Never Diet Journal.

Il metodo Oukside in 4 Aree e 9 Fattori, applicato a domande vere su fitness, wellness e vita reale.

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Perché ho sempre fame? 7 cause comuni e 4 check pratici

Se provi a risolvere fame, voglia e stress con la stessa arma (resistere), perdi. Qui capisci cosa sta succedendo e scegli una mossa piccola ma sensata.

Se ti sembra di avere fame “sempre”, la tentazione è semplice: darti una colpa.

Più utile è un’altra ipotesi: stai mescolando cose diverse (fame, appetito, voglia, stress, abitudine) e stai provando a risolverle tutte con la stessa risposta: resistere.

Qui facciamo il contrario: identifichi la causa più probabile e poi scegli una mossa piccola ma sensata.

Per chi / Non per chi

Per chi è:

  • senti spesso fame anche quando “hai mangiato da poco”;

  • ti ritrovi a fare snack random e a rincorrere energia;

  • vuoi una pagina che ti orienti e ti indichi la mossa giusta (senza enciclopedia).

Non è per chi:

  • cerca un trucco per non sentire mai fame (la fame è un segnale, non un bug);

  • sta vivendo abbuffate frequenti o compensazioni: lì serve un percorso dedicato con Professionisti.

In breve

Avere sempre fame di solito non è “mancanza di forza di volontà”. È uno di questi scenari:

  • pasti poco stabili (ti riempi ma non reggi);

  • snack e bevande che alzano e abbassano l’energia;

  • sonno e stress che ti spostano verso cibi più facili;

  • restrizione rigida → desiderio → rimbalzo;

  • contesto “iper-stimolante” (varietà, ultra-processati, porzioni);

  • allenamento/deficit non gestiti.

Se vuoi la lente che spiega perché (fame vs appetito, sazietà vs saziazione, wanting/liking), parti da qui: Perché hai più fame di quella che vorresti

Princìpi

1) “Pieno” non significa “stabile”

Puoi sentirti pieno e avere fame dopo due ore. Succede quando il pasto ti sazia nel momento, ma non ti dà sazietà nelle ore successive.

2) Non è sempre fame: spesso è appetito (cue-driven)

Se l’unica cosa che ti va bene è “quel cibo preciso”, non è fame generica: è appetito, voglia, abitudine, contesto.

Le 7 cause più comuni (e dove andare)

1) Pasti poco stabili (ti fermi, ma non reggi)

Segnali tipici: fame a rimbalzo, spuntini inevitabili, porzioni che cambiano ogni giorno.

Mossa base: a pranzo e cena costruisci almeno un “piatto stabile” (proteine + qualcosa di saziante + porzione normale).

Per scegliere ritmo e quantità senza rigidità: Quanti pasti al giorno?

2) Snack e bevande “invisibili” (energia facile, fame veloce)

Segnali tipici: arrivi alle 16 distrutto, ti “salvi” con qualcosa di dolce, poi hai di nuovo fame.

Mossa base: se fai snack, fallo deciso (quando, cosa, quanto). E attenzione alle calorie liquide (succhi, bevande zuccherate, alcol).

Per decidere snack senza estremismi: Snack: sì o no?

3) Sonno scarso (più “drive”, meno margine)

Segnali tipici: fame e voglie più forti il giorno dopo, soprattutto per cibi rapidi e gratificanti.

Mossa base: non serve diventare monaco: ti basta una micro-routine che aumenti la probabilità di dormire meglio. Scopri come dormire meglio (già da stasera).

4) Stress e stanchezza mentale (mangi per spegnere, non per nutrire)

Segnali tipici: non hai fame “di stomaco”, ma vuoi qualcosa per cambiare stato. E spesso non ti soddisfa davvero.

Mossa base: prima di mangiare, fai una pausa breve (30–90 secondi) per tornare al volante; poi decidi.

Se qui ti riconosci spesso: Fame vera, fame emotiva e sensi di colpa

5) Restrizione rigida → desiderio → rimbalzo

Segnali tipici: giorni “perfetti” seguiti da giorni in cui salta tutto; sensi di colpa; compensazioni.

Mossa base: se il piano si regge solo con forza di volontà, è fragile. Ti serve un assetto più umano.

Scopri perché il miglior modo per ingrassare è mettersi a dieta.

6) Contesto iper-stimolante (varietà, ultra-processati, porzioni)

Segnali tipici: potresti smettere, ma “ti viene da continuare”; una cosa tira l’altra; mangi più per stimolo che per fame.

Mossa base: non devi “ripulire tutto”. Devi ridurre l’automatismo: porziona, scegli, sposta, rendi meno disponibile.

Per una lente utile su categorie e contesto: Cos’è davvero “cibo vero”?

7) Allenamento e deficit gestiti male

Segnali tipici: ti alleni duro, mangi poco, poi la fame ti travolge (o la sera “recuperi tutto”).

Mossa base: se il tuo obiettivo è dimagrire, il deficit deve essere sostenibile. Se il tuo obiettivo è performare, il carburante non è optional.

Per capire quando ha senso stringere e quando no: Allenarsi meno e mangiare meno

I 4 check (router) che risolvono l’80% dei casi

1) Check stabilità pasto

Chiediti: “Dopo questo pasto, reggo 3–5 ore?”

Se la risposta è quasi sempre “no”, il problema non è disciplina: è assetto.

2) Check tempo + specificità

  • Se sono passate molte ore e mangeresti anche qualcosa di semplice → più fame.

  • Se hai mangiato da poco e vuoi solo “quel cibo preciso” → più voglia/appetito.

3) Check sonno

Se dormi male, non sei “più debole”: hai semplicemente meno margine.

4) Check ambiente

Se ciò che ti “accende” è sempre a portata di mano in forma illimitata, stai chiedendo troppo alla tua forza di volontà.

In pratica: 4 mosse per oggi

  1. Aggiungi un’ancora proteica a pranzo e cena.

  2. Se fai snack, fallo deciso (non random): orario + porzione.

  3. Quando parte la voglia, fai 10 minuti di “buffer” (spostati, fai altro, bevi acqua): poi scegli.

  4. Proteggi il sonno con una micro-regola: stessa ora di stop schermi per 3 sere.

Segnali & stop

  • Se la fame “sempre” è nuova, intensa e associata a sintomi insoliti (sete marcata, dimagrimento non voluto, tremori frequenti, insonnia importante), ha senso confrontarsi con il Medico.

  • Se senti di essere in un ciclo di abbuffate/compensazioni, la priorità non è aggiungere regole: è uscire dal loop con supporto professionale.

FAQ su “sempre fame”

Se ho sempre fame, devo mangiare più spesso?
Non per forza. A volte basta rendere i pasti più stabili. Se invece i tuoi pasti sono già solidi, aumentare la frequenza può diventare solo più opportunità di “fare snack”. Parti da: Quanti pasti al giorno?

È normale avere più fame quando dormo poco?
Sì, succede spesso: il giorno dopo hai più “drive” verso il cibo e meno margine decisionale. Non serve la notte di sonno perfetta: una routine minima può fare molto.

Il digiuno intermittente mi aiuta o mi fa venire più fame?
Dipende da come reagisci tu. Per alcune persone è comodo; per altre aumenta rimbalzi e voglie. Se ti porta a serate ingestibili, non è lo strumento giusto.

Cos’è il “food noise”?
È quando il cibo diventa un rumore di fondo: pensieri ricorrenti, voglie che partono da stimoli e contesto più che da fame. Se ti ci riconosci, spesso aiutano: struttura dei pasti, gestione snack e lavoro su fame emotiva.

Bere acqua mi “toglie” la fame?
A volte confondi sete e fame, quindi bere può aiutare. Ma se il problema è appetito/cue o un pasto instabile, l’acqua non sostituisce un assetto alimentare migliore.

Scopri di più
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Perché hai più fame di quella che vorresti (anche quando sei pieno)

A volte non è forza di volontà: è che stai chiamando “fame” cose diverse. Se distingui che fame è, smetti di combattere tutto con la stessa arma.

A volte non è “mancanza di forza di volontà”.

È che stai usando una parola sola — fame — per descrivere cose diverse: bisogni del corpo, desideri del cervello, abitudini dell’ambiente.

E se non distingui che fame è, finisci per combattere tutto con la stessa arma: stringere i denti. Che funziona… finché non funziona più.

Per chi / Non per chi

Per chi è:

  • senti spesso fame “di testa” anche dopo un pasto;

  • vuoi capire perché c’è sempre spazio per il dolce e come gestirlo senza rigidità;

  • cerchi 2–4 mosse pratiche per mangiare con più criterio, non con più controllo.

Non è per chi:

  • sta affrontando un disturbo del comportamento alimentare già diagnosticato (qui serve un lavoro dedicato con Professionisti);

  • vuole un metodo per non sentire mai fame o voglia di qualcosa di buono (obiettivo poco umano, e spesso controproducente).

In breve

  • Fame e appetito non sono la stessa cosa: il corpo cerca energia, il cervello cerca gratificazione.

  • Saziazione è “mi fermo durante il pasto”. Sazietà è “reggo fino al prossimo pasto”. Non coincidono sempre.

  • Alcuni cibi ti “spengono” in bocca (saziazione) ma non ti tengono stabile (sazietà).

  • Il punto non è eliminare il desiderio: è costruire un contesto dove il desiderio non comanda.

