Blog Oukside

Idee chiare e protocolli pratici — senza schede infinite e inapplicabili.

EAT Riccardo EAT Riccardo

Paura dei grassi: perché ti blocca (e come usarli q.b.)

Se “sgrassare tutto” ti sembra la via più sicura, non sei tu: è l’immaginario light. Qui trovi i motivi pratici per cui togliere i grassi può sabotare sazietà e aderenza, e come reintrodurli con criterio (q.b.).

Se ti viene spontaneo sgrassare tutto (yogurt 0%, solo albumi, pollo + insalata “triste”), non è perché sei “sbagliato”. È perché per anni ci hanno venduto un’immagine semplice: magro = senza grassi.

Peccato che nella vita reale spesso funzioni al contrario: togli i grassi “per essere bravo”, poi ti manca sazietà, ti manca gusto, e finisci a cercare compensazione altrove.

Per chi

Per te se:

  • hai paura che “un filo d’olio” rovini tutto

  • alterni giorni “super puliti” a giorni di snack e fame aggressiva

  • senti che mangi “magro”, ma non ti senti stabile

Non per chi

Non è l’articolo giusto se:

  • hai una condizione clinica che richiede un piano specifico (qui restiamo sul framework generale)

  • stai cercando una dieta “perfetta” o una lista di divieti

In breve

I grassi non sono “magia” né “veleno”. Sono un pezzo del pasto.

  • , sono più densi di calorie.

  • , possono migliorare gusto e sazietà.

  • No, “eliminarli” non ti rende automaticamente più in forma.

La mossa Oukside è questa: non demonizzare i grassi. Impara a usarli q.b.

 

Mini-regola: cosa significa davvero “grassi q.b.”

  • Se il piatto è già “grasso” (es. salmone, uova intere, carne più ricca, formaggio), spesso non serve aggiungere olio “per sport”.

  • Se il piatto è magro e secco (pollo + verdure), un grasso “giusto” (olio, frutta secca, un latticino non light) può darti soddisfazione e stabilità.

  • Il segnale pratico: se dopo il pasto ti senti “vuoto” e inizi a cercare cibo, spesso il problema non è la forza di volontà. È la struttura del pasto.

 

Princìpi

1) “Hanno più calorie” non vuol dire “sono il nemico”

È vero: 1 g di grassi apporta più energia di 1 g di carboidrati/proteine. Ma il punto non è vincere a Tetris con le calorie.

Il punto è costruire pasti che ti rendano gestibile la giornata. E spesso i grassi (quelli giusti, nella dose giusta) aiutano proprio qui.

2) Se togli gusto e sazietà, il corpo “si riprende” altrove

Quando l’unica strategia è tagliare, succede questo:

  • inizi a mangiare porzioni “corrette”, ma non ti bastano

  • aumentano spuntini “random” (dolce o salato, poco intenzionale)

  • diventa tutto più fragile: basta una giornata storta e salta il castello

3) “Magro” non è una strategia nutrizionale

È un gioco di parole: “magro” (fisico) non coincide con “senza grassi” (nel piatto).

Molte persone riescono a essere costanti non perché eliminano i grassi, ma perché smettono di oscillare tra estremi.

Evidenze (senza fetish da studio)

  • La densità energetica conta: a parità di volume, cibi più densi rendono più facile “andare su” di calorie senza accorgersene. Questo vale anche per i grassi, quindi serve criterio, non paura.

  • La relazione tra grassi e sazietà non è una bacchetta magica: dipende da contesto, combinazioni e design dei pasti. In pratica: grassi + proteine + vegetali tende a reggere meglio di “magro + fibre + ansia”.

  • Per la salute cardiovascolare, non è “grassi sì/no”: contano quali e cosa li sostituisce. In generale, sostituire una quota di grassi saturi con insaturi è una mossa sensata, soprattutto se hai LDL alto.

Se vuoi approfondire questi due pezzi senza polarizzarti:

In pratica (2–4 mosse “starter”)

1) Smetti di fare “light a prescindere”

Per 14 giorni, prova a togliere il pilota automatico su:

  • yogurt 0% sempre

  • solo albumi

  • formaggi solo light

  • “olio bandito”

Non stai “sgarrando”: stai recuperando realismo.

2) Metti un grasso intenzionale a pasto (quando serve)

Non è “riempirsi di grassi”. È scegliere una sola cosa che renda il pasto stabile.

Esempi pratici:

  • Colazione: yogurt non 0% + frutta secca oppure uova intere (non solo albumi)

  • Pranzo: verdure condite con olio EVO oppure una porzione di formaggio non light

  • Cena: alterna proteine magre con proteine più ricche (es. salmone, cosce di pollo) invece di fare sempre “pollo/merluzzo”

3) Se l’obiezione è “colesterolo”, fai la mossa adulta

Non cambiare tutto “a sentimento”: fai un controllo ragionato (e, se serve, fatti guidare).

4) Usa il feedback (non la paura)

Dopo 10–14 giorni chiediti:

  • ho meno fame “a sorpresa”?

  • faccio meno spuntini automatici?

  • mi sento più soddisfatto dopo i pasti?

Se sì, hai appena trovato una leva di aderenza. E l’aderenza è un moltiplicatore.

Segnali & stop

  • Se aumentare i grassi ti dà disturbi importanti (nausea, dolore, diarrea persistente), stop e confronto con un professionista.

  • Se hai una storia personale/familiare di problemi cardiovascolari o valori lipidici critici, non serve panico: serve criterio e monitoraggio.

  • Se ti accorgi che “grassi” per te significa solo dolci o junk, allora il tema non è il grasso: è il contesto (ritmo, stress, abitudini).

FAQ su paura dei grassi

I grassi fanno ingrassare?
No: ingrassare è un bilancio nel tempo. I grassi sono più densi, quindi possono rendere più facile “salire” se li aggiungi senza criterio. Ma evitarli a prescindere spesso ti rende meno stabile e meno aderente.

Olio a crudo sempre?
No. “A crudo” è una buona abitudine quando serve gusto e qualità, ma non è un talismano. Il punto è: serve davvero in quel piatto? Se sì, usalo. Se no, non aggiungerlo per automatismo.

Meglio burro o olio?
Nel quotidiano, l’olio EVO è una scelta facile e versatile. Il burro può starci, ma di solito ha senso come ingrediente (ricetta) più che come “condimento obbligatorio”.

Se ho colesterolo alto devo eliminare i grassi?
No: spesso la mossa è migliorare qualità e sostituzioni (meno saturi, più insaturi) e guardare al pattern complessivo. Per orientarti: Colesterolo.

Le uova sono “grasse”: devo evitarle?
Non per default. Dipende dal tuo contesto e dai tuoi esami, non dalla paura. Leggi qui: Quante uova a settimana?.

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Mangiare fuori casa non “interrompe la dieta”: scegli bene, non a caso

Mangiare fuori non è il problema. Il problema è arrivarci senza criteri. Qui trovi una mappa replicabile per scegliere bene fuori casa senza rigidità.

C’è una storia che si raccontano in tanti:

“Se devo mangiare spesso fuori, non posso mangiare sano.”

È comoda, perché ti assolve.
Ed è falsa, perché confonde due cose diverse:

  • mangiare fuori

  • scegliere a caso

La vita reale include bar, mensa, ristorante, hotel, autogrill. La differenza non la fa il luogo: la fa il tuo criterio minimo.

 

Dieta “real-life”

Se oggi ti senti “inabile” a mangiare bene fuori, non è un difetto personale. È un problema di ambiente: fuori casa l’offerta è fatta per essere comoda e iper-appetibile. Se tu non hai criteri, vince l’ambiente.

Qui sotto trovi criteri piccoli, replicabili, senza rigidità.

 

Per chi

Per te se:

  • mangi spesso fuori per lavoro, viaggi, turni, socialità;

  • hai l’impressione che “fuori = sgarro” e poi perdi il filo;

  • vuoi dimagrire o mantenerti senza trasformarti in un contabile.

Non per chi

Non per te se:

  • vuoi un elenco di “cibi permessi” e “vietati” (non regge la vita);

  • hai un rapporto col cibo molto fragile (controllo/colpa/abbuffate): qui serve un percorso più guidato.

In breve

  • Mangiare fuori non è il problema: il problema è arrivarci senza criteri.

  • Ti bastano 4 criteri minimi per scegliere bene quasi ovunque.

  • La mossa più potente non è “resistere”: è decidere prima il tipo di scelta che vuoi fare.

Princìpi

1) Fuori casa non devi “fare la dieta”. Devi evitare il caos.

Quando sei fuori, l’obiettivo non è il pasto perfetto.
È un pasto che:

  • ti sazia,

  • non ti apre il buco nero dopo,

  • non ti costringe a “recuperare” con penitenze.

