Blog Oukside
Idee chiare e protocolli pratici — senza schede infinite e inapplicabili.
Dieta vegetale vs onnivora: chi vince davvero (quando smetti di tifare)
La domanda utile non è “chi vince”, ma quanto la tua dieta è fatta di cibo vero, proteine adeguate e vegetali presenti. Da lì puoi stare bene sia molto vegetale che onnivoro, senza ideologia.
Se ti stai chiedendo “dieta vegetale o onnivora?”, di solito stai cercando la risposta unica.
Quella che ti fa stare tranquillo, perché “hai scelto bene”.
Ma nella vita reale non vince l’etichetta: vince la qualità del pattern che riesci a tenere nei giorni normali (non solo quando sei motivato).
Qui togliamo il tifo, teniamo la scienza utile e arriviamo a una mappa semplice: cibo vero, proteine adeguate, vegetali presenti, ultra-processati sotto controllo.
Se questo è a posto, puoi stare benissimo sia con una dieta molto vegetale, sia con una dieta onnivora “pulita”.
In breve (3 cose che contano davvero)
Le diete vegetali, in media, sono associate a migliori esiti cardiometabolici… ma il vantaggio dipende tantissimo dalla qualità (vegetale “integrale” vs “junk vegan”).
Le carni processate sono la parte più “facile” da ridurre se ti interessa salute a lungo termine. La carne non processata è un tema più sfumato; il punto è contesto e frequenza.
L’essere umano è un onnivoro flessibile: possiamo prosperare con pattern diversi, ma non con qualsiasi pattern. Alcuni nutrienti e alcune abitudini sono non negoziabili.
Perché questa discussione diventa tossica
Perché si confonde una scelta etica/ambientale/identitaria con una scelta clinica.
Se scegli vegetale per etica: è una scelta rispettabile, e si può fare bene.
Se scegli onnivoro perché ti funziona meglio: è altrettanto valido, e si può fare bene.
Quello che non funziona quasi mai è trasformare il piatto in un tribunale.
Cosa dice la scienza (senza semplificazioni furbe)
1) “Plant-based” non vuol dire automaticamente “salutare”
La differenza vera è tra:
plant-based di qualità (verdure, frutta, legumi, cereali integrali, frutta secca, semi),
plant-based di bassa qualità (raffinati, zuccheri, snack industriali “vegani”).
Se vuoi una regola pratica: quando la tua dieta è vegetale ma diventa troppo fatta di “prodotti”, spesso ti sei spostato dalla parte sbagliata della mappa.
2) Il punto “carne”: processata vs non processata
Se vuoi fare una singola mossa ad alto impatto (senza diventare estremista): riduci le carni processate (affettati, insaccati, bacon, ecc.)
Questo ti porta subito su un terreno più solido senza bisogno di demonizzare “la carne” in blocco.
3) Anatomia e fisiologia: non siamo né erbivori puri né carnivori puri
Siamo un animale adattabile: abbiamo strumenti per digerire amidi, fibre e proteine animali. Non esiste nessuna “prova anatomica” che chiuda il discorso.
La conseguenza pratica non è “allora tutto va bene”. È questa:
se sei onnivoro, non puoi trattare i vegetali come decorazione;
se sei vegano, non puoi trattare la pianificazione (es. B12) come un dettaglio.
Il 95% che accomuna chi sta bene (a prescindere dall’etichetta)
Se togliamo il tifo, succede una cosa interessante: chi sta bene davvero (e ci riesce nel tempo) non è “vegano” o “onnivoro”.
È una persona che ha messo in ordine 4 fondamentali.
Non sono regole morali. Sono pilastri pratici: quando ci sono, la dieta regge. Quando mancano, anche la dieta “giusta” si rompe.
1) Cibo vero come base
Prima ancora di parlare di carne o vegetali: quanta parte della tua settimana è fatta di cibo semplice, riconoscibile, poco processato?
Se vuoi chiarirti la distinzione senza estremismi: Cos’è “real food”, davvero?
2) Proteine adeguate (non “iper”, adeguate)
Non per la palestra. Per sazietà, recupero, massa muscolare e giornate che non ti portano a spuntinare “a caso”.
Se ti serve una mappa chiara delle categorie (senza religione): Carne, frutta e categorie alimentari
3) Vegetali presenti quasi sempre (senza trasformarli in penitenza)
Non perché “devi”, ma perché aiutano: fibra, micronutrienti, volume, equilibrio del piatto.
E se dentro di te scatta “verdure = obbligo”, qui c’è un reframe utile: Le verdure sono sempre una buona idea?
4) Ultra-processati e iper-palatabili sotto controllo
È la parte che fa saltare l’aderenza più della teoria: snack, dolci “facili”, cose che non ti saziano ma ti chiamano di continuo.
Non serve bandirli. Serve che non diventino la base.
Questo è il nucleo.
Il resto (vegano, vegetariano, onnivoro, “molto vegetale”) è una scelta di gusto, contesto, etica e preferenze — ma funziona solo se questi 4 pezzi sono in ordine.
Come scegliere tra “molto vegetale” e “onnivoro” senza impantanarti
Opzione A — “Plant-based pragmatico”
Funziona bene se vuoi:
un pattern più leggero e voluminoso,
più facilità nel tenere basse le calorie senza contare,
una scelta coerente con motivazioni etiche.
Mossa chiave (pratica): ogni pasto ha una fonte proteica + “due manciate” di vegetali + un carboidrato serio solo se serve.
Se ti serve un mattone operativo semplice sui legumi (spesso demonizzati a caso): Legumi: fanno bene o fanno male?
Opzione B — “Onnivoro real-life”
Funziona bene se vuoi:
un pattern con proteine più “facili”,
meno rischio di carenze se non ami pianificare,
più semplicità nel quotidiano.
Mossa chiave (pratica): proteine come ancora del pasto + vegetali davvero presenti + carbo e grassi modulati sul contesto.
Se vuoi una bussola utile sul tema grassi/salute (senza terrorismo): Grassi saturi: demonio o dettaglio?
Errori tipici (da entrambe le parti)
Junk vegan: dieta formalmente vegetale, ma di fatto ultra-processata.
Carnivore “da influencer”: eliminazione totale dei vegetali come se fosse una scorciatoia universale.
Confondere “migliorare markers” con “migliorare la vita”: se una dieta ti rende socialmente ingestibile, non è un upgrade. È una gabbia.
Mini-protocollo (14 giorni) per capire cosa ti funziona
Scegli una sola leva, e rendila misurabile. Esempio:
Frequenza vegetali: vegetali presenti in 2 pasti al giorno.
Proteine stabili: una fonte proteica chiara in ogni pasto.
Processati: una sola “finestra” a settimana per roba più spinta (non sparsa tutti i giorni).
Dopo 14 giorni, non guardare solo la bilancia. Guarda:
fame e craving,
energia e sonno,
digestione,
recupero e performance.
Se qualcosa peggiora in modo netto, non è “colpa del vegetale” né “colpa della carne”: è un segnale che la tua implementazione va aggiustata.
Segnali & stop
Se sei spesso stanco/a, affamato/a e “sempre in caccia” di snack: probabilmente ti mancano proteine stabili e/o stai sotto-dormendo.
Se la digestione è costantemente un casino: spesso è qualità + quantità + preparazione (legumi non cotti bene, troppe fibre tutte insieme, troppi sostituti industriali).
Se il pattern ti isola socialmente: stai pagando un costo alto per un beneficio piccolo.
FAQ
Quindi devo diventare vegano per stare bene?
No. Le evidenze premiano pattern ricchi di vegetali e poveri di ultra-processati; questo può esistere sia in una dieta vegana ben pianificata, sia in una dieta onnivora ben costruita.
La carne ‘marcisce’ nell’intestino?
No: è un mito. La digestione delle proteine avviene principalmente in stomaco e intestino tenue. Se vuoi migliorare salute intestinale, la leva non è demonizzare “la carne”, ma curare qualità complessiva e quota di fibre.
Se mangio più vegetali rischio carenze?
Dipende da come li mangi. In una dieta vegana la B12 va gestita seriamente. In una dieta molto vegetale (ma non vegana) l’attenzione tipica è su ferro, iodio e omega-3: nulla di impossibile, ma non lasciarlo al caso.
E le carni rosse?
Il punto più solido è moderare la frequenza e curare il contesto (più cibo vero, più vegetali, meno processati). Se vuoi una bussola utile sul tema salute e marker: Colesterolo: cosa conta davvero
Vegetale fa dimagrire meglio?
Spesso aiuta perché aumenta volume e riduce densità energetica, quindi è più facile creare deficit senza contare. Ma non è magia: se diventa vegetale ultra-processato, può fare l’effetto opposto.
Qual è la versione più pratica?