Se vuoi la versione più pratica su fame emotiva, sfizi e sensi di colpa, qui: Fame vera, fame emotiva e sensi di colpa

Princìpi

1) Fame vs appetito: stesso volante, motori diversi

La fame è un drive fisiologico: ti spinge a cercare cibo quando l’organismo ne ha bisogno.

L’appetito è più “motivazionale”: è la spinta verso un cibo specifico, spesso legata a cues (vista, odore, contesto) e gratificazione.

Puoi avere poca fame e tanto appetito.

È il motivo per cui, anche dopo un pranzo abbondante, il cervello trova comunque una corsia preferenziale per il dessert: non è solo “spazio nello stomaco”, è anche spazio nel sistema di ricompensa.

Una lente utile qui è la distinzione tra liking e wanting:

  • liking = quanto ti piace davvero mentre lo mangi;

  • wanting = quanto ti “tira” prima ancora di mangiarlo.

Non sempre vanno insieme: puoi volere molto una cosa che poi, appena iniziata, ti dà meno piacere del previsto. Questo è uno dei punti in cui l’“autopilota” vince.

2) Saziazione vs sazietà: fermarti adesso, reggere dopo

Qui si fa confusione continuamente.

  • Saziazione: il segnale che ti fa dire “basta” durante il pasto.

  • Sazietà: il segnale che ti fa dire “sto bene” nelle ore successive.

Alcuni cibi (molto sapidi, molto “facili”) aumentano la saziazione: ti stancano in bocca e ti fermano.

Ma non è detto che aumentino la sazietà: dopo poco, la fame torna.

Ecco perché non basta “sentirsi pieno” per dire “ho risolto”: pieno è spesso saziato, non necessariamente sazio.

3) “C’è sempre spazio per il dolce” non è un difetto morale

Esiste un fenomeno chiamato sensory-specific satiety (sazietà sensorio specifica): mentre mangi, la piacevolezza di quel sapore specifico tende a calare, ma un sapore diverso (dolce dopo salato, croccante dopo morbido) può riaccendere l’interesse.

Traduzione pratica: varietà + contrasto di sapori rendono più facile mangiare oltre le necessità.

Non significa che “il dolce è il male”. Significa che se lo tratti come una trappola, la trappola vince. Se lo tratti come una scelta, hai più margine.

4) Se il piano si regge solo con forza di volontà, è un piano fragile

Quando la strategia è tutta: “resisto”, il tuo sistema diventa binario.

E il binario tipico è: restrizione → desiderio → sfogo → colpa.

Se ti riconosci, ti conviene leggere anche questo: Il miglior modo per ingrassare è mettersi a dieta

Evidenze (solo quello che ti serve)

  • La palatabilità tende a influenzare soprattutto quanto ti fermi durante il pasto (saziazione), non per forza quanto reggi dopo (sazietà).

  • Il modo in cui mangi (es. bocconi più piccoli e più tempo di esposizione orale) può ridurre l’introito nel pasto.

  • “Wanting” e “liking” sono processi distinguibili: non è una poesia, è un modo utile per capire perché certe voglie partono “prima” di te.

  • La scelta della porzione è influenzata anche da ciò che ti aspetti in termini di pienezza: alcuni cibi sono percepiti come “poco sazianti” e quindi portano a porzioni più grandi.

In pratica

1) Mini-check “che fame è?” (30 secondi)

Fai 3 domande. Rispondi al volo.

1) Quando ho mangiato l’ultima volta? Se sono passate molte ore, è più facile che sia fame fisica.

2) Mangerei anche qualcosa di semplice? Se sì → fame. Se no, e vuoi solo “quel cibo preciso” → voglia/appetito.

3) Com’ero 10 minuti fa? Se eri stressato, annoiato o stanco → possibile fame mentale/emotiva.

La mossa

  • Fame fisica → fai un pasto stabile.

  • Voglia/appetito → rendila intenzionale (porzione + momento) o cambia cue (spostati, aspetta 10’).

  • Fame mentale/emotiva → esci dal loop e usa una guida pratica: Fame vera, fame emotiva e sensi di colpa

2) Costruisci un “pasto stabile” (non un pasto perfetto)

Se vuoi meno fame a rimbalzo, cerca stabilità, non “leggerezza”.

In pratica, a pranzo e cena:

  • una fonte proteica;

  • una quota di verdure;

  • carboidrati modulati su fame e allenamento;

  • un po’ di grassi “normali”, senza estremismi.

Se ti aiuta ragionare su quantità e frequenza, qui: Quanti pasti al giorno?

3) Se vuoi il dolce, rendilo intenzionale

Molte persone non hanno “troppo dolce”. Hanno dolce random, quando sono stanche o scariche.

Due mosse semplici:

  • scegli quando (es. dopo cena, non a caso alle 17);

  • scegli quanto (porzione decente, servita e finita, non “assaggi continui”).

Se ti capita spesso dopo cena: Sfizio dopo cena: come gestirlo

4) Cambia l’ambiente prima di cambiare te

L’appetito è cue-driven.

Quindi, in pratica:

  • se una cosa ti fa partire sempre, non tenerla “a portata di mano” in forma illimitata;

  • se la vuoi, porzionala (compra porzioni singole o porziona subito);

  • se il problema sono gli snack, non serve eliminarli: serve decidere quando sì e quando no. (Vedi qui: Snack: sì o no?.)

Segnali & stop

  • Se la fame è accompagnata da forte ansia, abbuffate frequenti o compensazioni (digiuni punitivi, allenamento “riparatorio”), la priorità è uscire dal ciclo: non serve stringere le regole.

  • Se la tua strategia ti porta a tagliare troppo e poi “crollare”, non è disciplina: è un assetto instabile.

  • Se hai condizioni cliniche (diabete in terapia, problemi gastrointestinali importanti, ecc.), evita soluzioni fai-da-te estreme.

FAQ su fame, appetito e sazietà

Perché ho fame anche dopo un pasto abbondante?
Perché potresti essere saziato (ti sei fermato durante il pasto) ma non davvero sazio (non reggi nelle ore successive). Inoltre l’appetito può riaccendersi per cue e varietà di sapori, anche senza vera fame fisica.

Come faccio a capire se è fame o voglia?
Guarda tre segnali: tempo dall’ultimo pasto, disponibilità a mangiare “cibi normali”, e stato emotivo immediatamente precedente. La voglia di solito è più specifica e più legata a contesto ed emozioni.

Mangiare lentamente serve davvero?
Spesso sì, perché aumenta l’esposizione sensoriale orale e facilita la saziazione. Non è una bacchetta magica: funziona meglio dentro una dieta complessivamente stabile.

Perché il dolce “entra sempre”?
Perché il desiderio può spostarsi verso un sapore nuovo (dolce) anche quando il sapore precedente (salato) ha iniziato a “stancarti”. È un fenomeno noto: non è un difetto morale.

Devo eliminare gli snack?
Non per forza. Molto spesso basta passare da snack “random” a snack decisi (quando, quali, quanto) e costruire pasti principali più stabili.

Scopri di più
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Addominali profondi e six pack: cosa serve davvero (senza farti fregare)

Il six pack non è un muscolo segreto: è un sistema che respira, stabilizza e trasferisce forza. Fai il test rapido, poi applica lo starter kit.

Se vuoi addominali di roccia, procurati una roccia.

Detto meglio: un addome forte non nasce da “più crunch”, ma da un core che sa fare tre cose molto concrete:

  • stabilizzare mentre respiri (non mentre trattieni l’aria);

  • trasferire forza tra parte alta e bassa del corpo;

  • non cedere quando il corpo si muove, ruota, accelera, frena.

Il six pack invece è un’altra storia: è il retto dell’addome che diventa visibile quando lo strato di grasso sopra si assottiglia abbastanza.

Allenamento del core e definizione non sono la stessa cosa, ma lavorano insieme.

Per chi è / Non è

Per chi è:

  • vuoi un addome più forte e “compatto”, senza inseguire routine infinite;

  • senti che la schiena (soprattutto lombare) prende sempre tutto il lavoro;

  • vuoi capire la differenza tra controllo del core e “bruciore agli addominali”;

  • ti interessa un percorso sostenibile, non una sfida da 22 giorni.

Non è per chi:

  • cerca una scorciatoia per “togliere la pancia” solo con esercizi addominali;

  • ha dolore acuto, sintomi importanti o condizioni specifiche (gravidanza, post-parto complesso, prolassi, incontinenza, diastasi importante) e vuole fare tutto da solo: qui serve un professionista che ti veda e ti guidi;

  • vuole una scheda da bodybuilding avanzato per l’addome.

In breve

Il mito degli “addominali profondi” nasce da un equivoco: esistono strati diversi (trasverso, obliqui, retto), ma non esiste un muscolo magico “nascosto” che ti regala la tartaruga.

Quello che funziona davvero:

  • impari a gestire gabbia toracica e bacino mentre respiri (non mentre trattieni l’aria);

  • costruisci tenuta (isometrie) e anti-movimento (anti-estensione / anti-rotazione / anti-flessione laterale);

  • poi aggiungi dinamica controllata: movimenti puliti, non “ripetizioni a caso”;

  • se vuoi vedere il six pack, la leva grande è la composizione corporea, non la quantità di addominali.

Il test (60 secondi) per capire da dove partire

Non serve “sentire bruciare”. Ti serve capire se riesci a controllare e riesci a respirare mentre il core lavora.

Fai questo mini-check una volta, con calma.

1) Dead bug lento (20–30 secondi)

  • Sdraiato/a, gambe a 90°, braccia al soffitto.