2) Non pensare in alimenti. Pensa per categorie.

Se ragioni per singoli alimenti, fuori casa sembra sempre una giungla.

Se ragioni per categorie, diventa gestibile.

Se vuoi la lente semplice e potente: Perché la dieta è un’illusione (modello a categorie).

3) La domanda non è “cosa posso mangiare?”. È “cosa sto cercando oggi?”

Ecco tre obiettivi legittimi (scegline uno):

  • stabilità (sono in settimana/lavoro: voglio uscire dal locale uguale a come sono entrato)

  • prestazione (mi alleno/mi muovo: voglio energia pulita)

  • socialità (oggi scelgo gusto, ma in modo intenzionale)

Se è socialità/extra, c’è un articolo dedicato: Pasto libero: sgarri e vacanze.

I 4 criteri minimi (replicabili)

Quando sei fuori casa, prima ancora di guardare il menu, fai questo check:

  1. Proteine come ancora

  2. Vegetali o “volume” (verdure, insalata, contorno semplice, minestrone)

  3. Carbo modulati (se ti servono: pane/pasta/riso/patate in porzione coerente)

  4. Grassi q.b. (ci sono già? allora spesso basta così; se servono per gusto, ok, ma con criterio)

Non devi spuntare tutte e 4 sempre.
Devi evitare la combinazione tipica “fuori = carbo + grassi + zuccheri, proteine quasi zero”.

In pratica

Mossa 1) Ordina in 10 secondi (schema “una frase”)

Usa questa frase mentale:

“Una proteina + un contorno + (se mi serve) un carbo.”

Esempi real-life:

  • “secondo + verdure + pane (se mi serve)”

  • “piatto unico con proteine vere + contorno”

  • “insalatona con proteine (non solo foglie)”

Mossa 2) Bar / colazione: non lasciare che sia sempre zucchero

Se la tua colazione fuori è spesso “cornetto + cappuccino”, non è un peccato: è solo una scelta che tende a lasciarti più fame.

Alternative semplici (senza diventare rigido):

  • yogurt/greek + frutta (e, se c’è, frutta secca)

  • uova/panino con affettato magro + frutta

  • cappuccino + qualcosa di proteico (anche piccolo) invece del dolce automatico

Mossa 3) Mensa: costruisci il piatto, non il caos

Se hai mensa o tavola calda, la regola è: prima scegli la proteina, poi contorno, poi decidi il carbo.

Esempio:

  • proteina (carne/pesce/uova/legumi)

  • 1–2 contorni di verdure

  • carbo se ti serve (pane/pasta/riso/patate) in porzione sensata

Mossa 4) Ristorante: non serve “la scelta perfetta”, serve una scelta coerente

Due mosse che ti salvano:

  • se vuoi stare stabile: secondo + contorno (e carbo solo se ti serve)

  • se vuoi gusto: scegli il piatto che vuoi, ma evita l’effetto “tutto insieme” (antipasto + primo + secondo + dolce perché sì)

Mossa 5) Hotel / buffet: la trappola è la varietà, non la qualità

Il buffet ti spinge al “assaggio tutto”.

La mossa è semplice:

  • scegli una base proteica

  • aggiungi frutta/verdure

  • se vuoi carbo: scegline uno (non tre)

Mossa 6) Autogrill / emergenza: il 70% è già vittoria

Quando sei in autogrill o in stazione, non cercare “pulizia”. Cerca dignità.

Esempi:

  • panino con proteine vere + acqua

  • insalata pronta con tonno/uova + pane (se serve)

  • bresaola/prosciutto + frutta + yogurt

Il punto è evitare la combo “solo snack dolci/salati” che ti lascia più fame dopo.

Segnali & stop

  • Se “mangiare fuori” ti porta sempre a pensare “tanto ormai”, non è il ristorante: è il frame. Serve un criterio prima del locale.

  • Se ti ritrovi a compensare (digiuni punitivi, cardio a pioggia), stai alimentando il loop.

  • Se la tua vita è fatta di turni/viaggi, non serve forza di volontà: serve una strategia dedicata.

Se vivi spesso turni (e ritmi strani), questo è un ponte utile: Dieta per turnisti

FAQ su mangiare fuori casa

Mangiare fuori fa ingrassare per forza?
No. Fa ingrassare più facilmente quando vai “a caso”: porzioni grandi, poche proteine, tanti extra liquidi o dolci, e poi compensazioni. Con criteri minimi, fuori casa diventa gestibile.

Devo evitare pasta/pane quando mangio fuori?
No. La domanda giusta è: ti servono oggi? Se sì, scegli un carbo “serio” in porzione coerente e costruisci il pasto attorno a proteine e contorno.

Come faccio a non sentirmi “a dieta” al ristorante?
Smetti di cercare la scelta perfetta e scegli la scelta coerente: proteina + contorno come base, e poi decidi intenzionalmente se vuoi aggiungere carbo o un extra.

E se oggi voglio godermi la cena?
Perfetto. Goditela in modo intenzionale: scegli ciò che vuoi davvero e evita l’automatismo “tutto perché sì”. Se ti serve un frame completo, vai su “pasto libero”.

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Dieta monotona? Come variare senza “cambiare dieta”

Se “mangiare sano” ti sembra pollo–riso–insalata, non è colpa tua. È colpa di un immaginario povero. Qui trovi una mappa semplice per creare varietà reale senza perdere struttura.

Se quando pensi a “mangiare sano” ti viene in mente pollo, riso e insalata, non è perché “sei tu il problema”.

È perché per anni il mondo fitness/diete ha venduto il “mangiare pulito” come una lista corta e triste: poche opzioni “sicure”, zero gusto, zero vita reale. E quando la tua dieta è così, è normale che prima o poi si rompa.

Qui facciamo l’opposto: non ti servono mille ricette né creatività da chef. Ti servono 2–3 leve per creare varietà reale mantenendo struttura.

Per chi

Per te se:

  • ti senti bloccato/a su 5–6 pasti “sicuri” e il resto è caos;

  • vuoi dimagrire o mantenerti ma senza vivere di ricette tristi;

  • fuori dalla routine “salti” perché ti annoi.

Non per chi

Non per te se:

  • hai un rapporto col cibo molto fragile (abbuffate frequenti, forte controllo, senso di colpa costante): qui serve un lavoro più guidato;

  • stai seguendo una dieta clinica restrittiva per condizioni mediche: prima di allargare il range alimentare serve un confronto con un Professionista.

In breve

  • Le categorie di cibo sono poche (per definizione): non devi inventare “nuovi alimenti”, devi imparare a giocare dentro le categorie.

  • La varietà utile non è “mille ricette”: è cambiare 1–2 leve (tagli, contorni, spezie, cotture) mantenendo la struttura del pasto.

  • Se aumenti varietà solo su snack/dolci, ottieni più voglia di mangiare. Se la aumenti su proteine e vegetali, ottieni più aderenza.

Princìpi

1) Non è che “mangi sempre le stesse cose”: stai guardando troppo in piccolo

Se ragioni in singoli alimenti (“pollo”, “insalata”), tutto sembra ripetitivo.

Se ragioni per categorie, la dieta smette di essere una lista e diventa un sistema. Scopri il modello a categorie (perché “la dieta” è un’illusione).

2) Variare non significa complicarsi la vita

La domanda non è “quante ricette nuove posso imparare?”.

È: quale leva cambio per ottenere un sapore diverso con lo stesso pasto?

Tre leve facili:

  • Taglio / formato (carne: petto, sovraccoscia, macinato; uova: frittata, strapazzate, occhio di bue, omelette, crêpes; legumi: al tegame, crema, vellutate…)

  • Contorno / volume (verdure diverse, crude/cotte, consistenze diverse)

  • Sapore (spezie, erbe, acidi, salse semplici)

3) Il problema non è la monotonia. È la monotonia “storta”.

C’è una monotonia che aiuta: 2–3 colazioni base, 3–4 pranzi base, 3–4 cene base. Ti dà stabilità.

E c’è una monotonia che ti rompe: stessi sapori tristi + “eccezioni” iper-gustose → poi rimbalzo.

Quindi la domanda giusta è: dove vuoi più varietà?

  • Se la metti su dolci/snack/condimenti, spesso aumenta la fame.

  • Se la metti su proteine, vegetali e preparazioni, spesso aumenta l’aderenza.

Evidenze

Negli studi la varietà tende ad aumentare quanto mangi in un singolo pasto (è un effetto robusto). Ma questo non significa “meno varietà = meglio”.

Significa: scegli dove mettere la varietà.