Quella che ti permette di fare bene l’80% dei giorni senza sentirti in guerra col cibo: cibo vero, proteine adeguate, vegetali presenti, processati sotto controllo.
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Satija A. Plant-Based Dietary Patterns and Mortality. JAMA Internal Medicine. 2017.
World Health Organization / IARC. Q&A: Carcinogenicity of red meat and processed meat. WHO. 2015.
Melina V. Position of the Academy of Nutrition and Dietetics: Vegetarian Diets. Journal of the Academy of Nutrition and Dietetics. 2016.
Kahleova H. Vegetarian Diets and Cardiometabolic Health. Nutrients. 2019.
Fardet A. Ultra-processed foods and food system: a critical review. Nutrients. 2020.
Paura di come appari: quando il fitness diventa un tribunale (e come riportarlo a casa)
Voler piacere è umano. Ma se ti alleni per paura, paghi due volte: mentre ti alleni e quando non ti alleni. Ecco come rimettere il fitness al suo posto: processo, contesto, identità.
C’è un tipo di allenamento che ti fa “fare tanto” e ti dà comunque la sensazione di essere sempre in difetto.
Non perché sei pigro. Non perché ti manca disciplina.
Ma perché stai usando il fitness come una difesa: contro il giudizio, contro l’imbarazzo, contro l’idea di “non essere abbastanza”.
E allora il fitness smette di essere un processo da vivere… e diventa un risultato da subire.
Qui non facciamo psicologia spiccia. Facciamo una cosa più utile: ti diamo una mappa semplice (Difesa vs Espressione) e 4 mosse per allenarti con più libertà, senza trasformare ogni specchio in un esame.
Per chi / Non per chi
Per chi è:
ti alleni (o vorresti allenarti) ma senti spesso ansia su come appari;
ti confronti molto (palestra, spiaggia, social) e questo ti fa oscillare tra controllo e rinuncia;
vuoi smettere di vivere il fitness come un voto estetico e renderlo uno strumento di vita.
Non è per chi:
vive crisi acute, attacchi di panico frequenti o comportamenti compulsivi che stanno peggiorando: in quel caso serve un supporto professionale dedicato (e ti diciamo sotto quali segnali osservare).
In breve
La chiave non è “smettere di voler piacere”. È smettere di farti guidare solo da quello.
Quando ti alleni per il giudizio esterno (reale o immaginato), spesso succedono tre cose:
più controllo, ma meno serenità;
più rigidità, ma meno continuità;
più confronto, ma meno presenza.
La soluzione non è “allenati meno” o “allenati di più”. È passare da:
Modalità Difesa → mi alleno per proteggermi (paura, vergogna, approvazione)
Modalità Espressione → mi alleno per esprimermi (valori, funzione, benessere, capacità)
E questo passaggio si costruisce con mosse concrete.
Mini-check: Difesa o Espressione?
Se domani nessuno potesse vedere il tuo corpo per 30 giorni (né dal vivo né sui social), tu:
ti alleneresti comunque? (anche meno, ma con continuità)
oppure molleresti quasi tutto?
Se la risposta è “mollerei”, non è colpa tua: è un segnale che oggi il fitness è legato soprattutto a approvazione e paura.
Obiettivo di questo articolo: darti le leve per rimettere il fitness su un binario più tuo.
Princìpi
1) L’estetica può essere una scintilla, ma non può essere il motore unico
Voler migliorare come appari è umano.
Il problema nasce quando diventa l’unico motivo e si trasforma in un contratto: “valgo solo se…”.
In quel momento il fitness smette di essere crescita. Diventa un debito.
2) Se ti alleni per paura, paghi due volte
Paghi mentre ti alleni (tensione, giudizio, confronto), e paghi anche quando non ti alleni (colpa, pensieri ossessivi, evitamento).
È così che nascono due estremi che si alimentano:
iper-controllo (routine rigide, paura di saltare)
mollo tutto (perché “tanto non sono mai abbastanza”)
Se ti riconosci nella dinamica “tutto o niente”, può aiutarti anche questo pezzo: Obiettivi furbi… che non funzionano
3) La via d’uscita è spostare l’attenzione da “corpo-oggetto” a “corpo-strumento”
Quando il corpo è un oggetto, ogni giorno è un giudizio.
Quando il corpo torna a essere uno strumento, l’allenamento torna ad avere un senso: fare, non solo apparire.
Non è filosofia: è una strategia pratica per cambiare le scelte quotidiane.
Evidenze (solo quello che ti serve)
Motivazioni orientate all’apparenza sono associate più spesso a preoccupazioni sull’immagine corporea e a vissuti meno positivi.
Motivazioni più funzionali/autonome (salute, capacità, piacere) tendono a sostenere meglio benessere e continuità.
Confronto sui social e paragoni estetici sono collegati a più insoddisfazione e più pressione.
Quando entra la colpa (“devo”), aumenta il rischio di ansia corporea e di rapporto tossico con l’allenamento.
In pratica
1) Cambia la domanda: non “come appaio?”, ma “che tipo di persona sto diventando?”
Quando ti viene il pensiero “come mi vedono?”, prova a rispondere con una domanda più forte:
Che tipo di persona sto allenando oggi?
E scegli un micro-obiettivo di processo (non estetico) per la prossima settimana:
2 allenamenti completati, anche brevi
8.000 passi in 4 giorni su 7
migliorare una skill (push-up, squat, trazioni assistite)
Questa mossa trasforma il fitness da giudizio a costruzione.
2) Allenati in un contesto che ti aiuta, non che ti punisce
Se oggi la palestra ti attiva ansia, non devi “forzarti” per dimostrare qualcosa.
Devi scegliere un contesto ponte che ti faccia fare la cosa più importante: continuare.
Esempi:
orari meno affollati
area della palestra dove ti senti più neutro
home workout 2–3 settimane come reset
cuffie + playlist “di scopo”, non di performance
Se vuoi un esempio semplice di allenamento flessibile (senza teatrini): Esempio di allenamento flessibile
3) Social detox selettivo: non sparire, ma togli benzina al confronto
Non serve cancellare tutto.
Serve togliere quello che ti mette in modalità “tribunale”.
Per 7 giorni:
silenzia profili che ti fanno sentire “meno”
riduci contenuti body-checking
segui (o salva) contenuti più funzionali: tecnica, mobilità, performance, salute
È una mossa banale, ma è igiene mentale: meno confronto, più presenza.
4) Diario di funzionalità (7 giorni): addestra lo sguardo a vedere “cosa fa” il tuo corpo
Ogni sera, scrivi 3 righe:
una cosa che il tuo corpo ti ha permesso di fare oggi
una sensazione fisica neutra o positiva (energia, respiro, stabilità)
una scelta di cura (anche piccola)
Non è gratitudine tossica. È allenare attenzione e identità.
Segnali & stop
Se riconosci questi segnali, non “resistere”: cambia strategia e valuta supporto professionale.
ti alleni con paura intensa o panico (o eviti per paura) in modo persistente
l’allenamento è sempre “punizione” e mai cura
senti colpa forte se salti, anche quando sei stanco/malato
fai body-checking continuo (specchio, foto, bilancia) e peggiori
compaiono restrizioni alimentari rigide o episodi di abbuffate/compensazioni
In questi casi, un percorso con Professionisti può essere un investimento enorme: non per “aggiustarti”, ma per liberare il fitness dal ruolo di giudice.
FAQ su paura di come si appare
È sbagliato allenarsi per migliorare fisicamente?
No. Diventa un problema quando è l’unico motivo e quando ti porta in modalità Difesa: controllo, confronto, vergogna, rigidità.
Come capisco se sto andando verso un rapporto tossico col fitness?
Se l’allenamento è quasi sempre un dovere ansioso, se salti e ti senti “una persona peggiore”, se ti alleni per cancellare colpa o paura, sei già su un binario che merita attenzione.
Se mi vergogno in palestra, devo “affrontare la paura” e basta?
Affrontare sì, ma con intelligenza. Prima crea un contesto ponte (orari, zone, home training), costruisci continuità, poi alzi l’esposizione. Forzarti subito spesso aumenta solo il trauma.
I social mi distruggono: devo disinstallare tutto?
Non per forza. Parti da un detox selettivo: silenzia ciò che accende confronto e body-checking, e sostituisci con contenuti più funzionali (tecnica, performance, salute).
Qual è una frase-guida da tenere in mente?
“Il fitness è un processo da vivere, non un risultato da subire.” Quando ti accorgi che stai subendo, torna a una mossa di processo (continuità, funzione, contesto, identità).
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Vartanian L et al. Appearance vs. health motives for exercise and for weight loss. Psychol Sport Exerc. 2012.
Strelan P et al. Brief Report: Self-Objectification and Esteem in Young Women: The Mediating Role of Reasons for Exercise. Sex Roles. 2003.