  • Espira, “abbassa” le coste, poi muovi lentamente un arto per volta.

  • Obiettivo: lombare neutra, respiro che continua

2) Side plank corto (15–20 secondi per lato)

  • Anche se sei forte, tienilo breve.

  • Obiettivo: bacino stabile, spalle “lontane dalle orecchie”, respiro regolare.

3) Suitcase carry (20–40 metri per lato, o 20–30 secondi se sei in casa)

  • Prendi un manubrio/kettlebell (o una borsa pesante). Cammina senza “cedere” da un lato.

  • Obiettivo: tronco verticale, niente apnea.

Se in uno di questi punti devi trattenere il respiro, perdi assetto o senti la lombare accendersi: non sei “scarso/a”. Hai appena trovato il tuo livello di partenza.

Vuoi un percorso “cervello spento” già pronto?

Se vuoi 3 protocolli pronti (Base / Focus / Strength) + test guidato + cue chiari + stop rule (niente apnea, niente burnout), qui trovi la Guida Focus: Addominali & Core – Guida Focus

Princìpi

1) Il core non è solo “addome”

Quando dici “addominali”, di solito pensi al retto dell’addome (la tartaruga). Ma il core è un sistema:

  • addominali (retto, obliqui, trasverso);

  • muscoli paraspinali e quadrato dei lombi;

  • diaframma e pavimento pelvico;

  • glutei e anche (flessori inclusi).

L’addome forte è un addome che collabora con tutto il resto.

2) “Chiudere le coste” vale più di mille crunch

Il controllo parte spesso da qui: evitare che le coste “schizzino” in fuori e che la zona lombare si inarchi quando aumenti lo sforzo.

Tradotto in segnali semplici:

  • espiri e senti le coste scendere;

  • senti l’addome attivarsi senza spingere fuori la pancia;

  • mantieni respiro e controllo mentre muovi braccia e gambe.

3) Progressione a strati

Se salti i passaggi, il corpo trova scorciatoie: spalle che si irrigidiscono, lombari che si accendono, collo che “tira”.

La sequenza più solida è:

  1. attivazione e timing (respiro + controllo);

  2. isometrie e anti-movimento;

  3. dinamica e trasferimento (accelerare, frenare, ruotare, portare carichi).

Cosa dicono le evidenze

  • Allenare gli addominali migliora forza e resistenza del tronco, ma da solo non è una strategia affidabile per “dimagrire di pancia”.

  • La riduzione di grasso localizzata (spot reduction) è un tema più sfumato di quanto si dica nei meme: alcuni studi suggeriscono che un effetto locale possa esistere, ma se c’è, è piccolo e non è la leva su cui costruire l’obiettivo estetico.

  • Per cambiare davvero la definizione dell’addome, conta molto di più il quadro generale: allenamento complessivo, alimentazione sostenibile, sonno e gestione dello stress.

In pratica

Qui sotto trovi uno starter kit: breve, ripetibile, senza acrobazie.

L’obiettivo non è “spaccarti”: è costruire qualità.

Routine starter (8–10 minuti, 2–4 volte a settimana)

1) Respiro + assetto (2 minuti)
Scegli 1:

  • 90/90 a terra (gambe su sedia): espira, “abbassa” le coste, mantieni respiro calmo;

  • dead bug facile (solo braccia o solo gambe): lento, senza perdere la lombare neutra.

2) Tenuta e anti-movimento (4–5 minuti)
Scegli 2:

  • plank (anti-estensione) — corto e pulito;

  • side plank (anti-flessione laterale) — corto e pulito;

  • pallof press con elastico (anti-rotazione) — lento, senza torsioni.

Dose: 10–25 secondi (isometrie) o 6–10 ripetizioni lente (pallof), 2–3 serie.

3) Trasferimento (2–3 minuti)
Scegli 1:

  • suitcase carry (valigia) se hai manubri/kettlebell (o borsa pesante): cammini mantenendo tronco stabile;

  • chop/lift con elastico: rotazione controllata, bacino stabile.

Dose: 20–40 metri (o 20–30 secondi) per lato, 2 serie.

La regola di progressione (senza scervellarti)

Aumenti difficoltà solo se (tutte e tre):

  • riesci a respirare senza trattenere;

  • la zona lombare non “scappa” in inarcamento;

  • senti lavoro su addome/fianco, non su collo e flessori dell’anca.

Se vuoi una progressione completa (Base/Focus/Strength) con tabelle, cue e stop rule, la trovi qui: Addominali & Core – Guida Focus

Segnali da osservare (e quando fermarti)

Fermati, regredisci o chiedi aiuto se:

  • compare dolore (non fatica) a schiena, inguine, addome;

  • senti pressione “verso il basso” sul pavimento pelvico o perdite/incontinenza;

  • vedi un rigonfiamento centrale dell’addome (doming) quando aumenti lo sforzo;

  • trattieni il respiro per “tenere duro”;

  • la zona lombare prende tutto (se ti succede spesso, vedi anche fastidi lombari: routine breve per sbloccare la schiena).

FAQ su addominali profondi e six pack

Gli addominali profondi esistono davvero?
Esistono strati e funzioni diverse. Il trasverso, ad esempio, contribuisce alla stabilità e al controllo. Ma non è un bottone segreto: serve una progressione di controllo, tenuta e movimento.

Plank o crunch?
Non è una guerra di religione. Il plank costruisce anti-estensione e tenuta; il crunch allena flessione del tronco. Se vuoi un core “da vita reale”, non stare su un solo binario: prima controllo e isometrie, poi anche dinamica.

Quanti addominali devo fare a settimana?
Per la maggior parte delle persone: 2–4 micro-sessioni da 6–12 minuti funzionano meglio di una seduta massacrante una volta a settimana.

Gli addominali fanno venire il six pack?
Allenano il muscolo. Per vederlo, di solito serve anche ridurre lo strato di grasso sopra. Se stai inseguendo definizione, guarda il quadro completo: allenamento, alimentazione, sonno, stress.

È vero che posso “dimagrire di pancia” con esercizi specifici?
L’idea che tu possa scegliere dove perdere grasso è spesso raccontata in modo troppo semplice. Se vuoi una lettura completa (senza meme e senza dogmi), ho scritto un articolo dedicato: dimagrimento localizzato (spot reduction): cosa è vero.

Vacuum sì o no?
Può essere un esercizio di consapevolezza e controllo, ma non è obbligatorio e non è la base del percorso. Se ti irrigidisce, ti fa trattenere il respiro o ti dà sensazioni strane sul pavimento pelvico, lascialo perdere.

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“Dieta iperproteica” è spesso una parola sbagliata

Ti spaventa il contare proteine, ma passa per “normale” una giornata di snack e pasti sbilanciati. Qui rimettiamo il contesto al centro.

Se dici a qualcuno che stai a 1,7–2 g/kg di proteine, spesso la risposta è automatica:

“Eh, però è una dieta iperproteica… non farà male?”

Capisco da dove nasce: suona prudente. Il problema è che, nella pratica, quella prudenza è spesso fuori bersaglio.

Perché mentre ti preoccupi di un numero che, nel contesto giusto, è semplicemente una quota utile, nessuno batte ciglio davanti a una giornata “normale” fatta di pasti senza criterio e snack continui.

Per chi / Non per chi

Per chi è:

  • vuoi dimagrire o ricomporre senza vivere di fame;

  • ti alleni (anche 2–3 volte a settimana) e vuoi proteggere massa muscolare e recupero;

  • ti sei stancato di etichette (“iper”, “troppe”, “sbagliate”) senza contesto.

Non è per chi:

  • hai una diagnosi renale o fattori di rischio importanti (qui il range proteico va personalizzato);

  • vuoi trasformare “più proteine” in una scusa per eliminare fibre, vegetali e varietà.

In breve

  • “Iperproteica” è un’etichetta: senza contesto non significa niente.

  • Per chi si allena, stare sopra l’RDA può essere ragionevole e utile (sazietà, controllo, massa magra).

  • Il vero problema, di solito, non è “contare le proteine”: è mangiare a caso e chiamarlo “normale”.

  • Se devi scegliere tra “perfezione fragile” e “strategia che regge”, indovina quale ti porta più lontano.

Se vuoi anche il pezzo “tecnico” su proteine e funzione renale (sano vs a rischio), qui trovi l’articolo dedicato: Proteine e reni: cosa è vero (e cosa no)

Princìpi

1) I numeri non sono il nemico: lo è l’assenza di criteri

Dire “non contare i grammi” suona liberatorio. A volte però è solo un modo elegante per dire:

“Vai a sensazione in un ambiente che ti spinge a mangiare sempre.”

E la sensazione, in quel contesto, è spesso questa:

  • mattina dolce (cornetto + cappuccino + succo);

  • pranzo quasi solo carbo (pasta + pane) e poche proteine;

  • cena improvvisata o preconfezionata;

  • snack dolci/salati durante il giorno.

Nessuno la chiama “dieta iperglucidica”. Però poi “iperproteica” sì.

2) “Iper” rispetto a cosa, e per chi?

La stessa quota può essere:

  • sensata (se ti alleni, sei in deficit, vuoi perdere grasso senza perdere muscolo);

  • inutile (se sei sedentario e la tua dieta è già abbondante);

  • da personalizzare (se hai rischio/diagnosi renale).

La domanda utile non è “quante proteine dovrei mangiare in assoluto?”.

