali.
Traduzione: non serve “spingere” se non hai un motivo.
2) Usa le proteine come “ancora” dei pasti
Se oggi la tua giornata è “dolce al mattino, carbo a pranzo, cena improvvisata e snack”, non è che “mangi normale”: stai solo lasciando che l’ambiente decida per te.
Semplifica così:
ad ogni pasto principale scegli una fonte proteica (uova, yogurt greco, pesce, carne bianca, legumi, tofu, latticini, ecc.);
poi costruisci attorno (verdure + carbo in base a fame/allenamento).
Se ti interessa anche la distribuzione dei pasti, vedi: quanti pasti al giorno?.
3) Se sei predisposto ai calcoli, cura 2 cose (più che “tagliare proteine”)
Acqua (idratazione costante);
più vegetali (effetto “buffer” sulla dieta).
Non è una promessa di prevenzione: è buon senso che migliora l’ambiente renale.
Facciamo un ragionamento per assurdo (senza cattiveria)
Se davvero 2 g/kg di proteine al giorno “distruggessero” i reni, oggi vedremmo le corsie di dialisi affollate di culturisti pentiti.
Eppure, i reparti di nefrologia non pullulano di ex-bodybuilder in attesa di trapianto.
Delle due l’una: o esiste un complotto globale per insabbiare un’epidemia di reni devastati da pollo e whey, oppure il corpo è più adattabile di quanto si creda e sa gestire senza drammi un extra di proteine nel contesto giusto.
Questo non è un invito a mangiare “solo bistecche”: è un invito a distinguere rischio reale da paura ben confezionata.
Segnali & stop
Hai diagnosi, familiarità forte, ipertensione o diabete? Prima di “alzare drasticamente”, fai un check con Professionista.
Se segui per mesi una dieta molto proteica, ha senso monitorare periodicamente i parametri di base (creatinina/eGFR e, se indicato, albuminuria): non per panico, per buona gestione.
Se l’aumento proteico ti sta portando a eliminare fibre e vegetali, non stai “ottimizzando”: stai sbilanciando.
FAQ su proteine e funzione renale
Le proteine fanno male ai reni?
In generale, in adulti con funzione renale normale, le evidenze disponibili non mostrano un aumento del rischio di insufficienza renale con introiti proteici elevati nel medio-lungo termine. Il punto chiave è distinguere “sano” da “a rischio”.
1,7–2 g/kg al giorno è una “dieta iperproteica”?
È un’etichetta fuorviante se non dici prima il contesto. Per una persona che si allena, può essere una quota ragionevole; per una persona sedentaria, spesso è solo inutile (ma “inutile” non è sinonimo di “pericoloso”).
Ho creatinina alta: devo smettere di mangiare proteine?
Non fare diagnosi da solo. La creatinina può essere influenzata anche da massa muscolare, idratazione, allenamento e integratori. Se hai dubbi, parla con il medico e valuta il quadro completo (incluso eGFR e, se indicato, urine).
Conta la fonte delle proteine?
Sì. In media, più proteine vegetali e da pesce si associano a esiti renali più favorevoli rispetto a diete molto ricche di carni rosse/lavorate.
Le diete ricche di proteine aumentano il rischio di calcoli?
In persone predisposte, un’elevata quota di proteine animali, con pochi cibi alcalinizzanti e poca acqua, può aumentare alcuni fattori di rischio urinari. Migliorare idratazione e quota vegetale spesso è una mossa più intelligente che “demonizzare le proteine”.
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Van Elswyk ME et al. A systematic review of renal health in healthy individuals associated with protein intake above the RDA. Adv Nutr. 2018.
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Knight EL et al. The impact of protein intake on renal function decline in women with normal renal function or mild renal insufficiency. Ann Intern Med. 2003.
Antonio J et al. A high protein diet has no harmful effects: a one-year crossover study in resistance-trained males. J Nutr Metab. 2016.
Ko GJ et al. The effects of high-protein diets on kidney health and longevity. J Am Soc Nephrol. 2020.
Jäger R et al. International Society of Sports Nutrition Position Stand: protein and exercise. J Int Soc Sports Nutr. 2017.