La leva pratica è questa:

  • più varietà in cibi ad alta densità energetica (snack, dolci, salse) → più facile “sforare”

  • più varietà in cibi a bassa densità energetica (verdure) e in fonti proteiche → più facile restare regolare

In pratica

Mossa 1) La regola 2×2: cambia due cose, non dieci

Quando un pasto ti sembra noioso, non rifarlo da zero. Cambia solo:

  • 1 proteina (taglio o fonte)

  • 1 contorno (verdura diversa o cottura diversa)

E lascia invariato il resto.

Esempio rapido:

  • “pollo + zucchine” → diventa “uova + peperoni”

  • “tonno + insalata” → diventa “sgombro + finocchi”

  • “legumi + verdure” → diventa “legumi + crema di verdure diversa”

Se vuoi idee pratiche per far diventare le verdure “cibo vero” (non punizione): Come cucinare le verdure.

Mossa 2) Sblocca i “vietati inutili” (quelli che ti rendono monotono/a)

Molte diete diventano monotone perché ti auto-imponi regole non necessarie.

Non serve “ripulire” tutto. Serve avere criteri.

Domanda utile: che cosa stai escludendo per paura, non per motivo?

Esempi tipici:

  • tagli più saporiti (che ti darebbero soddisfazione e aderenza)

  • latticini “normali” (interi) al posto di versioni tristi (light)

  • carbo “seri” in quantità coerente con il tuo movimento

Se ti aiuta ragionare in modo meno moralista e più funzionale, questo articolo è un buon ponte: Carne, frutta e categorie alimentari.

Mossa 3) Usa il “sapore” come leva, non come scusa

Se il tuo pasto è triste, è normale che poi cerchi un “premio”.

Tre trucchi semplici:

  • acido (limone, aceto, yogurt) → accende sapore senza aggiungere caos

  • erbe e spezie → cambiano piatto senza cambiare struttura

  • una salsa base (pomodoro semplice, yogurt + spezie, tahina diluita) → rende ripetibile

Qui hai una guida pratica su spezie e “dieta” senza paranoia: Spezie: come usarle davvero.

Mossa 4) La rotazione minima settimanale (che ti salva l’aderenza)

Non serve creatività quotidiana. Serve rotazione.

Prova così (minimo):

  • 2 colazioni base

  • 3 pranzi base

  • 3 cene base

Ogni base ha 2 varianti (proteina o contorno). Fine.

Questo è “mangiare sempre le stesse cose” nel modo giusto: stabile, ma non triste.

Segnali & stop

  • Se “variare” per te significa solo aggiungere snack, dolci e extra, non è varietà: è rumore.

  • Se sei così rigido/a che qualsiasi variazione ti dà ansia, non serve più varietà: serve più margine (e meno perfezione).

  • Se la monotonia ti sta portando a episodi di perdita di controllo, non aspettare: serve una strategia più completa e, spesso, supporto.

FAQ su dieta monotona

È meglio mangiare sempre le stesse cose per dimagrire?
Mangiare “uguale” può aiutare la regolarità, ma se diventa triste e ti porta a rimbalzi, è una strategia che si rompe. L’obiettivo è stabilità con rotazione minima.

Varietà = mangiare di più? Quindi devo evitare di variare?
La varietà aumenta facilmente l’assunzione quando la metti su cibi molto appetibili. Non devi eliminare la varietà: devi spostarla su proteine, vegetali e preparazioni “furbe”.

Come faccio a variare senza perdere tempo?
Con la regola 2×2: cambi una proteina e un contorno. E usi spezie/salse base per cambiare sapore senza reinventare il pasto.

Se mi annoio, significa che sto facendo la dieta “sbagliata”?
Non per forza. Spesso significa che hai pochi “pasti base” e nessuna rotazione. Prima di cambiare dieta, cambia il tuo modo di costruire il piatto.

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Dolci e ricette fit fanno ingrassare? Quando aiutano e quando ti sabotano davvero

Il problema raramente è il dolce fit in sé. Di solito è l’uso che ne fai: porzioni, frequenza, licenza mentale e voglie che restano aperte.

Le ricette “fit” sono ovunque. E ormai fanno una cosa sorprendente: replicano quasi qualsiasi dolce tradizionale in versione “macro-friendly”.

La domanda, però, non è se siano buone o cattive.

La domanda utile è questa: che ruolo stanno giocando nella tua dieta?

Perché un dolce fit può essere un aiuto (ti fa stare nel piano), oppure un boomerang (ti tiene il palato sempre acceso e ti fa compensare).

Per chi / Non per chi

Per chi è:

  • ti piacciono dolci “fit” (protein cookie, mug cake, cheesecake light, gelati proteici) e vuoi capire se e quando ti sabotano;

  • ti ritrovi a pensare: “Ok, ma allora posso mangiarli tutti i giorni?”

  • senti che alcune ricette “fit” ti fanno partire con voglie e snack a cascata.

Non è per chi:

  • vuole una sentenza (“mai più dolci fit” o “vai tranquillo sempre”);

  • sta vivendo abbuffate frequenti o compensazioni: qui serve un lavoro dedicato con professionisti.

In breve

Il problema raramente è “il dolce fit in sé”. Di solito è uno di questi:

  • Health halo: “se è fit posso esagerare”.

  • Frequenza: il dolce diventa un sottofondo quotidiano, non uno sfizio deciso.

  • Aspettativa vs realtà: lo vuoi tantissimo (wanting), ti soddisfa poco (liking) e allora cerchi altro.

  • Sostituzione sbagliata: usi il dolce fit al posto di un pasto stabile e poi la fame torna.

Se vuoi la lente di base su fame, appetito e sazietà (utile per capire perché certe voglie partono “prima” di te): Perché hai più fame di quella che vorresti.

Princìpi

1) Il “fit” non è un nutriente

“Fit” è un’etichetta. A volte significa:

  • meno zucchero,

  • più proteine,

  • più fibre,

  • porzione più controllata.

A volte significa solo: marketing.

E anche quando è fatto bene, resta una regola semplice: un dolce fit è comunque un dolce. Se lo usi come lasciapassare, ti frega.

2) Sostituzione vs moltiplicazione

C’è una differenza enorme tra:

  • sostituire un dolce tradizionale con una versione che ti aiuta a rientrare in un assetto più stabile,

vs

  • moltiplicare l’esposizione al dolce (dolce a colazione, dolce “fit” a merenda, dolce “fit” dopo cena) perché “tanto è ok”.

Nel primo caso può aumentare l’aderenza. Nel secondo stai allenando il palato nella direzione opposta.

3) Wanting e liking: puoi desiderare tanto e godere poco

Alcuni dolci fit sono bravissimi ad accendere il desiderio (la promessa è “dolce senza conseguenze”).

Ma quando li mangi, a volte non chiudono davvero il bisogno: ti lasciano in una zona grigia.

Risultato tipico: ne cerchi un altro. Non per fame vera, ma per “completare”.

4) Non esiste “o tutto o niente”

Tra “non provarlo mai” e “mangiarlo ogni giorno” c’è un mare di opzioni.

Qui non ti invitiamo a demonizzare il dolce. Ti invitiamo a decidere quando è nutrimento e quando è (iper)gratificazione — e di gestire entrambi con criterio.

Evidenze (solo quello che ti serve)

  • Le etichette e i claim (“low fat”, “light”, “senza zuccheri”) possono creare un effetto alone: percepisci il prodotto come più “leggero” e tendi a concederti porzioni più grandi o meno controllo.

  • La palatabilità influenza molto quanto mangi nel momento (saziazione), ma non garantisce che reggerai meglio dopo (sazietà).

  • Più varietà e più stimolo sensoriale rendono più facile mangiare oltre il necessario (e trovare “spazio” per altro).

  • Una dieta più basata su cibi ultra-processati può facilitare un aumento dell’introito energetico, anche a parità di macros “sulla carta”.

In pratica

1) Decidi il ruolo: “nutrirmi” o “gratificarmi?”

Prima domanda (semplice, ma potente):

  • Questo dolce fit lo sto usando per nutrirmi (es. mi serve un’opzione comoda con proteine/fibre)?

  • O lo sto usando per gratificarmi (dolce, premio, break)?

Entrambe le risposte sono lecite. Cambia solo la gestione.

2) Regola della frequenza: “dolce deciso, non dolce sottofondo”

Se vuoi evitare l’auto-sabotaggio, scegli un ritmo.

Esempi pratici (scegline uno):

  • dolce fit 2–3 volte a settimana come sfizio;

  • dolce fit quotidiano solo se è una porzione piccola e non ti aumenta voglie/spuntini;

  • dolce “vero” una volta ogni tanto, e fit solo quando ti serve logistica.