È: cosa vuoi ottenere, con quale stile di vita, e quanto deve reggere questa scelta?

3) Nel pratico, più proteine spesso significa più aderenza

Non perché “le proteine sono magiche”.

Perché, molto spesso:

  • aumentano sazietà e soddisfazione;

  • rendono i pasti più “stabili” (meno picchi e meno fame di rimbalzo);

  • ti tolgono dalla modalità “snack continuo”.

E a quel punto non stai ottimizzando un macro: stai riducendo frizione nella tua vita.

Evidenze (solo quello che ti serve)

  • In nutrizione sportiva, un range tipo 1,4–2,2 g/kg/die è comunemente indicato come utile e sicuro nel contesto di allenamento e composizione corporea.

  • In deficit calorico, aumentare la quota proteica aiuta a preservare massa magra e facilita l’aderenza grazie a maggiore sazietà.

  • “Più proteine” non cancella il resto: qualità complessiva, fibre, sonno e stress restano pezzi grossi.

In pratica

Qui non ti chiediamo di diventare un contabile. Ti diamo 4 mosse che fanno davvero la differenza.

1) Usa un range, non un numero

Scegli un intervallo adatto al tuo contesto.

  • sedentario: stai già facendo un buon lavoro se non sei sempre sotto;

  • attivo/pesi: salire in un range più alto ha spesso senso.

La parola chiave è coerenza, non perfezione.

2) “Proteine-ancora” a ogni pasto principale

Non devi cambiare tutto. Devi cambiare il centro del piatto.

A pranzo e cena:

  • scegli una fonte proteica;

  • poi aggiungi verdure;

  • e modula i carbo in base a fame e allenamento.

Se vuoi un articolo pratico su come distribuire i pasti, vedi anche: quanti pasti al giorno?

3) Colazione: scegli se farla “stabile” o “dolce e instabile”

Non è moralismo.

È fisica della fame.

Se la tua mattina è dolce e poi “arrivi affamato” a metà mattina, prova una colazione più proteica (anche solo 2–3 volte a settimana) e guarda cosa succede.

Esempi semplici:

  • yogurt greco + frutta + frutta secca;

  • uova + pane + frutta;

  • latte/Skyr + cereali meno zuccherati.

Se ti piace ragionare su dolce vs salato, qui: colazione dolce o salata?

4) Se “contare” ti fa impazzire, conta per un periodo e poi smetti

Paradossale, ma funziona.

Contare per 10–14 giorni serve a costruire occhio e porzioni.

Poi puoi passare a un sistema più leggero (porzioni/ancore) senza perdere direzione.

 

Ragionamento per assurdo

Se davvero 1,7–2 g/kg fosse “iperproteico” in senso pericoloso, dovremmo preoccuparci ogni volta che qualcuno mangia:

  • un secondo + un contorno;

  • uno yogurt proteico;

  • un panino con tonno.

E invece la preoccupazione scatta selettivamente solo quando quella scelta diventa intenzionale.

È strano: ci spaventa di più una strategia che migliora sazietà e aderenza, che non una giornata “normale” fatta di snack e pasti sbilanciati.

Il punto non è difendere un numero.

È scegliere un criterio che regga la tua vita.

 

Segnali & stop

  • Se l’aumento proteico ti sta portando a eliminare fibre e vegetali, stai sbilanciando: correggi la direzione.

  • Se hai fattori di rischio renale o una diagnosi, personalizza (non improvvisare).

  • Se l’ansia da numeri ti sta mangiando la testa, cambia strumento: range + ancore, non contabilità.

FAQ su “dieta iperproteica”

1,7–2 g/kg è davvero “iperproteico”?
Dipende dal contesto. Per chi si allena può essere una quota ragionevole e utile. Per chi è sedentario spesso è solo inutile. “Inutile” però non significa “pericoloso”.

Devo contare le proteine ogni giorno?
No. Puoi usarlo come strumento temporaneo (10–14 giorni) per capire porzioni e abitudini, poi passare a un sistema più leggero (ancore proteiche ai pasti).

Se aumento le proteine ingrasso?
Ingrassi se nel complesso sei in surplus cronico. Più proteine spesso aiutano a gestire fame e aderenza, quindi per molte persone rendono più facile non sforare.

Le proteine “da shake” sono diverse?
Sono cibo in forma liquida: utili quando ti semplificano la vita. Non sono obbligatorie e non sostituiscono automaticamente una dieta di qualità.

E i reni?
Nel sano, l’idea “più proteine = danno renale” non è supportata come regola generale. Se vuoi la versione completa (sano vs a rischio), leggi: Proteine e reni: cosa è vero (e cosa no)

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Proteine e reni: cosa è vero (e cosa no)

Iperfiltrazione ≠ danno. Nel sano, le evidenze non supportano il mito “più proteine = insufficienza renale”. Il punto è capire quando sei “sano” e quando sei “a rischio”.

Se ti hanno ripetuto per anni che “troppe proteine fanno male ai reni”, non sei tu ad essere paranoico: è una frase che suona prudente, quindi gira bene.

Il problema è che, nel sano, prudente non significa automaticamente vero.

Per chi / Non per chi

Per chi è:

  • vuoi alzare le proteine (dimagrimento, ricomposizione corporea, performance) senza vivere nel terrore;

  • ti alleni (anche “solo” 2–3 volte a settimana) e vuoi proteggere massa muscolare e recupero;

  • ti sei sentito dare etichette tipo “dieta iperproteica” per numeri che, nel tuo contesto, sono semplicemente ragionevoli.

Non è per chi:

  • hai una diagnosi di malattia renale (anche lieve) o fattori di rischio importanti (ipertensione, diabete, rene unico, storia familiare): qui l’aumento delle proteine va personalizzato con un Professionista;

  • cerchi una scusa per mangiare “solo bistecche” e chiamarla strategia.

In breve

  • In adulti con funzione renale normale, anche introiti proteici elevati (es. ≥1,6 g/kg/die o ~25–30% delle calorie) non mostrano un aumento del rischio di insufficienza renale nel medio-lungo periodo.

  • Il rialzo del filtrato (la famosa iperfiltrazione) è spesso una risposta adattativa: aumenta il “lavoro” del rene, ma questo non è automaticamente danno.

  • Se hai una funzione renale già compromessa o fattori di rischio, la stessa scelta può diventare meno neutra: qui conta molto il contesto.

  • Non tutte le proteine “pesano” uguale: in media, più proteine vegetali e da pesce si associano a esiti migliori, mentre un eccesso di carni rosse/lavorate è più spesso legato a esiti peggiori.

Un criterio utile (prima dei numeri)

Quando senti “dieta iperproteica”, chiediti sempre: iper rispetto a cosa, e per chi?

  • Per chi si allena e vuole perdere grasso senza perdere muscolo, stare più in alto dell’RDA può avere senso.

  • Per chi è sedentario e mangia già abbastanza (o troppo), salire “a caso” serve a poco.

Se vuoi una guida più ampia su come ragionare per criteri (non per dogmi), vedi anche: stare in forma senza dieta e cos’è davvero il cibo vero.

Princìpi

1) “Iperfiltrazione” non è una diagnosi

Un maggiore apporto proteico tende a far aumentare temporaneamente il filtrato glomerulare (GFR): è un modo con cui il corpo gestisce un carico maggiore.

La domanda importante non è “sale il GFR?”, ma: questa risposta si accompagna a segni di danno?

Nel sano, gli studi disponibili (anche su mesi/anni) non mostrano peggioramenti sistematici di marker come creatinina/eGFR o albuminuria quando l’introito proteico è alto.

2) Il rischio (quando c’è) dipende più da te che dal numero

Se hai già una funzione renale lievemente ridotta, o sei in un quadro di rischio (ipertensione, diabete, obesità con segni di iperfiltrazione), una dieta molto proteica prolungata potrebbe non essere neutra.

Qui non serve terrorismo: serve personalizzazione.

3) Fonte proteica e “ambiente” della dieta contano

Due persone possono mangiare “tante proteine” in modi opposti:

  • più legumi, cereali integrali, pesce, latticini; più frutta e verdura; idratazione decente;

  • oppure carne rossa e lavorata a ripetizione, poche fibre, dieta acidificante, poca acqua.

Nel secondo caso aumentano anche altri rischi (inclusa la litiasi in chi è predisposto).

Se vuoi un punto di partenza semplice sulle fonti vegetali, vedi: legumi: come usarli davvero.

Cosa dicono le evidenze (senza enciclopedia)

  • Revisioni sistematiche su adulti sani: proteine sopra l’RDA (anche fino a ~30–35% delle calorie) non mostrano effetti avversi consistenti sulla funzione renale.

  • Studi prospettici: in alcuni campioni, chi mangia più proteine ha persino un rischio più basso di sviluppare CKD (Malattia Renale Cronica), soprattutto quando le proteine sono più spesso vegetali o da pesce.

  • Un punto fermo: nelle persone con funzione renale normale, i dati non supportano l’idea “più proteine = danno renale” come regola generale.

In pratica

Qui non ti diamo una “dieta iperproteica”. Ti diamo 3 mosse che riducono errori e ansia.

1) Scegli un range sensato (non una religione)

  • Se ti alleni con i pesi (o fai sport con regolarità), un range tipo 1,4–2,2 g/kg/die è spesso considerato sicuro e utile nel contesto sportivo.

  • Se sei sedentario, salire molto oltre l’RDA senza cambiare altro dà pochi vantaggi reali.

Traduzione: non serve “spingere” se non hai un motivo.