Hurst M et al. "I just feel so guilty": The role of introjected regulation in linking appearance goals for exercise with women's body image. Body Image. 2017.
Bonfanti R et al. The association between social comparison in social media, body image concerns and eating disorder symptoms: A systematic review and meta-analysis. Body Image. 2025.
Guo S et al. Body image and risk of exercise addiction in adults: A systematic review and meta-analysis. J Behav Addict. 2025.
GLP-1 (Ozempic/Wegovy & co): aiutano davvero a dimagrire? Sì. Ma è tutto qui?
Funzionano. Non sono magia. E il punto non è il “prima”: è il dopo. Se non sei in obesità/malattia metabolica, stai pagando un prezzo alto per un problema che spesso è risolvibile con basi noiose ma efficaci.
Se ti è balzata in testa l’idea dei GLP-1, non sei “debole”.
Se ne parla come se fossero un pulsante: lo premi e la fame sparisce, il peso scende, la vita riparte.
Il problema è che, quando un farmaco diventa un mito, si smette di fare le domande giuste.
Qui facciamo l’opposto: ti diamo un filtro per capire quando ha senso considerarlo e quando invece stai cercando una scorciatoia che ti farà pagare il conto dopo.
Nota importante: non è un contenuto clinico, non ti dice “cosa prendere” o “come prenderlo”. Ti aiuta a ragionare con criteri, e a parlare meglio — se serve — con un Medico.
Per chi / Non per chi
Per chi è:
ti stai chiedendo se “fare GLP-1” abbia senso per te;
non sei in un quadro di obesità severa o malattia metabolica, ma l’hype ti ha acceso l’idea;
vuoi evitare la trappola “miracolo / demonizzazione” e capire prezzo, benefici, dopo.
Non è per chi:
cerca istruzioni su prescrizione, dosaggi o protocolli clinici;
vive disturbi del comportamento alimentare attivi: qui serve un supporto professionale dedicato.
In breve
I GLP-1 (e i farmaci affini) sono strumenti potenti per la perdita di peso in popolazioni con sovrappeso/obesità quando usati dentro un percorso.
Ma non sono magia:
funzionano soprattutto mentre li usi;
quando li interrompi, per molte persone la traiettoria tende a tornare verso la baseline se non hai costruito basi solide;
con grandi perdite di peso, una parte della perdita può includere massa magra, quindi muscoli/forza vanno protetti;
se il tuo problema è “vita disordinata + fame a cascata + dieta che rimbalza”, il farmaco può silenziare il sintomo… senza risolvere il meccanismo.
Se il tuo tema è “sempre fame / food noise”, prima guarda qui (starter, non terapia): Perché hai più fame di quella che vorresti
Princìpi
1) “Non ho fame” non è una strategia
Molti raccontano il GLP-1 come: “mi ha tolto la fame”.
Ok. Ma la domanda utile è:
che cosa fai con quello spazio mentale?
Se lo usi per costruire struttura (pasti, allenamento, sonno), stai investendo.
Se lo usi per “non pensarci”, stai delegando.
E quando la delega finisce, spesso torna anche il problema.
2) Se lo scopo è perdere 5–7 kg “perché mi vedo male”, stai comprando la risposta sbagliata
Non perché sia “sbagliato” voler cambiare. Ma perché è un trade-off enorme per un obiettivo piccolo.
Il punto è: un conto è trattare una condizione cronica, un altro è usare un farmaco come correttore estetico.
Se oggi sei nel loop “restrizione → rimbalzo”, prima smontalo qui: Il miglior modo per ingrassare è mettersi a dieta
3) Il rischio reale non è “gli effetti collaterali” in astratto. È il dopo
Il tema più sottovalutato è la sostenibilità:
quanto sei disposto a usare un farmaco a lungo?
che succede se lo sospendi per costi, tolleranza, effetti, vita?
Se non hai costruito basi, il “dopo” diventa una roulette.
4) Il farmaco non sostituisce il corpo: lo accompagna (o lo indebolisce)
Con grandi perdite di peso, il rischio non è solo “dimagrire”. È dimagrire male:
perdere forza,
perdere routine di allenamento,
perdere capacità.
Per questo, anche se il tuo obiettivo è estetico, la tua assicurazione è sempre investire sulla massa muscolare: Perché la massa muscolare conta più di quanto pensi
Evidenze (quello che ti serve)
In studi clinici su persone con sovrappeso/obesità, i GLP-1 e co-agonisti possono portare a riduzioni di peso importanti quando combinati con intervento sullo stile di vita.
Dopo sospensione, una parte rilevante della perdita può essere recuperata nel tempo se non c’è un impianto stabile.
La perdita di peso include spesso anche una quota di massa magra; quanto e come dipende da popolazione, entità della perdita e contesto (allenamento/proteine/energia).
In soggetti ad alto rischio cardiovascolare con sovrappeso/obesità (senza diabete), esistono dati su outcome cardiovascolari: ma questo riguarda un target clinico specifico.
In pratica
1) Prima domanda: “Sto trattando un problema clinico o sto inseguendo un’accelerazione?”
Rispondi secco:
Clinico: obesità, rischio cardiometabolico alto, diabete/prediabete, comorbidità → ha senso parlarne con un Medico come parte di un percorso.
Accelerazione: “voglio tagliare 5–10 kg senza cambiare davvero” → altissimo rischio di comprare un risultato temporaneo.
2) Seconda domanda: “Ho già fatto le 3 cose noiose che funzionano?”
Se la risposta è no, il GLP-1 non è la prima mossa: è un’ultima mossa.
Le 3 cose noiose:
Pasti stabili (proteine come ancora + vegetali + carbo modulati)
Movimento minimo non negoziabile (2–3 sedute + passi)
Sonno e ritmo (senza, la fame diventa più aggressiva)
Per costruire pasti stabili senza diventare maniaco: Quanti pasti al giorno?
Per rimettere il movimento al centro (senza estremismi): Esercizi snack: come muoverti senza allenarti
Per proteggere sonno e margine decisionale (che cambia anche la fame): Come dormire meglio (già da stasera)
3) Terza domanda: “Sono disposto a gestire costi, follow-up e mantenimento?”
Senza dramma, ma con realtà:
possibile gestione di effetti gastrointestinali;
necessità di follow-up medico;
costi e durata;
pianificazione del mantenimento.
Se anche una sola di queste cose ti fa dire “no”, probabilmente stai cercando un mito, non uno strumento.
4) Se lo stai considerando sul serio: porta queste 8 domande dal Medico
Qual è l’indicazione per me, oggi (non generica)?
Quali alternative hanno lo stesso rapporto rischio/beneficio?
Quali sono le controindicazioni o i rischi rilevanti nel mio caso?
Che monitoraggi servono (clinici/lab) e ogni quanto?
Per quanto tempo ha senso considerarlo, realisticamente?
Qual è il piano “durante” (pasti, attività, proteine, idratazione)?
Qual è il piano “dopo” (mantenimento, tapering decisionale, segnali di rebound)?
Quali segnali sono “stop” immediato e contatto?
Segnali & stop
Se ti riconosci qui, rallenta e cambia rotta (o fatti seguire):
stai usando l’idea del GLP-1 come “soluzione” a un rapporto difficile con il cibo;
hai un pattern di restrizione/abbuffate o colpa intensa;
vuoi usarlo per una scadenza estetica (evento, estate) senza cambiare basi;
ti attira soprattutto per “zittire la testa” e non per costruire una vita sostenibile.
Se il tema è fame emotiva/colpa: Fame vera, fame emotiva e sensi di colpa
FAQ su GLP-1
I GLP-1 “funzionano” davvero?
Sì, in studi clinici su popolazioni con sovrappeso/obesità hanno mostrato perdite di peso importanti, soprattutto quando inseriti in un percorso. Il punto non è negarli: è capire per chi sono, a quale prezzo, e cosa succede dopo.
Se li smetto, riprendo tutto?
Per molte persone una parte rilevante della perdita può essere recuperata nel tempo se non hai costruito basi solide. È per questo che il tema chiave è il mantenimento, non il “prima”.
Sono una scorciatoia?
Possono essere un acceleratore clinico in contesti giusti. Diventano scorciatoia quando li usi per evitare di costruire struttura e competenze.
Rischio di perdere muscoli?
Con grandi perdite di peso, una quota di massa magra spesso scende. Il modo per proteggerti è movimento + proteine adeguate + progressione sensata. Non serve perfezione, serve strategia.
Se non sono obeso, ha senso?
Per molte persone senza obesità/malattia metabolica, il rapporto rischio/beneficio tende a essere peggiore: stai pagando un prezzo alto per risolvere un problema che spesso è risolvibile con basi noiose ma efficaci.
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Wilding JPH et al. Once-Weekly Semaglutide in Adults with Overweight or Obesity. N Engl J Med. 2021.