Se il tuo dolce più critico è quello dopo cena, qui hai un protocollo pratico: Sfizio dopo cena: come gestirlo

3) Porzione: non trattarlo come “illimitato”

Il modo più comune di ingrassare “con i dolci fit” è banalissimo:

  • porzione non chiara,

  • assaggi continui,

  • “tanto è fit”.

Mossa starter: porziona prima.

  • porzione nel piatto/ciotola;

  • finisci e stop;

  • niente “spizzico mentre cucino”.

4) Se ti lascia in zona grigia, scegli un dolce diverso (o smetti di inseguire)

Se noti il pattern “lo mangio e poi ne cerco un altro”, non è il momento di stringere i denti.

È il momento di fare debug:

  • o lo rendi intenzionale (porzione + rituale + fine),

  • o scegli un’alternativa più soddisfacente (anche non fit), ma più rara e più consapevole.

Se ti capita spesso di “rincorrere” cibo e poi sentirti in colpa: Fame vera, fame emotiva e sensi di colpa

Segnali & stop

Se riconosci questi segnali, riduci frequenza o cambia strategia:

  • il dolce fit ti porta a più snack nelle ore successive;

  • lo usi come “permesso” e finisci per mangiare di più nel totale;

  • ti ritrovi a pensare al dolce tutto il giorno (palato sempre acceso);

  • il dolce fit sostituisce pasti veri e poi la sera crolli;

  • entra un ciclo restrizione → sfogo → colpa.

Su quel ciclo, leggi qui: Il miglior modo per ingrassare è mettersi a dieta

FAQ su dolci e ricette fit

Quindi i dolci fit fanno ingrassare?
Non “per definizione”. Ti fanno ingrassare quando diventano un lasciapassare (porzioni più grandi, più frequenza, compensazioni) o quando ti tengono in una zona grigia di voglia non soddisfatta.

Meglio evitare del tutto?
Non serve. La mossa migliore è decidere ruolo (nutrimento vs sfizio) e frequenza. Un dolce fit può essere una soluzione logistica utile. Non dovrebbe diventare la colonna sonora della giornata.

Se è ricco di proteine, allora va bene sempre?
Le proteine aiutano, ma non rendono il prodotto “illimitato”. Se ti porta a mangiare di più nel totale, l’effetto pratico è comunque quello.

Perché mi viene voglia di altro subito dopo?
Perché a volte aumenta il “wanting” senza chiudere davvero il “liking”: desiderio alto, soddisfazione bassa. In quel caso o lo rendi intenzionale (porzione + fine) o scegli un dolce diverso e più raro.

Se uso dolcificanti nelle ricette fit è meglio o peggio?
Dipende dal tuo comportamento: se sostituiscono zucchero e ti aiutano a stare nel piano, ok. Se aumentano la tua esposizione quotidiana al dolce o ti portano a compensare, non aiutano.

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I dolcificanti fanno ingrassare? Correlazione, causalità e come usarli senza auto-sabotarti

Se ti aiutano a sostituire zucchero, spesso sono utili. Se diventano un lasciapassare, ti fregano. Ecco come capirlo e usarli bene.

Ti hanno detto due cose opposte:

  • “Se è zero calorie, è sempre meglio.”

  • “Se è dolce ma senza calorie, il corpo si confonde e ingrassi.”

La verità è meno cinematografica (e più utile): dipende da cosa stai sostituendo e da che comportamento stai sbloccando.

Se un dolcificante ti aiuta a togliere zucchero senza aggiungere altro, spesso è un vantaggio. Se diventa un lasciapassare per aumentare dolcezza, frequenza o “extra”, può diventare un boomerang.

Qui facciamo una cosa semplice: separiamo correlazione da causalità e ti lasciamo criteri pratici per usarli senza auto-sabotarti.

Per chi

  • Se usi (o stai pensando di usare) dolcificanti non nutritivi: bevande “zero”, stevia/aspartame nel caffè, yogurt/proteici dolcificati.

  • Se ti stai chiedendo se ti aumentano la fame o se ti bloccano il dimagrimento.

Non per chi

  • Se cerchi una sentenza (“bene” o “male”). Qui trovi criteri, non dogmi.

  • Se hai una condizione clinica per cui stai seguendo indicazioni specifiche: usa questo articolo come orientamento, non come prescrizione.

In breve

Il punto non è “il dolcificante fa ingrassare?”. Il punto è: cosa sostituisce e che comportamento sblocca.

  • Se un dolcificante sostituisce zucchero (soprattutto nelle bevande), di solito ti aiuta: meno calorie senza perdere del tutto il gusto.

  • Se un dolcificante si aggiunge a una dieta già “dolce” (e diventa un lasciapassare), spesso non aiuta:

    • non per magia metabolica,

    • ma perché compensi (“tanto è zero”) o aumenti la frequenza dello stimolo dolce.

  • Le ricerche non raccontano una storia unica: la parte “confusa” nasce quasi sempre dal mischiare correlazione e causalità.

Princìpi

1) Sostituzione vs addizione

Sostituire zucchero con un dolcificante è una leva. Aggiungere dolcezza in più è un’abitudine.

Se ti trovi spesso in modalità “zero + extra”, il problema non è il dolcificante: è la licenza che ti dà.

2) Il “mismatch” (dolce senza energia)

Il sapore dolce è un segnale. Quando arriva senza energia, per alcune persone (e in alcuni contesti) può aumentare la probabilità di:

  • più fame a breve,

  • più voglia di cibi molto palatabili,

  • più fatica a “chiudere” il pasto.

Non è garantito. Ma è un pattern che vale la pena monitorare.

3) Non tutti i dolcificanti sono uguali

Quando parliamo di “dolcificanti”, spesso mettiamo nello stesso sacco cose diverse (aspartame, sucralosio, stevia, acesulfame-K, saccarina…).

A livello pratico, per te conta una cosa: come reagisci tu (fame, craving, aderenza), non il dibattito su internet.

Evidenze

1) Perché gli studi “osservazionali” confondono

Negli studi osservazionali spesso trovi associazioni tipo “chi consuma più dolcificanti ha più peso”.

Ma questa può essere causalità inversa: chi ha già più peso (o sta cercando di dimagrire) sceglie più spesso prodotti “zero”. Quindi il dolcificante può essere un segnale di un problema già presente, non la causa.

2) Cosa succede nei trial (quando si sostituisce)

Quando i dolcificanti rimpiazzano zucchero (e non diventano un lasciapassare), diversi trial mostrano che non sono “peggio dell’acqua” e, in alcuni contesti, possono aiutare l’aderenza e il mantenimento.

Negli interventi strutturati (programma comportamentale, sostituzione di bevande zuccherate), la direzione tipica è: meno zucchero → meno energia → più facilità a stare nel piano.

3) Linee guida: perché l’OMS è prudente

L’OMS (2023) ha pubblicato una raccomandazione prudente: non usare i dolcificanti come strategia principale di controllo del peso.

Traduzione operativa: se ti aggrappi al “zero” per dimagrire, stai puntando sul dettaglio sbagliato. Usa piuttosto i dolcificanti come strumento di transizione, mentre riduci la dipendenza dal gusto dolce e stabilizzi la dieta.

In pratica

1) Tre scenari e una scelta semplice

Scenario A — Bevi zucchero (succhi, bibite, tè zuccherati)

Qui il cambio è quasi sempre un win.

Mossa starter (7 giorni):

  • sostituisci solo le bevande zuccherate con acqua o “zero”,

  • senza aggiungere snack “perché tanto ho risparmiato”.

Se vuoi un gancio pratico sul tema “zuccheri liquidi”, puoi partire da qui: il succo di frutta è davvero ‘sano’?

Scenario B — Dolcifichi caffè/yogurt/proteici

Se ti aiuta a mantenere un’alimentazione stabile, ok.

Regola: tienilo come piccolo facilitatore, non come “dolce a richiesta” tutto il giorno.

Scenario C — Dopo lo “zero” ti viene più fame

Qui non devi “resistere”. Devi fare debug.

Mossa starter (7 giorni):

  • elimina i dolcificanti solo nelle ore in cui noti l’effetto (es. pomeriggio/sera),

  • lascia invariato il resto,

  • monitora: fame, voglia di dolce, spuntini.

Se l’hai notato soprattutto dopo cena, questo può aiutarti: perché il dolce entra anche da pieno

2) Le 4 regole “anti auto-sabotaggio”

  1. Usali per sostituire, non per aggiungere.

  2. Non comprarci il dessert: se risparmi 150 kcal e poi ne aggiungi 400, non è “metabolismo”: è matematica.

  3. Non aumentare la frequenza del dolce: se prima avevi un dolce ogni tanto e adesso hai “dolce” in ogni bevanda/snack, stai allenando il palato nella direzione opposta.