2) Usa le proteine come “ancora” dei pasti

Se oggi la tua giornata è “dolce al mattino, carbo a pranzo, cena improvvisata e snack”, non è che “mangi normale”: stai solo lasciando che l’ambiente decida per te.

Semplifica così:

  • ad ogni pasto principale scegli una fonte proteica (uova, yogurt greco, pesce, carne bianca, legumi, tofu, latticini, ecc.);

  • poi costruisci attorno (verdure + carbo in base a fame/allenamento).

Se ti interessa anche la distribuzione dei pasti, vedi: quanti pasti al giorno?.

3) Se sei predisposto ai calcoli, cura 2 cose (più che “tagliare proteine”)

  • Acqua (idratazione costante);

  • più vegetali (effetto “buffer” sulla dieta).

Non è una promessa di prevenzione: è buon senso che migliora l’ambiente renale.

 

Facciamo un ragionamento per assurdo (senza cattiveria)

Se davvero 2 g/kg di proteine al giorno “distruggessero” i reni, oggi vedremmo le corsie di dialisi affollate di culturisti pentiti.

Eppure, i reparti di nefrologia non pullulano di ex-bodybuilder in attesa di trapianto.

Delle due l’una: o esiste un complotto globale per insabbiare un’epidemia di reni devastati da pollo e whey, oppure il corpo è più adattabile di quanto si creda e sa gestire senza drammi un extra di proteine nel contesto giusto.

Questo non è un invito a mangiare “solo bistecche”: è un invito a distinguere rischio reale da paura ben confezionata.

 

Segnali & stop

  • Hai diagnosi, familiarità forte, ipertensione o diabete? Prima di “alzare drasticamente”, fai un check con Professionista.

  • Se segui per mesi una dieta molto proteica, ha senso monitorare periodicamente i parametri di base (creatinina/eGFR e, se indicato, albuminuria): non per panico, per buona gestione.

  • Se l’aumento proteico ti sta portando a eliminare fibre e vegetali, non stai “ottimizzando”: stai sbilanciando.

FAQ su proteine e funzione renale

Le proteine fanno male ai reni?
In generale, in adulti con funzione renale normale, le evidenze disponibili non mostrano un aumento del rischio di insufficienza renale con introiti proteici elevati nel medio-lungo termine. Il punto chiave è distinguere “sano” da “a rischio”.

1,7–2 g/kg al giorno è una “dieta iperproteica”?
È un’etichetta fuorviante se non dici prima il contesto. Per una persona che si allena, può essere una quota ragionevole; per una persona sedentaria, spesso è solo inutile (ma “inutile” non è sinonimo di “pericoloso”).

Ho creatinina alta: devo smettere di mangiare proteine?
Non fare diagnosi da solo. La creatinina può essere influenzata anche da massa muscolare, idratazione, allenamento e integratori. Se hai dubbi, parla con il medico e valuta il quadro completo (incluso eGFR e, se indicato, urine).

Conta la fonte delle proteine?
Sì. In media, più proteine vegetali e da pesce si associano a esiti renali più favorevoli rispetto a diete molto ricche di carni rosse/lavorate.

Le diete ricche di proteine aumentano il rischio di calcoli?
In persone predisposte, un’elevata quota di proteine animali, con pochi cibi alcalinizzanti e poca acqua, può aumentare alcuni fattori di rischio urinari. Migliorare idratazione e quota vegetale spesso è una mossa più intelligente che “demonizzare le proteine”.

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Grasso ostinato e dimagrimento localizzato: cosa è vero (e cosa no)

Vuoi scegliere dove dimagrire? Il corpo non funziona a rubinetto. Qui vedi cosa è vero sul dimagrimento localizzato, perché alcune zone sembrano “ostinate” e come muoverti senza raccontarti storie.

C’è una domanda che torna sempre uguale, applicata a zone diverse: pancia bassa, maniglie, cosce, culotte de cheval, interno ginocchio. Cambia la zona, ma il desiderio è uno: scegliere dove dimagrire.

E qui il mercato fa festa: “esercizi per la pancia”, “workout brucia-grasso interno coscia”, “protocollo per le maniglie”. Sembra plausibile perché senti bruciare lì. Ma bruciare non è un metro.

In questo articolo facciamo una cosa semplice e adulta: niente dogmi. Cosa dice davvero l’evidenza sul dimagrimento localizzato (quello che online chiamano “spot reduction”), perché il grasso “ostinato” sembra ostinato, e quali mosse hanno senso se vuoi provarci senza farti fregare.

Per chi

Per te se:

  • hai una zona che “resta” anche quando sei già in forma;

  • ti stai chiedendo se addominali / glutei / interno coscia possano “tirare via” il grasso sopra;

  • vuoi criteri pratici, non una promessa.

In breve

  • La regola generale: il dimagrimento è soprattutto sistemico (non scegli tu l’ordine).

  • La zona “ostinata” spesso è l’ultima a cedere perché è diversa per te (distribuzione, sesso, storia di peso, contesto ormonale, flusso sanguigno locale).

  • Il dimagrimento localizzato come idea “faccio X e dimagrisco proprio lì” non è affidabile.

  • Però: alcuni studi suggeriscono che, in condizioni specifiche, potrebbe esistere un micro-effetto locale (piccolo, non garantito, e facile da confondere con misure/aspettative).

Princìpi

1) Il corpo “sposta carburanti”, non obbedisce al tuo dito

Quando alleni un distretto, aumenti il lavoro del muscolo sotto. Ma il grasso sopra non è un rubinetto diretto.

Quello che puoi controllare davvero è:

  • quanto spesso stimoli il corpo (allenamento + movimento quotidiano);

  • quanto stabile è la tua routine (sonno, stress, fame reattiva);

  • se stai creando una direzione che regge settimane e mesi.

Se qui ti incasini perché la bilancia fa teatro, prima metti ordine: La bilancia: cosa stai misurando davvero.

2) “Ostinato” non significa “ormoni = colpevole unico”

Il grasso “ostinato” ha una componente ormonale (e nella vita le fasi contano: età, ciclo, peri/post-menopausa). Ma ridurlo a “è solo ormonale” è un favore ai venditori.

Più utile pensarlo così:

  • pattern (dove accumuli) ≈ genetica + sesso + contesto ormonale + storia di peso;

  • velocità (quanto scende) ≈ quanto riesci a restare regolare senza rimbalzi.

Quindi la domanda adulta non è “qual è l’esercizio per la zona”. È: cosa mi fa perdere regolarità?

3) Perché senti “bruciare” nella zona (e non è una prova)

Il bruciore locale è spesso un mix di:

  • lavoro metabolico del muscolo;

  • accumulo di metaboliti;

  • percezione (focus attentivo) sulla zona.

È un segnale di sforzo, non di “grasso che si scioglie”.

Evidenze

Qui il punto è delicato: la letteratura non è un coro. È più simile a una stanza con persone che misurano cose diverse.

  • Nel complesso, le sintesi con approccio sistematico tendono a trovare nessun effetto consistente di riduzione locale del grasso vicino al muscolo allenato.

  • Alcuni trial, invece, riportano riduzioni regionali in protocolli specifici (spesso combinando lavoro locale ad alto volume con endurance).

  • In studi “classici” sugli addominali, fare addominali non ha mostrato il miracolo “pancia piatta” se il resto resta uguale.

Il punto pratico: se esiste, l’effetto locale è piccolo, dipende da protocollo/misura/populazione, e non è la leva principale.

In pratica

Step 1) Prima togli il marketing dal tavolo

Se un programma promette “dimagrimento localizzato” come output certo, sta vendendo speranza, non una strategia.

Quello che puoi ottenere in modo affidabile con un lavoro mirato è:

  • più tono e massa nel distretto (che cambia la forma);

  • più resistenza locale (che ti fa sentire “più stretto”);

  • postura e controllo migliori (che cambiano la percezione della zona).

Se stai inseguendo addominali “veri” (non solo crunch), qui hai una lente utile: Addominali “veri”: deep abs.

Step 2) Il protocollo “onesto” se vuoi provarci (come esperimento)

Se vuoi testare l’idea del dimagrimento localizzato senza dogmi, fallo così: come un esperimento, non come una fede.

1) Base (non negoziabile):

  • 2–3 sedute di forza a settimana (full-body o upper/lower);

  • movimento quotidiano sufficiente a non vivere seduto.

Se ti serve un approccio semplice che regge, vedi: Allenati meno, ottieni di più e Allenarsi quando non hai tempo.

2) Blocco locale (8–12 settimane):

  • 3–4 volte a settimana, 10–20 minuti solo sul distretto;

  • volume alto e “resistenza muscolare” (serie lunghe / circuiti / pause brevi);

  • sensazione: fatica locale reale, ma senza distruggerti.

3) Controllo (per non raccontarti storie):

  • foto comparabili (luce/posa costante);

  • un metro (circonferenza) nello stesso punto;

  • trend del peso, non il giorno singolo.

Se vuoi un metodo più realistico per capire cosa cambia, c’è anche questa lente: Stima visiva della composizione corporea.

Step 3) La parte che nessuno vuole sentire: tempo e fede (aderenza)

Il grasso “ostinato” spesso è l’ultimo a scendere perché è vecchio, perché la zona ha caratteristiche diverse, e perché non è mai stato una priorità abbastanza alta da “pagare il prezzo” (regolarità per mesi).

Qui l’unica magia è restare più ostinato di lui — ma facendo il giusto abbastanza che puoi tenere a lungo.