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Jastreboff AM et al. Tirzepatide Once Weekly for the Treatment of Obesity. N Engl J Med. 2022.
Lincoff AM et al. Semaglutide and Cardiovascular Outcomes in Obesity without Diabetes. N Engl J Med. 2023.
Neeland IJ et al. Changes in lean body mass with glucagon-like peptide-1-based therapies and mitigation strategies. Diabetes Obes Metab. 2024.
Nulla è più pratico di una buona teoria: come scegliere meglio (senza dogmi)
La pratica senza teoria è cieca. La teoria senza pratica è sterile. Qui trovi un modo semplice per usare modelli, evidenza e test personali senza diventare schiavo dei trend.
Quando senti “teoria”, spesso pensi a roba astratta.
Quando senti “pratica”, pensi a “faccio e vedo”.
Il problema è che nella vita reale non esiste pratica “pura”. Anche quando improvvisi, stai seguendo una teoria — solo che non l’hai dichiarata.
Una buona teoria non è un sermone: è una mappa.
E una mappa serve proprio quando il territorio è confuso.
Per chi / Non per chi
Per te se:
ti senti tirato tra “fidati del metodo” e “fidati dell’istinto”, e vuoi un criterio per scegliere;
ti capita di saltare da un trend all’altro senza capire cosa stai davvero testando;
vuoi usare la scienza come strumento, non come religione.
Non per te se:
stai cercando “la teoria definitiva” che risolva tutto senza contesto;
vuoi una lista di regole da eseguire senza ragionare;
vuoi un dibattito tribale (pro/contro) invece di un metodo pratico.
In breve
Se ti manca una teoria, non stai “più libero”: stai solo guidando al buio.
E se ti manca un metodo pratico, la teoria rimane una bella idea che non cambia nulla.
Quello che ti serve è un ponte.
Ogni consiglio è un modello (anche “vai a sensazione”).
Se non dichiari il modello, lo subisci.
La scienza non ti dà certezze: ti dà probabilità e confini.
La tua vita reale è il test finale: ma va testata con criterio.
La mossa Oukside è: criteri > dogmi, sempre.
La teoria che già stai usando (anche quando dici “vado a sensazione”)
“Vado a sensazione” suona spontaneo, ma quasi sempre significa:
“Ho un modello implicito e lo sto applicando senza accorgermene.”
E questo vale anche nel fitness:
“Se mi alleno di più, dimagrisco di più” è una teoria.
“I carbo mi fanno gonfiare” è una teoria.
“Se salto colazione controllo la fame” è una teoria.
Il punto non è eliminare i modelli. Il punto è scegliere modelli migliori.
Tre esempi veloci (non fitness, ma fitness)
Mappe e Street View
Se devi arrivare in un posto dove non sei mai stato, non parti “a sensazione”. Usi una mappa. La mappa non è il territorio, ma senza mappa ti perdi più spesso.Istruzioni Ikea
Non monti un mobile complesso solo “provando”. Segui un modello: ordine, incastri, sequenza. È teoria resa pratica.Simulatore di volo
Un pilota non “impara volando” partendo da zero. Fa simulazione, check-list, procedure. Prima costruisce un modello, poi lo porta nel mondo.
Nel fitness è uguale: la teoria è il simulatore. La pratica è il volo.
Tu vuoi volare, non schiantarti.
Dove si inceppa tutto: “uno dice”, “a me funziona”, “lo dice la scienza”
Nel mondo salute/fitness, le fonti tipiche sono tre:
Aneddoti (“a me funziona”)
Autorità (“lo dice X / lo fanno tutti”)
Letteratura (“ci sono studi”)
Il problema non è che esistano. Il problema è usarle male.
L’aneddoto può essere vero ma irripetibile.
L’autorità può essere competente ma parziale.
“Ci sono studi” può voler dire una cosa sola: stai guardando contesti diversi con la stessa lente (unità di misura diverse, popolazioni diverse, obiettivi diversi). Se non scavi, i risultati sembrano in conflitto — e ti perdi proprio il pezzo utile: il perché cambiano.
Se ti serve una bussola rapida, parti da qui: prima di credere, chiedi “da cosa?” (unità, confini, qualità delle prove, trade-off).
E poi fai una cosa molto semplice: scava finché riesci a capire dove sta la differenza (contesto, variabili, obiettivi).
Oltre quel punto, non chiuderti: resta aperto. Non perché “non esiste il vero”, ma perché il tuo livello di dettaglio ha un limite — e quel limite non va riempito con scorciatoie.
Quattro domande per non farti fregare dai consigli
1) Qual è l’unità di misura?
Stai parlando di kg? kcal? performance? fame? sonno? aderenza?
Se l’unità è sbagliata, puoi dimostrare qualunque cosa.
Lo vedi anche quando si riduce tutto a numeri: se vuoi un esempio concreto di come l’unità “calorie” possa diventare una trappola mentale, qui: The Calorie Project.
2) Quali sono i confini del sistema?
Il consiglio considera solo l’allenamento? anche il sonno? lo stress? il contesto sociale? la logistica?
Una teoria che ignora il contesto spesso “funziona” solo nel laboratorio della fantasia.
3) Che tipo di prova lo sostiene?
“Studi” non è una categoria unica. Ci sono prove più forti e prove più fragili, e ogni tipo ha limiti.
Se vuoi una lente completa su questo tema (senza trasformarla in religione), qui: Evidenza senza fideismo.
4) Qual è il trade-off?
Se un consiglio migliora X, cosa peggiora? Energia? relazione col cibo? stress? performance?
Quando una teoria è venduta come “zero costo”, spesso il costo c’è. Solo che lo paghi dopo.
La scienza (usata bene): non ti dà dogmi, ti dà confini
Un modo utile per pensarla:
La scienza non ti dice cosa fare “per forza”.
Ti dice cosa è più probabile che funzioni, per chi, in quali condizioni, e dove sono i limiti.
E ti protegge da due trappole opposte:
la trappola del “tanto è tutto soggettivo”;
la trappola del “lo dice la scienza quindi zitti”.
In pratica: il metodo Oukside per trasformare teoria in azione
Mossa 1) Dichiarare obiettivo + metrica (prima del metodo)
Scegli una cosa sola da ottimizzare per 14 giorni.
Esempi concreti (non “dimagrire” generico):
“Voglio meno fame serale.”
“Voglio allenarmi 3 volte senza saltare.”
“Voglio dormire meglio e svegliarmi meno rintronato.”
“Voglio ridurre gli extra automatici.”
Una volta dichiarato l’obiettivo, scegli 1–2 metriche realistiche.
Non dieci. Non perfette. Realistiche.
Mossa 2) Triangolazione: meccanismo + evidenza + segnali tuoi
Una buona teoria regge su tre gambe:
meccanismo: ha senso biologico/comportamentale?
evidenza: che tipo di prove ci sono? quanto sono pulite?
segnali tuoi: come reagisci tu, nel tuo contesto?
Qui dentro rientrano anche effetti strani e potenti come il contesto, le aspettative e il rituale (che non sono “fuffa”): Effetto placebo.
E rientrano anche le illusioni cognitive che ti fanno “sentire” vero qualcosa che non lo è: Diet illusion.
Mossa 3) Micro-esperimento (con guardrail) + review
Fai un test piccolo, con regole chiare:
durata: 7–14 giorni (non 3 mesi)
una variabile principale (non cinque)
1 “stop” chiaro (se succede X, interrompi o ridimensioni)
E poi fai review. Non “valutazione morale”. Review.
Se ti aiuta, puoi usare una mini-struttura di decisione/consapevolezza che resta concreta: Consapevolezza pratica: come usarla per decidere meglio.
Segnali & stop (quando la teoria va buttata o ridimensionata)
Interrompi o riduci se:
il protocollo ti rende più ossessivo, più rigido, più ansioso;
peggiora sonno, umore, energia in modo netto per più giorni;
ti spinge verso estremi (restrizione pesante, allenamento compulsivo, “o perfetto o niente”);
stai usando “scienza” come arma per giustificare un comportamento che ti sta facendo male.
Qui l’obiettivo non è “avere ragione”. È stare bene e funzionare.
FAQ su teoria e pratica
Ma quindi devo leggere studi per allenarmi o mangiare meglio?
No. Devi avere un metodo per non farti trascinare dai trend. Gli studi ti aiutano quando devi scegliere tra opzioni e capire i limiti, non come compito quotidiano.
“A me funziona” vale o no?
Vale come segnale, non come prova universale. Funziona se lo tratti come un dato: “in questo contesto, con questi vincoli, succede questo”.
Se la scienza non dà certezze, a cosa serve?
A ridurre errori grossi e a dirti dove è più probabile trovare risultati. È una torcia: non ti teletrasporta, ma ti fa inciampare meno.
Come evito di fissarmi sulle metriche?