  4. Stabilità prima: se la tua dieta è già fragile, il “zero” diventa spesso un cerotto. Prima stabilizza pasti e proteine; poi affina i dettagli. (Se ti riconosci nella frustrazione da calorie e micro-ottimizzazioni, è utile leggere qui: frustrazione da kcal)

Segnali & stop

Fermati e ricalibra se:

  • noti più fame nelle 1–3 ore dopo l’uso (pattern ripetuto, non un caso);

  • aumenti la frequenza di snack “perché tanto è zero”;

  • ti ritrovi a inseguire il dolce tutto il giorno (palato sempre acceso);

  • hai sintomi intestinali quando usi prodotti “senza zucchero” (qui spesso il problema sono polioli/fibre aggiunte, non i dolcificanti in sé).

FAQ su dolcificanti e peso

Quindi i dolcificanti “fanno ingrassare”?
Di default no. Il rischio pratico è che tu li usi in modo che ti faccia mangiare di più (compensazione) o che aumenti la tua esposizione al dolce. Se sostituiscono zucchero (soprattutto nelle bevande) e non diventano un lasciapassare, spesso sono neutri o utili.

È meglio l’acqua o la bibita “zero”?
Se bevi “zero” al posto di bibite zuccherate, è spesso un miglioramento. Se invece la “zero” ti alza fame/craving, l’acqua diventa la scelta più pulita. Non scegliere per ideologia: scegli per aderenza.

Stevia = meglio perché “naturale”?
“Naturale” non significa automaticamente “migliore”. A livello di gestione del peso vale la stessa regola: conta la sostituzione e il comportamento che sblocca.

Ci sono persone che dovrebbero evitarli?
Se hai fenilchetonuria, l’aspartame è da evitare (per la fenilalanina). Per tutto il resto, se hai dubbi o condizioni specifiche, confrontati con un professionista: qui stiamo parlando di strategie, non di terapia.

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EAT Vincenzo EAT Vincenzo

Perché hai più fame di quella che vorresti (anche quando sei pieno)

A volte non è forza di volontà: è che stai chiamando “fame” cose diverse. Se distingui che fame è, smetti di combattere tutto con la stessa arma.

A volte non è “mancanza di forza di volontà”.

È che stai usando una parola sola — fame — per descrivere cose diverse: bisogni del corpo, desideri del cervello, abitudini dell’ambiente.

E se non distingui che fame è, finisci per combattere tutto con la stessa arma: stringere i denti. Che funziona… finché non funziona più.

Per chi / Non per chi

Per chi è:

  • senti spesso fame “di testa” anche dopo un pasto;

  • vuoi capire perché c’è sempre spazio per il dolce e come gestirlo senza rigidità;

  • cerchi 2–4 mosse pratiche per mangiare con più criterio, non con più controllo.

Non è per chi:

  • sta affrontando un disturbo del comportamento alimentare già diagnosticato (qui serve un lavoro dedicato con Professionisti);

  • vuole un metodo per non sentire mai fame o voglia di qualcosa di buono (obiettivo poco umano, e spesso controproducente).

In breve

  • Fame e appetito non sono la stessa cosa: il corpo cerca energia, il cervello cerca gratificazione.

  • Saziazione è “mi fermo durante il pasto”. Sazietà è “reggo fino al prossimo pasto”. Non coincidono sempre.

  • Alcuni cibi ti “spengono” in bocca (saziazione) ma non ti tengono stabile (sazietà).

  • Il punto non è eliminare il desiderio: è costruire un contesto dove il desiderio non comanda.

Se vuoi la versione più pratica su fame emotiva, sfizi e sensi di colpa, qui: Fame vera, fame emotiva e sensi di colpa

Princìpi

1) Fame vs appetito: stesso volante, motori diversi

La fame è un drive fisiologico: ti spinge a cercare cibo quando l’organismo ne ha bisogno.

L’appetito è più “motivazionale”: è la spinta verso un cibo specifico, spesso legata a cues (vista, odore, contesto) e gratificazione.

Puoi avere poca fame e tanto appetito.

È il motivo per cui, anche dopo un pranzo abbondante, il cervello trova comunque una corsia preferenziale per il dessert: non è solo “spazio nello stomaco”, è anche spazio nel sistema di ricompensa.

Una lente utile qui è la distinzione tra liking e wanting:

  • liking = quanto ti piace davvero mentre lo mangi;

  • wanting = quanto ti “tira” prima ancora di mangiarlo.

Non sempre vanno insieme: puoi volere molto una cosa che poi, appena iniziata, ti dà meno piacere del previsto. Questo è uno dei punti in cui l’“autopilota” vince.

2) Saziazione vs sazietà: fermarti adesso, reggere dopo

Qui si fa confusione continuamente.

  • Saziazione: il segnale che ti fa dire “basta” durante il pasto.

  • Sazietà: il segnale che ti fa dire “sto bene” nelle ore successive.

Alcuni cibi (molto sapidi, molto “facili”) aumentano la saziazione: ti stancano in bocca e ti fermano.

Ma non è detto che aumentino la sazietà: dopo poco, la fame torna.

Ecco perché non basta “sentirsi pieno” per dire “ho risolto”: pieno è spesso saziato, non necessariamente sazio.

3) “C’è sempre spazio per il dolce” non è un difetto morale

Esiste un fenomeno chiamato sensory-specific satiety (sazietà sensorio specifica): mentre mangi, la piacevolezza di quel sapore specifico tende a calare, ma un sapore diverso (dolce dopo salato, croccante dopo morbido) può riaccendere l’interesse.

Traduzione pratica: varietà + contrasto di sapori rendono più facile mangiare oltre le necessità.

Non significa che “il dolce è il male”. Significa che se lo tratti come una trappola, la trappola vince. Se lo tratti come una scelta, hai più margine.

4) Se il piano si regge solo con forza di volontà, è un piano fragile

Quando la strategia è tutta: “resisto”, il tuo sistema diventa binario.

E il binario tipico è: restrizione → desiderio → sfogo → colpa.

Se ti riconosci, ti conviene leggere anche questo: Il miglior modo per ingrassare è mettersi a dieta

Evidenze (solo quello che ti serve)

  • La palatabilità tende a influenzare soprattutto quanto ti fermi durante il pasto (saziazione), non per forza quanto reggi dopo (sazietà).

  • Il modo in cui mangi (es. bocconi più piccoli e più tempo di esposizione orale) può ridurre l’introito nel pasto.

  • “Wanting” e “liking” sono processi distinguibili: non è una poesia, è un modo utile per capire perché certe voglie partono “prima” di te.

  • La scelta della porzione è influenzata anche da ciò che ti aspetti in termini di pienezza: alcuni cibi sono percepiti come “poco sazianti” e quindi portano a porzioni più grandi.

In pratica

1) Mini-check “che fame è?” (30 secondi)

Fai 3 domande. Rispondi al volo.

1) Quando ho mangiato l’ultima volta? Se sono passate molte ore, è più facile che sia fame fisica.

2) Mangerei anche qualcosa di semplice? Se sì → fame. Se no, e vuoi solo “quel cibo preciso” → voglia/appetito.

3) Com’ero 10 minuti fa? Se eri stressato, annoiato o stanco → possibile fame mentale/emotiva.

La mossa

  • Fame fisica → fai un pasto stabile.

  • Voglia/appetito → rendila intenzionale (porzione + momento) o cambia cue (spostati, aspetta 10’).

  • Fame mentale/emotiva → esci dal loop e usa una guida pratica: Fame vera, fame emotiva e sensi di colpa

2) Costruisci un “pasto stabile” (non un pasto perfetto)

Se vuoi meno fame a rimbalzo, cerca stabilità, non “leggerezza”.

In pratica, a pranzo e cena:

  • una fonte proteica;

  • una quota di verdure;

  • carboidrati modulati su fame e allenamento;

  • un po’ di grassi “normali”, senza estremismi.

Se ti aiuta ragionare su quantità e frequenza, qui: Quanti pasti al giorno?

3) Se vuoi il dolce, rendilo intenzionale

Molte persone non hanno “troppo dolce”. Hanno dolce random, quando sono stanche o scariche.

Due mosse semplici:

  • scegli quando (es. dopo cena, non a caso alle 17);

  • scegli quanto (porzione decente, servita e finita, non “assaggi continui”).

Se ti capita spesso dopo cena: Sfizio dopo cena: come gestirlo

4) Cambia l’ambiente prima di cambiare te

L’appetito è cue-driven.

Quindi, in pratica:

  • se una cosa ti fa partire sempre, non tenerla “a portata di mano” in forma illimitata;

  • se la vuoi, porzionala (compra porzioni singole o porziona subito);

  • se il problema sono gli snack, non serve eliminarli: serve decidere quando sì e quando no. (Vedi qui: Snack: sì o no?.)