Segnali & stop

  • Se la ricerca della “zona perfetta” sta mangiandosi sonno, socialità e umore, non è più fitness: è identità travestita.

  • Se hai amenorrea, irregolarità marcate del ciclo, o segni di bassa disponibilità energetica, non trattarlo come un problema estetico: è un segnale da prendere sul serio.

FAQ su grasso ostinato e dimagrimento localizzato

Quindi il dimagrimento localizzato è impossibile?
Non è il punto. La domanda utile è: “è una leva affidabile?”. Per la maggior parte delle persone, no. Se esiste un effetto, è piccolo e dipende da protocollo e misurazione.

Perché negli uomini resta la pancia e nelle donne cosce/glutei?
È un pattern comune influenzato da sesso, ormoni e genetica. Ma non è una condanna: cambia con fasi della vita e con la regolarità nel tempo.

Gli addominali bruciano il grasso addominale?
Possono migliorare controllo e tono. Il grasso addominale, invece, segue soprattutto una direzione generale. Se vuoi provarci “da esperimento”, aggiungi un blocco locale ad alto volume e misura bene.

Perché la zona cambia “consistenza” prima di scendere?
Succede che, mentre dimagrisci, cambiano acqua, infiammazione locale, tono del tessuto e percezione (vedi anche: whooshing e dimagrimento). Non è una prova scientifica, ma è un’esperienza frequente: la cosa importante è non scambiarla per “stai sciogliendo proprio lì”.

Cosa funziona davvero, allora?
Costruire una direzione che regge: allenamento di forza, movimento quotidiano, gestione del recupero. Se vuoi una lente utile senza dogmi: Cardio per dimagrire.

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Come accumuli grasso (senza magie) — e cosa fare per evitarlo

Il grasso non “si attacca” per colpa di un singolo nutriente. Si accumula quando, nel tempo, entra più energia di quanta ne usi. Qui capisci il perché e soprattutto cosa fare per evitarlo in modo sostenibile.

C’è un modo “infantile” di spiegare l’aumento di grasso: cercare il colpevole (i carbo, l’insulina, la sera, il glutine). E c’è un modo adulto: capire quali condizioni rendono facile entrare in surplus e restarci.

Il grasso non si accumula perché hai mangiato quel singolo alimento. Si accumula quando, nel tempo, le tue giornate ti portano con regolarità a introdurre (anche senza “abbuffarti”) più di quanto riesci a consumare — e questo succede quasi sempre per motivi pratici: porzioni, frequenza, densità energetica, sonno, stress, contesto.

L’energia conta come contabilità (spiega cosa succede). Ma non è la leva: la leva è ciò che rende facile sforare o facile rientrare.

Qui facciamo due cose: ti do il modello (senza magia) e poi ti do 3 leve pratiche per evitare l’accumulo di grasso, senza trasformare la dieta in identità.

Per chi è

Per te se:

  • ti capita di pensare “mangio pulito, ma ingrasso lo stesso”;

  • hai paura dei carboidrati perché “alzano l’insulina”;

  • confondi bruciare grassi con perdere grasso;

  • vuoi una spiegazione vera, ma traducibile in mosse.

Per chi non è

  • Se cerchi una scorciatoia ormonale o un “trucco” da biohacking: non è quel pezzo.

  • Se hai cambiamenti rapidi e inspiegabili di peso, sintomi importanti o stanchezza fuori scala: la mossa adulta è parlarne con un Professionista.

In breve

Non accumuli grasso perché hai “sbagliato alimento”. Lo accumuli perché, nel tempo, il tuo corpo si ritrova a dover mettere da parte un eccesso — spesso senza che tu lo percepisca come “tanto” nel singolo momento.

  • Il corpo regola strettamente carboidrati e proteine (le brucia di più quando aumentano).

  • Regola meno strettamente i grassi: se ne mangi di più, spesso non aumenti l’ossidazione in modo proporzionale.

  • Risultato: in surplus, l’energia in eccesso finisce più facilmente nel deposito lipidico.

Se vuoi la lente “numeri senza religione”, questo è il riferimenti: The Calorie Project.

Le 3 leve per evitarlo (senza ossessioni)

Se ti serve una strategia adulta, non è “taglia X per sempre”. È rendere più facile la coerenza con 3 leve.

Leva 1) Riduci l’energia “facile” (quella che non ti sazia)

Scegli una sola cosa da ridurre per 7 giorni:

Non stai dimostrando disciplina. Stai cambiando il denominatore che ti fa sforare.

Leva 2) Ancora i pasti (proteine + volume) e riduci il caos

In pratica, ti serve una base ripetibile:

  • una quota proteica in ogni pasto principale

  • un contorno “vero” (volume) che ti aiuta a chiudere senza extra

Se ti aiuta avere una regola sulla frequenza, parti da qui: Quanti pasti al giorno?

Leva 3) Aumenta l’uscita senza fare teatro

Non è solo “cardio”. È anche:

  • allenamento di forza sostenibile (2–3 volte): Train less, get more

  • NEAT (passi, scale, commissioni): la leva che non sembra allenamento

E se vuoi evitare di farti fregare dalle oscillazioni, misura il trend così: Bilancia e peso: cosa stai misurando davvero

Prima fai queste 3 cose. Poi, se serve, raffini.

Il modello (senza magie)

1) Bruciare grassi ≠ perdere grasso

Il tuo corpo libera e ri-stocca acidi grassi continuamente. Anche quando sei a riposo e “stai bruciando grassi”, puoi comunque non perdere grasso corporeo se, nel tempo, la direzione netta non crea spazio (cioè se ciò che rientra compensa ciò che esce).

Se questo ti sembra controintuitivo, è la stessa trappola che spiega come non farti fuorviare dalla bilancia: Bilancia e peso: cosa stai misurando davvero.

2) Il bilancio lipidico: cosa cambia davvero

Pensa così: ogni giorno hai un conto tra grassi che entrano (cibo) e grassi che escono (ossidazione). Se entrano più grassi di quanti ne ossidi, il deposito sale.

E qui arriva il punto che fa male: a parità di surplus, l’eccesso di grassi alimentari tende a finire più facilmente in deposito, perché l’ossidazione dei grassi non “sale” sempre in automatico.

3) Insulina: segnale, non interruttore

L’insulina influenza quali carburanti usi (e in quali momenti), e nel tessuto adiposo può ridurre la lipolisi. Ma non è un interruttore “on/off” che decide da sola il risultato finale.

Se stai in deficit, puoi perdere grasso anche con carboidrati nel piatto. Se stai in surplus, puoi accumulare grasso anche con carbo bassi.

Se vuoi smontare bene la “paura dei carbo”, qui: No carbs = fat loss?.

4) Carbo → grasso: quando (e quando no)

Sì, esiste la De Novo Lipogenesis (DNL — trasformare carboidrati in grassi). Ma nella vita reale, molto più spesso succede questo:

  • aumentando i carboidrati, il corpo ossida più carbo;

  • e quindi ossida meno grassi;

  • così i grassi alimentari diventano più “facili” da stoccare.

Questo è uno dei motivi per cui un approccio “adulto” non demonizza né carbo né grassi: guarda il contesto e i denominatori.

Evidenze (senza feticismo)

A livello pratico, la letteratura su bilancio energetico e bilanci dei macronutrienti supporta tre idee robuste:

  • In overfeeding, l’ossidazione dei carboidrati tende ad aumentare rapidamente; l’ossidazione dei grassi non sempre “insegue” in modo proporzionale.

  • La trasformazione dei carboidrati in grasso (de novo lipogenesis) può aumentare in surplus importanti, ma spesso non è la leva principale che spiega l’accumulo di grasso nel quotidiano.

  • Quando isoli le variabili in studi controllati, vedi soprattutto questo: non esiste un “interruttore magico” che batte tutto. Nella vita vera, la differenza la fanno le leve che rendono sostenibile una direzione (fame, routine, sonno, stress, contesto).

Come farlo reggere nella vita vera

Leva 1) Taglia l’energia “facile” (quella che non ti sazia)

Nella pratica, l’aumento di grasso raramente arriva “dall’aria”. Arriva quando il contesto ti spinge verso:

  • porzioni più grandi (densità energetica);

  • più frequenza (snack, assaggi, extra);

  • più calorie liquide (alcol incluso);

  • meno sonno e più stress (che rendono tutto più “reattivo”).

Se vuoi un punto di partenza semplice sulla frequenza, leggi: Quanti pasti fare al giorno?.

Leva 2) Àncora i pasti (proteine + volume) per ridurre il caos

Se i pasti principali sono “ancorati”, gli spuntini diventano una scelta, non un’emergenza. L’ancora è semplice: una quota proteica + un volume vero (verdure/contorno/zuppa “sensata”) in ogni pasto principale.

Poi regoli il resto (carbo/grassi) come leva pratica: non per ideologia, ma per regolarità.

Gli spuntini? Vanno bene se ti aiutano. Ma se diventano il rubinetto degli extra, la mossa non è “vietarli”: è renderli intenzionali (orario e porzione) o riportare fame e soddisfazione dentro i pasti principali. Leggi anche: Spuntini sì o no?.

Leva 3) Aumenta l’uscita (senza teatro) e proteggi il recupero

Vuoi perdere grasso? Ti serve creare spazio in modo sostenibile: non inseguire un numero, ma costruire una routine che, nel tempo, ti porta nella direzione giusta (senza contare tutto e senza rimbalzi). E per sostenibile intendiamo: ritmo, sonno, stress e routine che reggono.