Scegline poche, collegale a comportamenti reali e metti un limite temporale. Poi fai review e chiudi il test.
Qual è la teoria più utile in assoluto?
Quella che ti fa essere costante senza rovinarti la vita. Se una teoria ti rende “più performante” ma ti brucia, non è pratica: è un debito.
-
Bedeian AG. A note on the aphorism “there is nothing as practical as a good theory”. J Manag Hist. 2016.
Concato J, Shah N, Horwitz RI. Randomized, controlled trials, observational studies, and the hierarchy of research designs. N Engl J Med. 2000.
Barton S. Which clinical studies provide the best evidence? The best RCT still trumps the best observational study. BMJ. 2000.
Atkins D, et al. Grading quality of evidence and strength of recommendations. BMJ. 2004.
Grasso ostinato e dimagrimento localizzato: cosa è vero (e cosa no)
Vuoi scegliere dove dimagrire? Il corpo non funziona a rubinetto. Qui vedi cosa è vero sul dimagrimento localizzato, perché alcune zone sembrano “ostinate” e come muoverti senza raccontarti storie.
C’è una domanda che torna sempre uguale, applicata a zone diverse: pancia bassa, maniglie, cosce, culotte de cheval, interno ginocchio. Cambia la zona, ma il desiderio è uno: scegliere dove dimagrire.
E qui il mercato fa festa: “esercizi per la pancia”, “workout brucia-grasso interno coscia”, “protocollo per le maniglie”. Sembra plausibile perché senti bruciare lì. Ma bruciare non è un metro.
In questo articolo facciamo una cosa semplice e adulta: niente dogmi. Cosa dice davvero l’evidenza sul dimagrimento localizzato (quello che online chiamano “spot reduction”), perché il grasso “ostinato” sembra ostinato, e quali mosse hanno senso se vuoi provarci senza farti fregare.
Per chi
Per te se:
hai una zona che “resta” anche quando sei già in forma;
ti stai chiedendo se addominali / glutei / interno coscia possano “tirare via” il grasso sopra;
vuoi criteri pratici, non una promessa.
In breve
La regola generale: il dimagrimento è soprattutto sistemico (non scegli tu l’ordine).
La zona “ostinata” spesso è l’ultima a cedere perché è diversa per te (distribuzione, sesso, storia di peso, contesto ormonale, flusso sanguigno locale).
Il dimagrimento localizzato come idea “faccio X e dimagrisco proprio lì” non è affidabile.
Però: alcuni studi suggeriscono che, in condizioni specifiche, potrebbe esistere un micro-effetto locale (piccolo, non garantito, e facile da confondere con misure/aspettative).
Princìpi
1) Il corpo “sposta carburanti”, non obbedisce al tuo dito
Quando alleni un distretto, aumenti il lavoro del muscolo sotto. Ma il grasso sopra non è un rubinetto diretto.
Quello che puoi controllare davvero è:
quanto spesso stimoli il corpo (allenamento + movimento quotidiano);
quanto stabile è la tua routine (sonno, stress, fame reattiva);
se stai creando una direzione che regge settimane e mesi.
Se qui ti incasini perché la bilancia fa teatro, prima metti ordine: La bilancia: cosa stai misurando davvero.
2) “Ostinato” non significa “ormoni = colpevole unico”
Il grasso “ostinato” ha una componente ormonale (e nella vita le fasi contano: età, ciclo, peri/post-menopausa). Ma ridurlo a “è solo ormonale” è un favore ai venditori.
Più utile pensarlo così:
pattern (dove accumuli) ≈ genetica + sesso + contesto ormonale + storia di peso;
velocità (quanto scende) ≈ quanto riesci a restare regolare senza rimbalzi.
Quindi la domanda adulta non è “qual è l’esercizio per la zona”. È: cosa mi fa perdere regolarità?
3) Perché senti “bruciare” nella zona (e non è una prova)
Il bruciore locale è spesso un mix di:
lavoro metabolico del muscolo;
accumulo di metaboliti;
percezione (focus attentivo) sulla zona.
È un segnale di sforzo, non di “grasso che si scioglie”.
Evidenze
Qui il punto è delicato: la letteratura non è un coro. È più simile a una stanza con persone che misurano cose diverse.
Nel complesso, le sintesi con approccio sistematico tendono a trovare nessun effetto consistente di riduzione locale del grasso vicino al muscolo allenato.
Alcuni trial, invece, riportano riduzioni regionali in protocolli specifici (spesso combinando lavoro locale ad alto volume con endurance).
In studi “classici” sugli addominali, fare addominali non ha mostrato il miracolo “pancia piatta” se il resto resta uguale.
Il punto pratico: se esiste, l’effetto locale è piccolo, dipende da protocollo/misura/populazione, e non è la leva principale.
In pratica
Step 1) Prima togli il marketing dal tavolo
Se un programma promette “dimagrimento localizzato” come output certo, sta vendendo speranza, non una strategia.
Quello che puoi ottenere in modo affidabile con un lavoro mirato è:
più tono e massa nel distretto (che cambia la forma);
più resistenza locale (che ti fa sentire “più stretto”);
postura e controllo migliori (che cambiano la percezione della zona).
Se stai inseguendo addominali “veri” (non solo crunch), qui hai una lente utile: Addominali “veri”: deep abs.
Step 2) Il protocollo “onesto” se vuoi provarci (come esperimento)
Se vuoi testare l’idea del dimagrimento localizzato senza dogmi, fallo così: come un esperimento, non come una fede.
1) Base (non negoziabile):
2–3 sedute di forza a settimana (full-body o upper/lower);
movimento quotidiano sufficiente a non vivere seduto.
Se ti serve un approccio semplice che regge, vedi: Allenati meno, ottieni di più e Allenarsi quando non hai tempo.
2) Blocco locale (8–12 settimane):
3–4 volte a settimana, 10–20 minuti solo sul distretto;
volume alto e “resistenza muscolare” (serie lunghe / circuiti / pause brevi);
sensazione: fatica locale reale, ma senza distruggerti.
3) Controllo (per non raccontarti storie):
foto comparabili (luce/posa costante);
un metro (circonferenza) nello stesso punto;
trend del peso, non il giorno singolo.
Se vuoi un metodo più realistico per capire cosa cambia, c’è anche questa lente: Stima visiva della composizione corporea.
Step 3) La parte che nessuno vuole sentire: tempo e fede (aderenza)
Il grasso “ostinato” spesso è l’ultimo a scendere perché è vecchio, perché la zona ha caratteristiche diverse, e perché non è mai stato una priorità abbastanza alta da “pagare il prezzo” (regolarità per mesi).
Qui l’unica magia è restare più ostinato di lui — ma facendo il giusto abbastanza che puoi tenere a lungo.
Segnali & stop
Se la ricerca della “zona perfetta” sta mangiandosi sonno, socialità e umore, non è più fitness: è identità travestita.
Se hai amenorrea, irregolarità marcate del ciclo, o segni di bassa disponibilità energetica, non trattarlo come un problema estetico: è un segnale da prendere sul serio.
FAQ su grasso ostinato e dimagrimento localizzato
Quindi il dimagrimento localizzato è impossibile?
Non è il punto. La domanda utile è: “è una leva affidabile?”. Per la maggior parte delle persone, no. Se esiste un effetto, è piccolo e dipende da protocollo e misurazione.
Perché negli uomini resta la pancia e nelle donne cosce/glutei?
È un pattern comune influenzato da sesso, ormoni e genetica. Ma non è una condanna: cambia con fasi della vita e con la regolarità nel tempo.
Gli addominali bruciano il grasso addominale?
Possono migliorare controllo e tono. Il grasso addominale, invece, segue soprattutto una direzione generale. Se vuoi provarci “da esperimento”, aggiungi un blocco locale ad alto volume e misura bene.
Perché la zona cambia “consistenza” prima di scendere?
Succede che, mentre dimagrisci, cambiano acqua, infiammazione locale, tono del tessuto e percezione (vedi anche: whooshing e dimagrimento). Non è una prova scientifica, ma è un’esperienza frequente: la cosa importante è non scambiarla per “stai sciogliendo proprio lì”.
Cosa funziona davvero, allora?
Costruire una direzione che regge: allenamento di forza, movimento quotidiano, gestione del recupero. Se vuoi una lente utile senza dogmi: Cardio per dimagrire.
-
Ramírez-Campillo R, et al. A proposed model to test the hypothesis of exercise-induced localized fat reduction (spot reduction), including a systematic review with meta-analysis. Hum Mov. 2022.
Kostek MA, et al. Subcutaneous fat alterations resulting from an upper-body resistance training program. Med Sci Sports Exerc. 2007.
Paoli A, et al. Effect of an Endurance and Strength Mixed Circuit Training on Regional Fat Thickness: The Quest for the “Spot Reduction”. Int J Environ Res Public Health. 2021.