Segnali & stop

  • Se la fame è accompagnata da forte ansia, abbuffate frequenti o compensazioni (digiuni punitivi, allenamento “riparatorio”), la priorità è uscire dal ciclo: non serve stringere le regole.

  • Se la tua strategia ti porta a tagliare troppo e poi “crollare”, non è disciplina: è un assetto instabile.

  • Se hai condizioni cliniche (diabete in terapia, problemi gastrointestinali importanti, ecc.), evita soluzioni fai-da-te estreme.

FAQ su fame, appetito e sazietà

Perché ho fame anche dopo un pasto abbondante?
Perché potresti essere saziato (ti sei fermato durante il pasto) ma non davvero sazio (non reggi nelle ore successive). Inoltre l’appetito può riaccendersi per cue e varietà di sapori, anche senza vera fame fisica.

Come faccio a capire se è fame o voglia?
Guarda tre segnali: tempo dall’ultimo pasto, disponibilità a mangiare “cibi normali”, e stato emotivo immediatamente precedente. La voglia di solito è più specifica e più legata a contesto ed emozioni.

Mangiare lentamente serve davvero?
Spesso sì, perché aumenta l’esposizione sensoriale orale e facilita la saziazione. Non è una bacchetta magica: funziona meglio dentro una dieta complessivamente stabile.

Perché il dolce “entra sempre”?
Perché il desiderio può spostarsi verso un sapore nuovo (dolce) anche quando il sapore precedente (salato) ha iniziato a “stancarti”. È un fenomeno noto: non è un difetto morale.

Devo eliminare gli snack?
Non per forza. Molto spesso basta passare da snack “random” a snack decisi (quando, quali, quanto) e costruire pasti principali più stabili.

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Routine mattutina: come iniziare bene senza rigidità

Se la morning routine ti sembra l’ennesima cosa da “fare bene”, fermati: qui trovi poche mosse che tolgono rumore e ti fanno partire con più efficacia.

C’è un equivoco enorme sulla “morning routine”: sembra una sequenza perfetta, da copiare, che ti trasforma in una persona nuova.

Nella realtà funziona quasi sempre al contrario. Se provi a imporre un rituale troppo ambizioso, diventa un’ennesima cosa da “fallire” e poi mollare.

Qui la proposta è: una routine non è un programma, è un avvio pulito. Poche mosse che ti fanno partire meno in automatico, con più spazio mentale e più energia utile.

Per chi è (e per chi non è)

Per chi è

  • Ti svegli e finisci spesso subito nel “pilota automatico”.

  • Vuoi iniziare la giornata con più efficacia (fare ciò che conta) e più efficienza (con meno attrito).

  • Ti serve una routine che si adatti ai vincoli: lavoro, famiglia, orari, periodi.

Non è (ancora) per te

  • Cerchi la routine “perfetta” che vale per tutti.

  • Vuoi un sistema rigido: qui si lavora per principi e mosse minime.

In breve

Una routine mattutina che regge non “aggiunge” tante cose. toglie rumore e accende il corpo con poco.

Parti da tre blocchi:

  • Tecnologia: tu comandi, non le notifiche;

  • Prime azioni: una sequenza corta che ti mette in moto;

  • Giornata: una scelta chiara, non una lista infinita.

Se vuoi una bussola generale per ridurre caos e fare scelte più nette: Consapevolezza in pratica per decisioni migliori.

Princìpi

1) Non ti serve “più disciplina”: ti serve meno attrito

Se una routine ti chiede forza di volontà ogni giorno, è destinata a morire.

Una routine buona, invece:

  • ti fa partire senza “negoziare” con te stesso;

  • riduce decisioni inutili;

  • ti rimette in mano la giornata.

2) Il problema non è il telefono: è l’ordine delle priorità

Non è moralismo tecnologico.

È una domanda semplice: chi decide il tuo stato mentale nei primi minuti della giornata?

Se parti con notifiche, chat, feed e mail, spesso stai scegliendo (senza sceglierlo) di iniziare già in reazione.

3) “Avvio pulito” batte “routine perfetta”

Non devi fare decine di cose.

Ti basta una sequenza breve che, ripetuta, ti dia due risultati:

  • meno rumore mentale;

  • più prontezza del corpo.

Cosa dicono le evidenze (tradotte in criteri)

  • Piccoli cambiamenti sull’arousal mattutino (luce, attivazione, ordine del sonno) possono aiutare il sistema circadiano a “mettere in fase” la giornata.

  • Lo “snooze” della sveglia può rendere il risveglio più frammentato e, in alcune persone, peggiorare l’inerzia del sonno: non è un peccato, è un trade-off.

In pratica: crea la tua routine in pochi minuti

Qui sotto trovi una versione minimale che puoi adattare. L’obiettivo non è fare tutto: è scegliere la tua combinazione.

1) Tecnologia: regole semplici, non guerra al digitale

Regola base: nei primi 15–25 minuti dal risveglio, evita ciò che ti “porta fuori” (notifiche, social, mail, news).

Se ti sembra impossibile, rendila più facile:

  • schermo in modalità “non disturbare” fino a un orario;

  • niente app “a scorrimento” prima della tua prima azione fisica;

  • un solo check programmato, più tardi.

Obiettivo: partire con più autopadronanza e meno reazione.

Se vuoi un pezzo che ti aiuta a mettere confini senza sensi di colpa: Imparare a dire di No.

Proteggi gli occhi (senza esotismi)

Se lavori tanto a schermo, non serve un rituale strano: serve igiene.

  • Regola semplice: ogni tanto guarda lontano, cambia fuoco, sbatti le palpebre.

  • Se puoi, inizia la giornata con luce naturale e senza schermo “in faccia”.

2) Prime azioni: alzati, idratati, attiva

Evita lo snooze (se puoi)

Non perché “sei debole”, ma perché ti mette in una serie di micro-risvegli che spesso ti lasciano più intorpidito.

Se oggi lo snooze ti serve, non colpevolizzarti: fai un test.

  • 7 giorni senza snooze, con un orario di risveglio realistico.

  • Poi decidi con dati: come ti senti? come va la mattina?

Acqua e movimento “minimo efficace”

Due mosse che aiutano molte persone:

  • Un bicchiere grande d’acqua appena ti alzi (se non hai indicazioni mediche contrarie).
    Se ti svegli spesso “piatto” e sudi molto (allenamento/estate), ti aiuta anche capire quando ha senso aggiungere sale: Acqua e sale.

  • 3–8 minuti di movimento leggero: mobilità semplice, camminata breve, cyclette easy.

Non è “allenamento”. È accensione.

Se vuoi un inizio pratico e sostenibile sulla creazione di abitudini: Fitness habit.

3) Organizza la giornata: una scelta, non una lista infinita

La domanda non è “quante cose devo fare?”.

È: qual è la cosa che rende la giornata sensata anche se il resto salta?

Prova questo schema in 60–90 secondi:

  • 1 cosa “core” (priorità vera)

  • 2 cose “supporto” (importanti ma non vitali)

  • 1 cosa “chiusura” (un’azione piccola che ti fa sentire a posto)

Se vuoi una lente sul perché le liste e gli obiettivi spesso diventano trappole: Obiettivi smart non così smart.

Segnali da osservare (e quando fermarti)

Segnali verdi:

  • inizi la giornata con meno urgenza e più direzione;

  • il primo snack “di nervi” arriva più tardi, o non arriva;

  • sei più stabile con caffeina e stimoli.

Segnali gialli:

  • la routine diventa una prova di valore (“se non la faccio sono un fallito”);

  • aggiungi cose ogni settimana e la trasformi in una lista.

Segnali rossi:

  • provi a forzare un risveglio troppo precoce e peggiori sonno, umore, fame.

Se la mattina è sempre “nebbia”, la prima leva resta il sonno: Dormire meglio già stanotte.

FAQ su Routine mattutina

Devo svegliarmi presto per forza?
No. Spesso è più utile svegliarti a un orario sostenibile e lavorare sull’avvio pulito. “Prestissimo” senza sonno è solo stress.

Se controllo il telefono appena sveglio, ho rovinato tutto?
No. L’obiettivo non è purezza. È ridurre reazione e aumentare scelta. Parti con una regola minima e falla reggere.

Quanto deve durare una routine mattutina?
Se regge, è giusta. Per molte persone 10–20 minuti sono più che sufficienti. Quando diventa lunga, di solito è perché stai cercando controllo.

Lo snooze è sempre “male”?
Non sempre. Ma spesso peggiora l’inerzia del risveglio. Il test migliore è semplice: 7 giorni senza snooze e confronti.

E se ho figli, turni, caos?
Allora ti serve una routine ancora più breve: tecnologia sotto controllo, una micro-accensione del corpo, una scelta per la giornata. Tutto il resto è extra.