Se ti serve un reset operativo (senza teatro), qui: Stress, relax, adapt e Dormire meglio già stanotte.

Segnali & stop

  • Se il peso sale di colpo e senti gonfiore/ritenzione marcata, prima di “aggiustare la dieta” chiediti cosa è cambiato in sonno, stress, sale, ciclo, stipsi. (La bilancia confonde facilmente.)

  • Se hai sintomi importanti, perdita/aumento di peso rapidi e inspiegabili, o stanchezza fuori scala: qui la mossa adulta è parlarne con un Professionista.

FAQ su come accumuli grasso

Ma se sto bruciando grassi a riposo, perché non dimagrisco?
Perché “bruciare grassi” è un processo momentaneo. Dimagrire è un risultato netto nel tempo. Puoi ossidare grassi e ri-stoccarne altri nello stesso giorno.

Quindi l’insulina non conta nulla?
Conta eccome: influenza carburanti e segnali. Ma non è un interruttore magico che batte il bilancio nel tempo.

I carboidrati si trasformano direttamente in grasso?
Può succedere (de novo lipogenesis), soprattutto in overfeeding. Ma spesso il meccanismo più rilevante è che più carbo → più ossidazione carbo → meno ossidazione grassi.

È vero che l’eccesso di grassi si stocca più facilmente?
In molti contesti sì, perché l’ossidazione dei grassi non aumenta automaticamente in modo proporzionale all’introito. Per questo, a parità di surplus, il grasso alimentare tende a finire più facilmente nel deposito.

Allora basta mangiare meno grassi?
No: la mossa utile è ridurre il surplus e rendere più facile la coerenza. A volte farlo “tagliando grassi” è pratico. A volte è più pratico tagliare altro. Il criterio è: cosa ti rende più regolare senza rimbalzi.

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Una cesta di insalata inquina più del bacon?

Sembra una provocazione anti-vegana. In realtà è un problema di unità di misura e confini del confronto: kg, calorie, proteine o porzioni reali raccontano storie diverse.

Hai sentito la battuta (magari in una serie) e ti è rimasta addosso perché sembra ribaltare tutto: “allora i vegani raccontano favole”.

“Sei vegetariano? […]
È molto dannoso per l’ambiente, essere vegetariani. Hanno scoperto che consumare un singolo cesto di lattuga comporta il triplo delle emissioni di gas serra causate dalla stessa quantità di bacon.
E cetrioli, melanzane, sedano sono anche peggio. Sono dei veri killer del clima.”

Sembra una provocazione, ma è un esempio perfetto di come un confronto ambientale diventi fuorviante quando cambi unità di misura e confini (spesso: per Caloria).

Da qui la domanda giusta: per cosa stai facendo i conti (kg, kcal, proteine, porzione)?

In breve

Se vuoi una bussola rapida, è questa:

  • Se qualcuno dice “X inquina più di Y”, chiedi subito: per cosa? (per kg, per Calorie, per proteine, per porzione).

  • “Insalata > bacon” di solito nasce da un confronto per Caloria: l’insalata è quasi tutta acqua, quindi per “pareggiare” le Calorie dovresti muovere volumi enormi.

  • Nella vita vera, però, l’insalata non sostituisce bacon come fonte di energia o proteine: sostituisce contorno, volume, fibra, palatabilità.

  • Se confronti cosa realisticamente sostituisce cosa (Calorie/proteine), la gerarchia media globale torna molto più stabile: ruminanti peggio; pollo/maiale in mezzo; legumi/tofu/cereali spesso nettamente meglio.

Il mito (e la traduzione corretta)

Il problema non è la frase in sé: è la traduzione implicita.

  • Mito: “l’insalata inquina più del bacon”.

  • Traduzione corretta: “alcuni vegetali molto poco energetici possono risultare ‘peggiori’ per Caloria rispetto a cibi più densi di energia”.

Questa traduzione è molto meno virale, ma è quella che ti serve.

Il trucco che ribalta tutto: unità di confronto + confini

Quando leggi numeri ambientali, stai sempre facendo due scelte (spesso senza saperlo):

  1. Unità funzionale: stai confrontando 1 kg di prodotto, 1000 kcal, 100 g di proteine, o una porzione realistica?

  2. Confini del sistema: il conto include solo “in campo/allevamento” o include anche imballo, refrigerazione, sprechi, distribuzione?

Se chi scrive non dichiara queste due cose, il confronto è già zoppo.

Tre confronti che chiariscono tutto

1) Per kg vs per Calorie: stesso mondo, denominatore diverso

Se confronti per kg di prodotto, molti vegetali sembrano “imbattibili” rispetto alle carni.

Ma se confronti per 1000 kcal, alcuni vegetali molto poco energetici possono risultare “peggio” per la semplice ragione che, per ottenere le stesse Calorie, dovresti produrre e movimentare quantità enormi.

Esempio (ordine di grandezza, dataset globale):

  • Pomodori ≈ 2,09 kgCO₂e per kg vs maiale ≈ 12,31 kgCO₂e per kg.

  • Pomodori ≈ 11 kgCO₂e per 1000 kcal vs maiale ≈ 5,15 kgCO₂e per 1000 kcal.

Questo non “salva il bacon”. Ti dice solo: se scegli l’unità sbagliata, puoi costruire un paradosso.

Se vuoi un parallelo “Oukside” sul tema denominatori (e su come i numeri cambiano senso), guarda anche The Calorie Project.

2) Se stai parlando di sostituzioni reali, spesso ha senso “per proteine”

Se togli un alimento proteico, la domanda realistica è: con cosa lo sostituisci? In quel caso, ragionare per 100 g di proteine è spesso più onesto del “per kg di lattuga”.

Esempi (ordine di grandezza, dataset globale):

  • Manzo (allevamento da carne) ≈ 49,89 kgCO₂e / 100 g proteine

  • Maiale ≈ 7,61

  • Tofu ≈ 1,98

  • Piselli ≈ 0,44

Se vuoi un pezzo più pratico su come usare i legumi senza teatralità, lo trovi qui: Legumi.

3) La leva gigante è spesso la terra, non i chilometri

Trasporto e packaging sono facili da immaginare. Ma su scala media globale, spesso la differenza “grossa” sta in:

  • uso del suolo (quanta terra serve per produrre la stessa funzione alimentare);

  • emissioni a monte (fertilizzanti, gestione del suolo; e per i ruminanti anche metano).

Esempio (ordine di grandezza, dataset globale; m² per 1000 kcal):

  • Manzo ≈ 119,49

  • Maiale ≈ 7,26

  • Tofu ≈ 1,30

Questo non rende la logistica irrilevante: significa solo che, quando confronti categorie diverse, raramente è lei a decidere il risultato.

“Ok, ma io dicevo: irrigazione, lavorazione, conservazione, trasporto…”

Qui la tua intuizione è buona: molte narrative semplificano.

Il punto è da cosa dipende che questi pezzi ribaltino (o no) il confronto:

  • Se un alimento ha un impatto agricolo enorme, la logistica spesso resta “secondaria” nel totale.

  • Se un alimento ha un impatto agricolo basso, la logistica pesa di più in proporzione (specie se c’è catena del freddo, spreco alto, o packaging energivoro).

  • Se confronti per Caloria cibi quasi senza calorie, stai usando una metrica che forza il paradosso.

Quindi sì: lavorazione, conservazione e trasporto contano. Ma non basta “aggiungerli” per concludere che “il bacon vince”.

Regola 80/20 (senza ideologia)

Se vuoi ridurre impatto senza cambiare identità (e senza fare teatro):

  • Se mangi spesso carni da ruminanti (manzo/agnello), lì c’è quasi sempre la leva più grande.

  • Se vuoi ridurre l’impatto ambientale da carne, sostituisci con fonti dense (legumi, tofu, uova, latticini, pesce, pollo): non con “più insalata”.

  • Se compri spesso prodotti molto deperibili, diventi più bravo a gestire sprechi e conservazione (è una leva sottovalutata).

 

Come non farti fregare in 10 secondi

  • Unità: stai guardando kg, kcal, proteine o porzioni?

  • Confini: include produzione + imballo + freddo + spreco?

  • Sostituzione reale: se togli X, cosa entra davvero nel piatto?

 

FAQ su insalata vs bacon (e su “carne vs vegetali”)

È vero che “lattuga > bacon” può uscire dai numeri?
Sì, soprattutto quando il confronto è per Caloria. Non significa che il bacon sia “green”: significa che stai costringendo i dati a rispondere a una domanda contorta.

Quindi il confronto corretto qual è?
Quello che rispecchia la funzione: se stai confrontando fonti proteiche, ha senso ragionare per proteine (o per pasto equivalente). Se stai parlando di contorni, usa porzioni reali.

Il trasporto non conta?
Conta, ma di solito è una quota più piccola rispetto alla produzione. Diventa più importante quando l’impatto agricolo è basso e il prodotto richiede freddo o ha sprechi alti.

Quindi devo diventare vegano per forza?
No. La domanda utile non è “tribù”, è leva: quale cambiamento è realistico per te e ti sposta di più, senza far saltare la vita.

E l’acqua?
È una metrica facile da usare male: dipende da tipo di acqua (pioggia vs irrigazione) e dalla scarsità locale. “Litri per kg” senza contesto è spesso rumore.

Cosa te ne fai tu?