Brobakken MF, et al. Abdominal aerobic endurance exercise reveals spot reduction exists: A randomized controlled trial. Int J Environ Res Public Health. 2023.
Vispute SS, et al. The effect of abdominal exercise on abdominal fat. J Strength Cond Res. 2011.
Stallknecht B, et al. Are blood flow and lipolysis in subcutaneous adipose tissue influenced by contractions in adjacent muscles in humans?. Am J Physiol Endocrinol Metab. 2007.
Dieci anni di Oukside: la realtà è complessa, le tue mosse no
Oukside esiste per tenere in casa la complessità e trasformarla in mosse semplici. Non banalizzare: scegliere la chiave giusta, nel contesto giusto.
Cara/o Ouksider,
Il 2026 è l’anno in cui Oukside compirà dieci anni (il 16 marzo 2026). Quando ho iniziato (16 marzo 2016) avevo una convinzione semplice e un problema enorme.
La convinzione: la scienza conta.
Il problema: la scienza, quando la porti nella vita reale, non diventa automaticamente utile.
In mezzo c’è stato un fraintendimento che mi sono sentito ripetere mille volte, con intenzioni diverse:
“Vuoi sintetizzare tutto in poche mosse semplici.”
Qui, secondo me, è nato l’equivoco.
Io non ho mai voluto “semplificare la realtà”. Ho voluto tenere in casa la complessità e trasformarla in mosse semplici, umane, replicabili. Non perché la complessità non conti. Proprio perché conta.
La realtà è complessa. Le tue mosse no.
Le materie che non finiscono mai (e perché non le tradisco)
Biochimica, fisiologia, endocrinologia, statistica: sono campi che non “chiudono”. Evolvono, si raffinano, a volte si contraddicono.
E soprattutto descrivono sistemi vivi: non equazioni statiche.
Lo stesso stimolo può produrre risposte simili, ma quasi mai identiche.
due persone mangiano la stessa cosa e reagiscono in modo diverso;
due persone fanno lo stesso allenamento e recuperano in modo diverso;
la stessa persona, in due fasi diverse della vita, reagisce in modo diverso.
Questa non è una scusa per dire “tanto è tutto casuale”. È il motivo per cui serve criterio.
Per questo Oukside non è mai stato anti-complessità. È stato anti-qualcos’altro: l’uso teatrale della complessità.
Paroloni senza criterio. Protocolli da laboratorio incollati sulla vita di chi lavora, dorme poco, ha stress, famiglia, vincoli.
La complessità non è un palco. È un dovere.
Il fraintendimento: “poche mosse” non significa banalizzare tutto
Quando dico “mosse semplici” non intendo “risposte facili”. Intendo mosse che puoi davvero eseguire, ripetere, adattare.
Ecco tre esempi volutamente piccoli:
Un pizzico di sale in certi contesti di sudorazione e fatica può cambiare come ti senti e quanto “reggi”. Non perché il sale sia magico, ma perché liquidi ed elettroliti hanno una logica concreta. (Acqua e sale: cosa cambia davvero)
Un pugno di carboidrati la sera può aiutare alcune persone a dormire meglio. Non perché “i carboidrati conciliano sempre il sonno”, ma perché contano contesto, stress, storia di dieta, introito totale, ritmo della giornata. (Dormire meglio già stanotte)
Walk & breathe dopo i pasti (una passeggiata breve + due minuti di respiro lento) può essere una mossa banale che migliora fame “nervosa” e decompressione. Non perché sia un rituale spirituale: perché fisiologia e comportamento si parlano. (Respirazione rilassante)
La mossa è semplice.
Il perché, il quando, il per chi e il quanto richiedono la parte “dura”. È lì che si decide se la mossa è una chiave o una superstizione.
Semplificare non è banalizzare.
Banalizzi quando copi la mossa senza criterio e fuori contesto.
Pinza vs chiave a brugola
Immagina di dover stringere una vite a brugola.
Puoi usare la chiave a brugola giusta. Oppure puoi usare una pinza.
Con la pinza “più o meno” ci riesci. Ma fai più fatica, scivola, non controlli bene la forza, rischi di spanare.
Nel fitness succede spesso lo stesso:
prendi un protocollo nato per un contesto A;
lo incolli nel tuo contesto B;
e poi ti stupisci se non funziona o se ti costa troppo.
Il punto non è che la mossa sia sbagliata. Il punto è che stai usando una pinza al posto della chiave giusta.
E qui entra la complessità in modo non romantico: non come “accademia”, ma come abilità pratica.
La complessità non è un vezzo: è quello che ti permette di scegliere la chiave giusta per quella vite, in quel momento della tua vita.
Se vuoi la “chiave giusta” per te
Capire è già tantissimo. Ma a volte il problema non è “sapere cosa fare”: è scegliere la mossa giusta per te, nel tuo contesto.
Per questo esiste Oukside Premium: libreria ordinata, kit per partire, e supporto quando serve per personalizzare tutto su di te — senza estremi e senza ricominciare ogni volta.
Dove si posiziona Oukside nella giungla del fitness
Oukside non è “solo scienza” fredda. E non è “solo esperienza” senza struttura.
È un mix preciso:
scienza come bussola, non come culto;
esperienza come realtà, non come prova assoluta;
criteri come ponte tra i due.
Da qui nascono mosse semplici, adattabili.
Se vuoi leggere il ragionamento in modo ordinato, qui: Esamina Oukside: Never Diet.
Se vuoi la porta d’ingresso al Metodo, qui: Metodo Never Diet.
Un’idea che mi guida da sempre è questa:
criteri > schede, processo > trucchetti, probabilità > promesse.
Oukside non è un metodo segreto.
È una lente e un set di mosse base che puoi riusare mentre la ricerca evolve.
Se vuoi cominciare adesso (quattro mosse semplici, una per Area)
Dopo dieci anni, se dovessi lasciare solo quattro mosse concrete per cominciare oggi, sarebbero queste.
Non perché il resto non conti. Ma perché queste quattro sono pilastri: ognuna sta in piedi da sola e, allo stesso tempo, sostiene tutte le altre.
Mossa 1 — EAT: definisci il tuo “cibo vero di base”
Non ti serve un piano perfetto. Ti servono 1–2 piatti “standard” che riesci a ripetere.
Criteri semplici:
c’è una fonte proteica riconoscibile;
c’è volume e micronutrizione (verdure o frutta, senza fissarti);
c’è un carboidrato o un grasso “da contesto”, non da paura.
Approfondisci qui: Cos’è davvero il “cibo vero”.
Se vuoi smontare una delle ossessioni più comuni (“kcal come religione”): The Calorie Project.
Mossa 2 — MOVE: scegli 2 allenamenti “cardine” da tenere tutto l’anno
Non ti serve il blocco perfetto da sei settimane. Ti serve poter dire: “questo lo posso ripetere”.
Una regola che funziona: 100+ allenamenti l’anno battono 6 settimane perfette.
Template minimale:
due sedute a settimana “full body” (spinta, tirata, squat/hinge, core);
una seduta breve extra quando puoi (camminata intensa, circuitino, mobility).
Per vedere come si fa “senza scervellarti”: Esempio di workout flessibile.
Per il principio “meno ma meglio”: Train less, get more.
Per la versione “non ho tempo”: Allenarti quando non hai tempo.
Mossa 3 — FEEL: proteggi il sistema (prima che ti presenti il conto)
Non devi diventare zen. Devi ridurre rumore e frizione, così le altre scelte diventano più facili.
Una base semplice per molti contesti:
8–15 minuti di camminata facile;
2 minuti di respiro lento.
Non è “mindfulness da poster”: è una mossa che abbassa il costo mentale della giornata.
Se vuoi una bussola chiara: Stress → Relax → Adapt.
Se vuoi un protocollo pratico: Respirazione rilassante.
Mossa 4 — ENJOY: costruisci libertà (e rendila replicabile)
Non ti serve “controllare” il piacere. Ti serve dargli un posto nel sistema, così non torna sotto forma di rigidità o compensazione.
Tre mosse brevi:
slot fisso a settimana (socialità, hobby, due ore offline: in calendario, non “quando capita”);
cornice per i piaceri ricorrenti (inizio/fine chiari: ti aiuta più del controllo);
niente tribunale: noti, impari, vai avanti.
Se vuoi una lente pratica su colpa e flessibilità: Food guilt e flessibilità.
Se vuoi un esempio concreto “piccolo ma umano”: Dolcetto dopo cena.
Se vuoi una riflessione utile su “stare bene vs sentirsi bene”: Vuoi stare bene, o vuoi sentirti bene?.