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Exercise snacks: micro-dosi di movimento che cambiano la tua giornata

Se stai seduto molte ore, non ti “salva” un’ora di palestra. Gli exercise snacks sono micro-dosi di movimento che spezzano la seduta lunga e alzano l’attività totale.

Se pensi che “valga” solo l’allenamento strutturato, ti perdi una leva enorme.

Non perché gli exercise snacks sostituiscano la palestra o un programma serio, ma perché la sedentarietà si costruisce tra un allenamento e l’altro. E lì, spesso, si decide come ti senti: rigidità, energia, umore, fame, schiena che protesta.

Gli exercise snacks sono questo: piccole dosi di esercizio, brevi e ripetibili, inserite nella giornata per spezzare la seduta prolungata e alzare l’attività totale senza trasformare tutto in un progetto.

Per chi è (e per chi non è)

Per chi è

  • Lavori seduto e vuoi smettere di “pagare interessi” con corpo rigido e energia bassa.

  • Ti alleni 2–4 volte a settimana, ma il resto del tempo sei fermo: vuoi un ponte tra allenamento e vita reale.

  • Ti serve una strategia che regga anche quando “salta tutto”.

Non è (ancora) per te

  • Hai dolore acuto, sintomi neurologici (formicolii persistenti, perdita di forza), o un problema clinico in fase attiva: qui servono valutazione e progressione guidata.

  • Usi lo snack come punizione (“devo compensare”): qui stai solo costruendo guerra.

In breve

Un exercise snack funziona se rispetta tre criteri:

  • Brevità: 30 secondi – 5 minuti.

  • Qualità: gesto controllato, respirazione ok, niente “a caso”.

  • Ripetibilità: lo puoi fare spesso, senza farti esplodere.

La regola più utile: uno snack “vero” batte cinque micro-movimenti distratti.

Se oggi hai poco tempo: parti anche da qui e poi torna: Allenarsi quando non hai tempo.

Princìpi

1) Movimento non è solo “allenamento”: pensa a tre livelli

Per semplificare, dividi il movimento in tre strati:

  • Micro movimento: piccoli aggiustamenti e mobilità leggera (sbadiglio con stiracchiamento, cambiare posizione, mobilità di collo/spalle/anche).

  • Mini movimento: 1–5 minuti di esercizio “con intenzione” (squat a corpo libero, wall sit, push-up inclinati, salire scale con ritmo).

  • Macro movimento: allenamento vero (sessione dedicata).

Il punto non è scegliere uno strato: è usarli tutti e tre.

2) Il nemico pratico è la seduta lunga

Se stai seduto ore, non ti “salva” un’ora di allenamento.

Ti salva una giornata in cui:

  • ti alzi spesso,

  • fai 2–6 snack,

  • e ti alleni quando puoi.

Questa è una differenza di identità: non sei “uno che fa palestra”. Sei una persona che si muove.

3) Lo snack serve a un obiettivo, non a un rituale

Gli obiettivi tipici sono tre:

  • Riaccendere (energia e attenzione).

  • Decomprimere (schiena/anche/spalle dopo seduta).

  • Allenare (piccoli stimoli di forza e potenza, senza diventare una seduta).

Se non sai quale stai facendo, è facile fare uno snack che “non chiude” niente.

Esecuzione e sicurezza

  • Se durante lo snack compare dolore acuto, “scossa”, o un dolore che peggiora di colpo: fermati.

  • Tieni la regola della respirazione: se perdi controllo e vai in apnea per ansia, abbassa intensità.

  • Preferisci progressioni semplici (inclinazioni, appoggi, range più corto) a “variazioni spettacolari”.

  • Meglio 2 minuti puliti che 30 secondi aggressivi che ti lasciano rotto e ti fanno evitare lo snack domani.

Se ti serve una base per non improvvisare: Warm-up.

Cosa dicono le evidenze (tradotte in criteri)

Messaggio pratico: interrompere lo stare seduti per molto tempo con brevi bout di attività può migliorare alcuni marker metabolici e la gestione glicemica post-prandiale in molte persone.

Ma la ragione per cui funziona nella vita reale è più semplice: aumenta il movimento totale e rende più probabile che tu resti coerente con lo stile di vita attivo.

In pratica: costruisci il tuo sistema di exercise snacks

Step 1) Scegli un trigger (senza fidarti della motivazione)

Scegline uno:

  • orario: ogni 60–90 minuti;

  • evento: dopo una call, prima del caffè, dopo il bagno;

  • segnale: quando senti freddo, rigidità, “collasso” energetico.

Step 2) Scegli 2 snack “base” (sempre disponibili)

Snack base A (forza semplice, 2–4 minuti)

  • 6–12 squat a corpo libero (lenti e uguali)

  • 6–12 push-up inclinati (mani su tavolo/parete)

  • 20–40 secondi di plank (o dead bug)

Fai 1–3 giri, a seconda del tempo.

Snack base B (decompressione, 2–3 minuti)

  • mobilità toracica + spalle

  • hinge leggero o “good morning” a corpo libero

  • 30–60 secondi di camminata in casa

Obiettivo: tornare “dritto” senza irrigidirti.

Step 3) Aggiungi uno snack “cardio tecnico” (quando serve)

Se vuoi un terzo snack, scegline uno a basso rischio:

  • 2–5 minuti di camminata veloce

  • 3–6 rampe di scale a ritmo controllato

Evita di trasformare ogni snack in HIIT.

Se vuoi un pezzo dedicato al “macro” quando hai spazio: HIIT a casa: Sprint.

Step 4) Regola la dose con 3 domande

  • Lo farei anche domani?

  • Mi lascia più energia o mi svuota?

  • Mi aiuta a sedermi meglio dopo?

Se una risposta è “no”, abbassa intensità o accorcia.

 

Criss-Cross Micro-Workout: scegli la modalità (Base o Advanced)

Quando hai poco tempo, la cosa che ti frega non è “manca il workout”: è che improvvisi.
Qui hai due modalità. Scegline una in base alla giornata.

  • Base = vuoi muoverti, fare volume utile, sentirti meglio (replicabile).

  • Advanced = vuoi qualità: forza/power/tecnica (poche reps, recuperi veri).

Regola madre: non mischiare Base e Advanced nello stesso micro-workout. Scegli una cosa.

Modalità BASE (9–12 minuti, replicabile)

Obiettivo: fare un lavoro onesto senza distruggerti. Tecnica pulita, RPE 7–8.

Template Base A — 9’ EMOM (semplice) Ogni minuto parte un mini-set. Il resto del minuto è recupero.

  • Min 1: legs (squat / goblet squat) 8–12

  • Min 2: push (push-up / panca / dip assistite) 6–12

  • Min 3: hinge (hip hinge / stacco rumeno leggero) 8–12

Ripeti per 3 giri (9’).

Template Base B — 12’ a giri (più “calmo”) Per 12 minuti fai giri costanti (non sprintare al 3° minuto):

  1. pull (remo elastico/TRX/anelli/lat machine) 8–12

  2. legs (affondi / split squat / step-up) 8–12 per lato

  3. core (plank/hollow/dead bug) 20–40’’

Modalità ADVANCED (8–12 minuti, qualità > fatica)

Obiettivo: sentirti forte/a e “pulito/a”. Poche reps, recuperi veri, niente cedimento.

Template Adv A — Micro-forza (10–12’) Scegli 2 esercizi: 1 lower + 1 upper.

  • 5–6 serie da 3–5 ripetizioni

  • recupero 60–120’’

  • stop a RPE 7–8 (2–3 reps “in riserva”)

Esempi:

  • squat/goblet squat + push-up zavorrato/panca

  • stacco rumeno + rematore (manubrio/elastico/TRX)

Template Adv B — Micro-power (8–10’) Scegli 1 gesto esplosivo + 1 “supporto” leggero.

  • 6–10 set da 3–6 reps (esplosive)

  • recupero 45–90’’

  • ti fermi quando l’esplosività cala

Esempi:

  • swing “esplosivi” + plank breve

  • jump controllati (box jump/jump squat leggero) + rematore elastico

Regola che salva spalle e postura: “metti anche trazione”

Se fai molte spinte (push-up, panca, dip), ti serve tirare.

Regola semplice: per ogni 2 esercizi di spinta, metti 1 esercizio di trazione (remata/trazioni/lat pull).
Se oggi non puoi tirare (zero attrezzi), non compensare con mille push: programma la trazione nella prossima seduta.

 

Segnali da osservare (e quando fermarti)

Segnali verdi:

  • meno rigidità a fine giornata;

  • più energia “stabile” (meno crolli);

  • più facilità nel rispettare l’allenamento macro.