La prossima volta che leggi un confronto ambientale, non chiederti “chi ha ragione”.

Chiediti:

  • Qual è l’unità?

  • Quali sono i confini?

  • Qual è la sostituzione reale?

È così che smetti di oscillare tra dogmi opposti e inizi a ragionare per criteri.

Be Ouksider. Think Oukside.

Scopri di più
NEVER DIET Vincenzo NEVER DIET Vincenzo

Dieci anni di Oukside: la realtà è complessa, le tue mosse no

Oukside esiste per tenere in casa la complessità e trasformarla in mosse semplici. Non banalizzare: scegliere la chiave giusta, nel contesto giusto.

Cara/o Ouksider,

Il 2026 è l’anno in cui Oukside compirà dieci anni (il 16 marzo 2026). Quando ho iniziato (16 marzo 2016) avevo una convinzione semplice e un problema enorme.

La convinzione: la scienza conta.

Il problema: la scienza, quando la porti nella vita reale, non diventa automaticamente utile.

In mezzo c’è stato un fraintendimento che mi sono sentito ripetere mille volte, con intenzioni diverse:

“Vuoi sintetizzare tutto in poche mosse semplici.”

Qui, secondo me, è nato l’equivoco.

Io non ho mai voluto “semplificare la realtà”. Ho voluto tenere in casa la complessità e trasformarla in mosse semplici, umane, replicabili. Non perché la complessità non conti. Proprio perché conta.

La realtà è complessa. Le tue mosse no.

Le materie che non finiscono mai (e perché non le tradisco)

Biochimica, fisiologia, endocrinologia, statistica: sono campi che non “chiudono”. Evolvono, si raffinano, a volte si contraddicono.

E soprattutto descrivono sistemi vivi: non equazioni statiche.

Lo stesso stimolo può produrre risposte simili, ma quasi mai identiche.

  • due persone mangiano la stessa cosa e reagiscono in modo diverso;

  • due persone fanno lo stesso allenamento e recuperano in modo diverso;

  • la stessa persona, in due fasi diverse della vita, reagisce in modo diverso.

Questa non è una scusa per dire “tanto è tutto casuale”. È il motivo per cui serve criterio.

Per questo Oukside non è mai stato anti-complessità. È stato anti-qualcos’altro: l’uso teatrale della complessità.

Paroloni senza criterio. Protocolli da laboratorio incollati sulla vita di chi lavora, dorme poco, ha stress, famiglia, vincoli.

La complessità non è un palco. È un dovere.

Il fraintendimento: “poche mosse” non significa banalizzare tutto

Quando dico “mosse semplici” non intendo “risposte facili”. Intendo mosse che puoi davvero eseguire, ripetere, adattare.

Ecco tre esempi volutamente piccoli:

  • Un pizzico di sale in certi contesti di sudorazione e fatica può cambiare come ti senti e quanto “reggi”. Non perché il sale sia magico, ma perché liquidi ed elettroliti hanno una logica concreta. (Acqua e sale: cosa cambia davvero)

  • Un pugno di carboidrati la sera può aiutare alcune persone a dormire meglio. Non perché “i carboidrati conciliano sempre il sonno”, ma perché contano contesto, stress, storia di dieta, introito totale, ritmo della giornata. (Dormire meglio già stanotte)

  • Walk & breathe dopo i pasti (una passeggiata breve + due minuti di respiro lento) può essere una mossa banale che migliora fame “nervosa” e decompressione. Non perché sia un rituale spirituale: perché fisiologia e comportamento si parlano. (Respirazione rilassante)

La mossa è semplice.

Il perché, il quando, il per chi e il quanto richiedono la parte “dura”. È lì che si decide se la mossa è una chiave o una superstizione.

Semplificare non è banalizzare.

Banalizzi quando copi la mossa senza criterio e fuori contesto.

Pinza vs chiave a brugola

Immagina di dover stringere una vite a brugola.

Puoi usare la chiave a brugola giusta. Oppure puoi usare una pinza.

Con la pinza “più o meno” ci riesci. Ma fai più fatica, scivola, non controlli bene la forza, rischi di spanare.

Nel fitness succede spesso lo stesso:

  • prendi un protocollo nato per un contesto A;

  • lo incolli nel tuo contesto B;

  • e poi ti stupisci se non funziona o se ti costa troppo.

Il punto non è che la mossa sia sbagliata. Il punto è che stai usando una pinza al posto della chiave giusta.

E qui entra la complessità in modo non romantico: non come “accademia”, ma come abilità pratica.

La complessità non è un vezzo: è quello che ti permette di scegliere la chiave giusta per quella vite, in quel momento della tua vita.

 

Se vuoi la “chiave giusta” per te

Capire è già tantissimo. Ma a volte il problema non è “sapere cosa fare”: è scegliere la mossa giusta per te, nel tuo contesto.

Per questo esiste Oukside Premium: libreria ordinata, kit per partire, e supporto quando serve per personalizzare tutto su di te — senza estremi e senza ricominciare ogni volta.

👉 Scopri Premium

 

Dove si posiziona Oukside nella giungla del fitness

Oukside non è “solo scienza” fredda. E non è “solo esperienza” senza struttura.

È un mix preciso:

  • scienza come bussola, non come culto;

  • esperienza come realtà, non come prova assoluta;

  • criteri come ponte tra i due.

Da qui nascono mosse semplici, adattabili.

Se vuoi leggere il ragionamento in modo ordinato, qui: Esamina Oukside: Never Diet.

Se vuoi la porta d’ingresso al Metodo, qui: Metodo Never Diet.

Un’idea che mi guida da sempre è questa:

criteri > schede, processo > trucchetti, probabilità > promesse.

Oukside non è un metodo segreto.

È una lente e un set di mosse base che puoi riusare mentre la ricerca evolve.

Se vuoi cominciare adesso (quattro mosse semplici, una per Area)

Dopo dieci anni, se dovessi lasciare solo quattro mosse concrete per cominciare oggi, sarebbero queste.

Non perché il resto non conti. Ma perché queste quattro sono pilastri: ognuna sta in piedi da sola e, allo stesso tempo, sostiene tutte le altre.

Mossa 1 — EAT: definisci il tuo “cibo vero di base”

Non ti serve un piano perfetto. Ti servono 1–2 piatti “standard” che riesci a ripetere.

Criteri semplici:

  • c’è una fonte proteica riconoscibile;

  • c’è volume e micronutrizione (verdure o frutta, senza fissarti);

  • c’è un carboidrato o un grasso “da contesto”, non da paura.

Approfondisci qui: Cos’è davvero il “cibo vero”.

Se vuoi smontare una delle ossessioni più comuni (“kcal come religione”): The Calorie Project.

Mossa 2 — MOVE: scegli 2 allenamenti “cardine” da tenere tutto l’anno

Non ti serve il blocco perfetto da sei settimane. Ti serve poter dire: “questo lo posso ripetere”.

Una regola che funziona: 100+ allenamenti l’anno battono 6 settimane perfette.

Template minimale:

  • due sedute a settimana “full body” (spinta, tirata, squat/hinge, core);

  • una seduta breve extra quando puoi (camminata intensa, circuitino, mobility).

Per vedere come si fa “senza scervellarti”: Esempio di workout flessibile.

Per il principio “meno ma meglio”: Train less, get more.

Per la versione “non ho tempo”: Allenarti quando non hai tempo.

Mossa 3 — FEEL: proteggi il sistema (prima che ti presenti il conto)

Non devi diventare zen. Devi ridurre rumore e frizione, così le altre scelte diventano più facili.

Una base semplice per molti contesti:

  • 8–15 minuti di camminata facile;

  • 2 minuti di respiro lento.

Non è “mindfulness da poster”: è una mossa che abbassa il costo mentale della giornata.

Se vuoi una bussola chiara: Stress → Relax → Adapt.

Se vuoi un protocollo pratico: Respirazione rilassante.

Mossa 4 — ENJOY: costruisci libertà (e rendila replicabile)

Non ti serve “controllare” il piacere. Ti serve dargli un posto nel sistema, così non torna sotto forma di rigidità o compensazione.

Tre mosse brevi:

  • slot fisso a settimana (socialità, hobby, due ore offline: in calendario, non “quando capita”);

  • cornice per i piaceri ricorrenti (inizio/fine chiari: ti aiuta più del controllo);

  • niente tribunale: noti, impari, vai avanti.

Se vuoi una lente pratica su colpa e flessibilità: Food guilt e flessibilità.

Se vuoi un esempio concreto “piccolo ma umano”: Dolcetto dopo cena.

Se vuoi una riflessione utile su “stare bene vs sentirsi bene”: Vuoi stare bene, o vuoi sentirti bene?.

Se vuoi iniziare oggi, davvero

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Dieci anni dopo: cosa rimane uguale (e cosa no)

Cosa rimane uguale:

  • la guerra agli estremismi, non alle persone;

  • il rifiuto della vergogna come strumento;

  • l’idea che la complessità si onora con criterio, non con parole.

Cosa cambia:

  • gli esempi;

  • gli strumenti;

  • il modo in cui raccontiamo, perché cambiano le persone e cambia il mondo.

E però la frase resta.

La realtà è complessa. Le tue mosse no.

Grazie se ci sei da anni.

E benvenuto, se sei arrivato adesso.

Scopri di più

Il punto adesso è capire da dove partire.

Il Never Diet Check ti aiuta a capire qual è l’area che oggi ha più attrito e da dove conviene iniziare con più criterio.