Se vuoi iniziare oggi, davvero
Never Diet Test — ingresso
Esamina Oukside: Never Diet — per capire come ragiono
Cos’è davvero il “cibo vero” — base EAT
Esempio di workout flessibile — base MOVE
Stress → Relax → Adapt — base FEEL
Food guilt e flessibilità — base ENJOY
Se vuoi applicare tutto con un percorso completo (e non solo leggere):
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Dieci anni dopo: cosa rimane uguale (e cosa no)
Cosa rimane uguale:
la guerra agli estremismi, non alle persone;
il rifiuto della vergogna come strumento;
l’idea che la complessità si onora con criterio, non con parole.
Cosa cambia:
gli esempi;
gli strumenti;
il modo in cui raccontiamo, perché cambiano le persone e cambia il mondo.
E però la frase resta.
La realtà è complessa. Le tue mosse no.
Grazie se ci sei da anni.
E benvenuto, se sei arrivato adesso.
Fitness, performance o estetica? Scegli il tuo obiettivo (e risparmia attrito)
Se confondi fitness, performance ed estetica, cambi approccio ogni due settimane e ti giudichi. Qui scegli un obiettivo dominante e usi criteri per restare coerente.
C’è un’idea diffusa (e un po’ tossica) che “stare bene e in forma” sia una sottoclasse di due cose più “serie”: performance sportiva o estetica.
No.
Sono tre obiettivi diversi, su piani diversi. Possono toccarsi, ma non sono la stessa cosa. E confonderli è uno dei modi più rapidi per finire in loop: cambi approccio ogni due settimane, ti giudichi, ricominci.
Se vuoi una cornice completa del Metodo Oukside (4 Aree / 9 Fattori): Never Diet — Metodo Oukside.
Il punto che quasi tutti saltano
L’essere umano “messo meglio possibile” in termini di benessere e forma (diciamo “al 99%”, il massimo realistico nella vita vera) potrebbe:
non essere il più performante in uno sport specifico;
non rispettare alcuni canoni estetici del momento.
Perché? Perché ottimizzare una cosa spinge a pagare un prezzo su altre: tempo, energie, recupero, rigidità di stile di vita.
Non è una questione di credere o non credere. È una questione di realismo.
Tre obiettivi, tre “prezzi” diversi
1) Fitness / benessere
Vuoi stare bene, essere energico, reggere lavoro e vita, allenarti con continuità e sentirti “solido”.
Prezzo tipico: moderato. La parola chiave è sostenibilità.
Se vuoi una traduzione operativa di “sostenibilità” quando la settimana è incasinata: Allenamento flessibile: esempio pratico.
2) Performance sportiva
Vuoi diventare più forte/veloce/tecnico in una disciplina precisa.
Prezzo tipico: specificità. Devi dedicare tempo e recupero allo sport, e spesso tagliare spazio ad altro.
3) Estetica
Vuoi enfatizzare la forma fisica in modo marcato.
Prezzo tipico: precisione e compromessi (alimentazione più controllata, allenamento più mirato, tolleranza più bassa alle “deviazioni”).
Se la “precisione” ti porta nel loop controllo/app/numeri, qui hai il pezzo che lo smonta bene: L’illusione della dieta.
Il punto non è demonizzare performance o estetica. È evitare l’errore più comune: volere tutto, subito, con il prezzo del fitness essenziale.
In pratica: tre domande per uscire dal loop
Se ti senti bloccato, non serve “un piano nuovo”. Serve ricalibrare.
1) Che obiettivo hai davvero in testa oggi?
Scegli uno solo:
Fitness / benessere
Performance
Estetica
Se ne scegli tre, non ne stai scegliendo nessuno.
2) Qual è il prezzo che sei disposto a pagare adesso?
Non “in teoria”. Adesso.
tempo settimanale reale
qualità del sonno realistica
stress e vincoli di lavoro
disponibilità mentale (quanta “rigidità” reggi senza saltare)
3) Qual è il segnale che userai per capire che stai andando bene?
Scegline uno principale e uno secondario.
Fitness: energia, forza “base”, continuità, meno dolore/rigidità
Performance: metriche dello sport (tempi, carichi, skill)
Estetica: misure e foto (con criterio), percezione corporea più stabile
Se vuoi rendere “foto e misure” più utili (meno rumore, più criterio): Stima visiva della composizione corporea.
Se il segnale è vago (“voglio sentirmi meglio”), finisci di nuovo a inseguire stimoli casuali.
“Ma si escludono?”
Non completamente.
Se fai fitness con criterio, spesso migliori anche performance “di base” e forma estetica.
Se fai sport con metodo, spesso diventi più in forma.
Se lavori sull’estetica con testa, spesso impari disciplina e struttura.
Il distinguo è soprattutto mentale: in ogni fase, è utile avere un obiettivo dominante. Gli altri possono essere conseguenze, non capi.
Per farla breve: nel tuo percorso gli obiettivi possono cambiare. Ma, momento per momento, averne uno soltanto in testa ti fa risparmiare attrito.
Cosa te ne fai, tu, adesso
Se oggi sei nel dubbio, scegli “Fitness / benessere” come default: è quello che regge meglio la vita reale.
Poi mettilo in pratica con due mosse:
tieni insieme le Aree (cibo, movimento, recupero, abitudini) senza fissarti su una sola: Never Diet — Metodo Oukside
e scegli un formato che ti tolga attrito, non che te ne aggiunga.
Be Ouksider. Think Oukside.
Sei consapevole di esserlo? Consapevolezza e MAAS test
Se ti senti spesso in “pilota automatico”, non ti serve un’altra lista di regole. Ti serve una lente: consapevolezza. E un modo semplice per fare check e fare una mossa.
Ti è mai capitato di arrivare da qualche parte in auto e pensare: “Come ci sono arrivato?”
Non perché ti sei perso, ma perché eri in modalità automatica.
Quella modalità è utile: ti fa risparmiare energia.
Il problema nasce quando la modalità automatica diventa lo stato “di default” anche dove ti servirebbe presenza: scelte, cibo, stress, sonno, relazioni, allenamento.
Il punto è questo: spesso non ti manca informazione. Ti manca presenza nel momento della scelta.
Puoi sapere già tutto “in teoria” eppure ritrovarti in automatico (stress → compensazione, stanchezza → rimando, ansia → controllo).
Per questo diciamo: meno nuove informazioni, più consapevolezza operativa. Non per sapere meno, ma per accorgerti prima e scegliere meglio.
Per chi è (e per chi non è)
Per chi è
Ti senti spesso in “pilota automatico” e vuoi capire dove perdi presenza.
Vuoi strumenti sobri per aumentare consapevolezza senza trasformarla in un progetto infinito.
Ti interessa un modo semplice per collegare consapevolezza e scelte concrete (non teoria).
Non è (ancora) per te
Cerchi una tecnica che prometta di “risolvere tutto”.
Stai attraversando un periodo in cui pratiche di introspezione ti destabilizzano (ansia intensa, derealizzazione, ecc.): in quel caso serve gradualità e, se necessario, supporto professionale.
In breve
La consapevolezza non è “stare nel qui e ora 24/7”. È:
accorgerti di cosa succede (pensieri, emozioni, corpo, impulsi);
scegliere un micro-aggiustamento invece di reagire in automatico;
ripetere questo gesto abbastanza spesso da renderlo naturale.
Un modo pratico per “misurarla” è la MAAS (Mindfulness Attention Awareness Scale): 15 frasi, punteggi, una media finale.
Princìpi
1) Conoscenza, coscienza, consapevolezza (senza farne filosofia)
Per capirci al volo:
Conoscenza: sapere qualcosa (“so cos’è la parola ‘cane’”).
Coscienza: l’esperienza di un “Io” che percepisce e agisce.
Consapevolezza: l’abilità di osservare quello che succede in te mentre succede.
È una semplificazione utile: ti serve per portare la lente sul quotidiano, non per fare un trattato.
2) “Vivere nel qui e ora” non è un dogma
Se provi a essere presente su tutto, sprechi energia.
La domanda più utile è: in quali momenti ti conviene essere più consapevole?
quando devi scegliere (cibo, priorità, confini, lavoro);
quando sei sotto stress (e l’automatismo ti porta a fare sempre le stesse cose);
quando vuoi cambiare un comportamento e ti accorgi che “ci ricaschi”.
3) Osservarti ti cambia già
Quando ti accorgi che stai reagendo, non stai più solo reagendo.
Quel mezzo secondo di spazio è dove nasce la scelta.
Se vuoi un ponte pratico verso “scelte sobrie” quando ti senti tirato da mille richieste: Imparare a dire di No: confini personali che ti fanno stare meglio (e più in forma).
Cosa dicono le evidenze
Due punti “robusti” da tenere a mente:
Scale come la MAAS sono state sviluppate e validate per misurare aspetti legati a attenzione e consapevolezza nel quotidiano.
In molti contesti, una maggiore mindfulness/consapevolezza si associa a esiti migliori su stress percepito e benessere psicologico, ma gli effetti dipendono da contesto, pratica e persona.