Segnali gialli:

  • trasformi lo snack in un test di valore (“se non lo faccio sono pigro”);

  • aggiungi troppa intensità e ti “spremi” più volte al giorno.

Segnali rossi:

  • dolore che aumenta con lo snack o sintomi strani: fermati e rivedi progressioni.

FAQ su Exercise snacks

Sostituiscono l’allenamento?
No. Sono un moltiplicatore. L’allenamento resta il “macro”, lo snack ti toglie sedentarietà e aumenta movimento totale.

Quanti snack devo fare?
Parti da 2 al giorno. Se reggono, sali a 3–6. Il numero giusto è quello che non ti fa sentire “sotto esame”.

Meglio forza o cardio?
Se sei sedentario, spesso la priorità è decompressione + forza semplice (per postura e tono). Il cardio breve può essere un terzo elemento.

E se mi alleno già 3–4 volte a settimana?
Allora gli snack servono ancora di più: ti impediscono di essere “sedentario che si allena”.

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Sei consapevole di esserlo? Consapevolezza e MAAS test

Se ti senti spesso in “pilota automatico”, non ti serve un’altra lista di regole. Ti serve una lente: consapevolezza. E un modo semplice per fare check e fare una mossa.

Ti è mai capitato di arrivare da qualche parte in auto e pensare: “Come ci sono arrivato?”

Non perché ti sei perso, ma perché eri in modalità automatica.

Quella modalità è utile: ti fa risparmiare energia.

Il problema nasce quando la modalità automatica diventa lo stato “di default” anche dove ti servirebbe presenza: scelte, cibo, stress, sonno, relazioni, allenamento.

Il punto è questo: spesso non ti manca informazione. Ti manca presenza nel momento della scelta.

Puoi sapere già tutto “in teoria” eppure ritrovarti in automatico (stress → compensazione, stanchezza → rimando, ansia → controllo).

Per questo diciamo: meno nuove informazioni, più consapevolezza operativa. Non per sapere meno, ma per accorgerti prima e scegliere meglio.

Per chi è (e per chi non è)

Per chi è

  • Ti senti spesso in “pilota automatico” e vuoi capire dove perdi presenza.

  • Vuoi strumenti sobri per aumentare consapevolezza senza trasformarla in un progetto infinito.

  • Ti interessa un modo semplice per collegare consapevolezza e scelte concrete (non teoria).

Non è (ancora) per te

  • Cerchi una tecnica che prometta di “risolvere tutto”.

  • Stai attraversando un periodo in cui pratiche di introspezione ti destabilizzano (ansia intensa, derealizzazione, ecc.): in quel caso serve gradualità e, se necessario, supporto professionale.

In breve

La consapevolezza non è “stare nel qui e ora 24/7”. È:

  • accorgerti di cosa succede (pensieri, emozioni, corpo, impulsi);

  • scegliere un micro-aggiustamento invece di reagire in automatico;

  • ripetere questo gesto abbastanza spesso da renderlo naturale.

Un modo pratico per “misurarla” è la MAAS (Mindfulness Attention Awareness Scale): 15 frasi, punteggi, una media finale.

Princìpi

1) Conoscenza, coscienza, consapevolezza (senza farne filosofia)

Per capirci al volo:

  • Conoscenza: sapere qualcosa (“so cos’è la parola ‘cane’”).

  • Coscienza: l’esperienza di un “Io” che percepisce e agisce.

  • Consapevolezza: l’abilità di osservare quello che succede in te mentre succede.

È una semplificazione utile: ti serve per portare la lente sul quotidiano, non per fare un trattato.

2) “Vivere nel qui e ora” non è un dogma

Se provi a essere presente su tutto, sprechi energia.

La domanda più utile è: in quali momenti ti conviene essere più consapevole?

  • quando devi scegliere (cibo, priorità, confini, lavoro);

  • quando sei sotto stress (e l’automatismo ti porta a fare sempre le stesse cose);

  • quando vuoi cambiare un comportamento e ti accorgi che “ci ricaschi”.

3) Osservarti ti cambia già

Quando ti accorgi che stai reagendo, non stai più solo reagendo.

Quel mezzo secondo di spazio è dove nasce la scelta.

Se vuoi un ponte pratico verso “scelte sobrie” quando ti senti tirato da mille richieste: Imparare a dire di No: confini personali che ti fanno stare meglio (e più in forma).

Cosa dicono le evidenze

Due punti “robusti” da tenere a mente:

  • Scale come la MAAS sono state sviluppate e validate per misurare aspetti legati a attenzione e consapevolezza nel quotidiano.

  • In molti contesti, una maggiore mindfulness/consapevolezza si associa a esiti migliori su stress percepito e benessere psicologico, ma gli effetti dipendono da contesto, pratica e persona.

A te (e noi) interessa questo: la consapevolezza è utile se diventa mossa applicabile, non identità.

In pratica

1) Il check settimanale “minimo efficace” (5 minuti)

Scegli un momento fisso (es. domenica sera o lunedì mattina) e rispondi a tre domande:

  • Qual è l’obiettivo principale di questa settimana?

  • Qual è il collo di bottiglia più probabile?

  • Qual è una mossa semplice che lo riduce?

Non devi scrivere un diario. Devi creare direzione.

2) Il check giornaliero “stato del sistema” (30 secondi)

Una volta al giorno, senza teatro:

  • corpo: “tensione o morbidezza?”

  • mente: “rumore alto o basso?”

  • energia: “su o giù?”

E se il tuo autopilota parte appena apri gli occhi, qui hai un avvio pulito: Routine mattutina.

Se vuoi un esempio concreto su come abbassare il rumore quando sale, invece, impara a respirare meglio quando lo stress sale.

3) MAAS test: come funziona (e come leggerlo)

La MAAS è composta da frasi che descrivono situazioni tipiche di distrazione/automaticità.

Per ogni frase, assegni un punteggio da 1 (“quasi sempre”) a 6 (“quasi mai”). Poi fai la media.

  • media più bassa: più spesso sei in automatico;

  • media più alta: più spesso sei presente.

Non usarla per giudicarti. Usala per orientarti.

Le 15 frasi (versione pratica)

  1. Mi accorgo di un’emozione solo dopo che è passata.

  2. Rompo o dimentico cose perché ero distratto.

  3. Fatico a restare concentrato su ciò che sto facendo.

  4. Mi muovo “verso la meta” senza notare il percorso.

  5. Non sento tensioni/fastidi finché non diventano forti.

  6. Dimentico un nome appena l’ho sentito.

  7. Agisco automaticamente senza rendermi conto di cosa sto facendo.

  8. Faccio le attività quotidiane di corsa, senza attenzione.

  9. Sono così focalizzato sul risultato che perdo contatto con il processo.

  10. Lavoro “in automatico” senza presenza.

  11. Ascolto a metà mentre faccio altro.

  12. Guido col pilota automatico e poi mi chiedo perché ho preso quella strada.

  13. Mi ritrovo spesso a rimuginare su passato o futuro.

  14. Faccio cose senza rendermene conto (poi mi “risveglio”).

  15. Mangio uno snack e mi accorgo tardi che stavo mangiando.

4) Dopo il punteggio: la mossa vera

Scegli un’area della vita dove l’automatismo ti costa caro e fai una sola cosa:

  • riduci frizione (rendere facile la scelta buona);

  • riduci tentazione (rendere difficile la scelta che ti sabota).

Se il tuo automatismo più frequente è “stress → compensazione”: Stress, relax, adapt.

Segnali da osservare (e quando fermarti)

Verdi:

  • ti accorgi prima dei pattern (fame nervosa, scroll, “sì” automatici);

  • recuperi più in fretta dagli scivoloni;

  • fai micro-aggiustamenti senza bisogno di rivoluzionare tutto.

Gialli:

  • trasformi la consapevolezza in controllo (devi “monitorare” tutto);

  • il check ti porta a colpevolizzarti invece che a scegliere una mossa.

Rossi:

  • pratiche di attenzione ti aumentano ansia o ti destabilizzano: riduci intensità e durata; se persiste, valuta supporto professionale.

FAQ su Consapevolezza e MAAS test

Devo essere presente sempre?
No. La presenza totale è inefficiente. L’obiettivo è essere più consapevole nei momenti che spostano la traiettoria.

Se faccio il test e viene “basso”, significa che sto male?
No. Significa che sei spesso in automatico. È un punto di partenza, non una diagnosi.

Quanto spesso dovrei rifarlo?
Se vuoi usarlo come check, ogni 4–8 settimane è più che sufficiente. Non trasformarlo in ossessione.

Consapevolezza = meditazione?
La meditazione può aiutare, ma la consapevolezza in Oukside è soprattutto un gesto pratico: notare, scegliere, ripetere.

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