A te (e noi) interessa questo: la consapevolezza è utile se diventa mossa applicabile, non identità.
In pratica
1) Il check settimanale “minimo efficace” (5 minuti)
Scegli un momento fisso (es. domenica sera o lunedì mattina) e rispondi a tre domande:
Qual è l’obiettivo principale di questa settimana?
Qual è il collo di bottiglia più probabile?
Qual è una mossa semplice che lo riduce?
Non devi scrivere un diario. Devi creare direzione.
2) Il check giornaliero “stato del sistema” (30 secondi)
Una volta al giorno, senza teatro:
corpo: “tensione o morbidezza?”
mente: “rumore alto o basso?”
energia: “su o giù?”
E se il tuo autopilota parte appena apri gli occhi, qui hai un avvio pulito: Routine mattutina.
Se vuoi un esempio concreto su come abbassare il rumore quando sale, invece, impara a respirare meglio quando lo stress sale.
3) MAAS test: come funziona (e come leggerlo)
La MAAS è composta da frasi che descrivono situazioni tipiche di distrazione/automaticità.
Per ogni frase, assegni un punteggio da 1 (“quasi sempre”) a 6 (“quasi mai”). Poi fai la media.
media più bassa: più spesso sei in automatico;
media più alta: più spesso sei presente.
Non usarla per giudicarti. Usala per orientarti.
Le 15 frasi (versione pratica)
Mi accorgo di un’emozione solo dopo che è passata.
Rompo o dimentico cose perché ero distratto.
Fatico a restare concentrato su ciò che sto facendo.
Mi muovo “verso la meta” senza notare il percorso.
Non sento tensioni/fastidi finché non diventano forti.
Dimentico un nome appena l’ho sentito.
Agisco automaticamente senza rendermi conto di cosa sto facendo.
Faccio le attività quotidiane di corsa, senza attenzione.
Sono così focalizzato sul risultato che perdo contatto con il processo.
Lavoro “in automatico” senza presenza.
Ascolto a metà mentre faccio altro.
Guido col pilota automatico e poi mi chiedo perché ho preso quella strada.
Mi ritrovo spesso a rimuginare su passato o futuro.
Faccio cose senza rendermene conto (poi mi “risveglio”).
Mangio uno snack e mi accorgo tardi che stavo mangiando.
4) Dopo il punteggio: la mossa vera
Scegli un’area della vita dove l’automatismo ti costa caro e fai una sola cosa:
riduci frizione (rendere facile la scelta buona);
riduci tentazione (rendere difficile la scelta che ti sabota).
Se il tuo automatismo più frequente è “stress → compensazione”: Stress, relax, adapt.
Segnali da osservare (e quando fermarti)
Verdi:
ti accorgi prima dei pattern (fame nervosa, scroll, “sì” automatici);
recuperi più in fretta dagli scivoloni;
fai micro-aggiustamenti senza bisogno di rivoluzionare tutto.
Gialli:
trasformi la consapevolezza in controllo (devi “monitorare” tutto);
il check ti porta a colpevolizzarti invece che a scegliere una mossa.
Rossi:
pratiche di attenzione ti aumentano ansia o ti destabilizzano: riduci intensità e durata; se persiste, valuta supporto professionale.
FAQ su Consapevolezza e MAAS test
Devo essere presente sempre?
No. La presenza totale è inefficiente. L’obiettivo è essere più consapevole nei momenti che spostano la traiettoria.
Se faccio il test e viene “basso”, significa che sto male?
No. Significa che sei spesso in automatico. È un punto di partenza, non una diagnosi.
Quanto spesso dovrei rifarlo?
Se vuoi usarlo come check, ogni 4–8 settimane è più che sufficiente. Non trasformarlo in ossessione.
Consapevolezza = meditazione?
La meditazione può aiutare, ma la consapevolezza in Oukside è soprattutto un gesto pratico: notare, scegliere, ripetere.
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Brown KW, Ryan RM. The benefits of being present: mindfulness and its role in psychological well-being. J Pers Soc Psychol. 2003.
Baer RA, et al. Using self-report assessment methods to explore facets of mindfulness. Assessment. 2004.
Querstret D, Cropley M. Assessing treatments used to reduce rumination and/or worry: a systematic review. Clin Psychol Rev. 2013.
Restare in forma con semplicità
Non devi sapere tutto. Devi togliere rumore e tenere quattro pilastri solidi: EAT, MOVE, FEEL, ENJOY. La realtà è complessa; le mosse possono restare semplici.
C’è un’obiezione che sento da anni:
“Vorrei rimettermi in forma, ma è impossibile pensare a tutto.”
Te lo dico in modo netto: non è impossibile perché il corpo è troppo complesso. È impossibile perché il fitness ha costruito un mondo di informazioni patinate, infinite, spesso contraddittorie. E ti ha venduto l’idea che “fare bene” significhi inseguire ogni dettaglio.
La verità è meno spettacolare e molto più liberatoria: la realtà è complessa, ma le mosse che ti servono per stare in forma possono restare semplici.
Non “facili” in senso pigro. Semplici nel senso giusto: poche, ripetibili, adattabili alla vita vera.
Perché sembra difficile
Il fitness rende tutto più complicato per tre motivi.
Primo: confonde strumenti con identità. Un protocollo diventa “io sono quello che fa keto”, “io sono quello che fa HIIT”, “io sono quello che non mangia mai zuccheri”. E quando un pezzo scricchiola, scricchiola tutto.
Se ti riconosci in questa dinamica, tre esempi “stesso film, scene diverse”: Ketosi vs keto diet, HIIT e sprint a casa, Niente carbo?.Secondo: ti spinge a cercare la routine perfetta, invece di costruire un sistema che regge anche nelle settimane brutte.
Terzo: ti vende l’ansia travestita da disciplina: ogni deviazione diventa una colpa, ogni oscillazione un fallimento.
Io non ho costruito Oukside per aggiungere regole. L’ho costruita per togliere rumore.
Stare in forma con semplicità: le 4 Aree
Quando togli la patina, restano quattro pilastri. Non perché il resto non conti, ma perché se questi quattro sono in ordine, il resto smette di essere urgente.
EAT
Non significa “mangiare poco”. Significa mangiare in modo che tu ci riesca davvero, con cibo riconoscibile e regole che non ti inchiodano.
Se vuoi un criterio pulito per ripartire: Cos’è davvero “cibo vero”.
MOVE
Non significa “spaccarti”. Significa avere due ancore di forza e un minimo di movimento costante, così il tuo corpo resta competente.
Se sei in fase “casa” e vuoi un ingresso serio senza teatro: Allenamento a corpo libero.
FEEL
Non significa “fare mindfulness”. Significa gestire lo stress e il recupero in modo che il sistema non viva sempre in allarme.
Un articolo che chiarisce bene la logica: Stress → Relax → Adapt.
ENJOY
Non significa “premio” o “sgarro”. Significa autopadronanza e libertà: saper scegliere, saper dire sì, saper dire no, senza che ogni scelta diventi un tribunale.
Se vuoi un ponte pratico tra piacere e traiettoria: Feel good.
Queste quattro Aree non sono “supportive” una dell’altra. Sono pilastri. Ognuna tiene in piedi anche le altre, ma ognuna deve essere solida di suo.
Cosa te ne fai tu, domani mattina
Se vuoi una versione concreta, non perfetta, e soprattutto ripetibile, io partirei così.
Mossa 1 — EAT: scegli due “piatti base”
Due piatti che riesci a ripetere senza pensarci troppo. Non devono essere ideali. Devono essere tuoi, sostenibili, e sufficientemente “cibo vero”.
Mossa 2 — MOVE: due ancore di forza a settimana
Due sedute. Anche brevi. Se ti sembra “troppo poco”, questa è la lente giusta: Train less, get more. L’obiettivo non è “fare tutto”. È dare al corpo un segnale chiaro: siamo una persona che allena la forza.
Mossa 3 — FEEL: un gesto di downshift al giorno
Un gesto piccolo che abbassa l’attivazione: una camminata breve, una respirazione lenta, un’uscita dalla modalità “sempre acceso”. Non per essere zen, ma per recuperare.
Se ti serve un’idea concreta: Respirazione rilassante.
Mossa 4 — ENJOY: una regola di libertà
Una regola che ti fa vivere bene senza sabotarti. Per esempio: un rito settimanale, un pasto “sociale” pianificato, o un limite semplice che non ti umilia.
Qui non stai imparando a “controllarti”. Stai imparando a sceglierti.
Il punto fondante
Non ti serve sapere tutto. Ti serve un sistema che ti permetta di fare le mosse giuste anche quando la vita non è perfetta.
Se vuoi capire da dove nasce questa lente e come si collega a Never Diet: Examine: Oukside Never Diet.
Be Ouksider. Think Oukside.
